Vincere l’Apocalisse: la rivolta giudaica degli anni 115-117 d.C.

Le cause della rivolta e le fonti antiche

Il bacino orientale del Mediterraneo nell’anno 18° e 19° del regno di Traiano fu interessato da una violenta rivolta delle popolazioni giudaiche, che lottarono non solo contro l’autorità romana, ma anche contro la popolazione greca che abitava in Egitto, in Cirenaica, nell’isola di Cipro, in Mesopotamia (provincia recentemente conquistata dai romani per mezzo delle campagne partiche traianee) e forse anche nella stessa Giudea, già teatro di disordini poco più di quaranta anni prima, quando Tito distrusse il tempio di Gerusalemme e impose il ben noto fiscus Judaicus (che sarà abolito soltanto al tempo di Nerva). Questa misura ebbe una conseguenza importante: fece sparire le divisioni interne alle varie comunità ebraiche e favorì la nascita di una comune coscienza ebraica non solo dal punto di vista religioso, ma anche politico.

 Alcuni studiosi hanno affermato che la rivolta scoppiò senza alcuna motivazione contingente, in quanto lo stesso Traiano, l’imperatrice Plotina e il consilium princips, pochi anni prima (probabilmente tra il 111 e il 113 d.C.) dettero ragione agli ebrei di Alessandria in una controversia poco chiara contro i Greci; inoltre anche in altre occasioni il sovrano si mostrò favorevole verso di loro[1]. È stato altresì fatto notare che il terremoto avvenuto ad Antiochia il 13 dicembre del 115 d.C., che per poco non causò la morte dell’imperatore, fu interpretato come un segno del malcontento divino e soprattutto come l’inizio della guerra escatologica che avrebbe permesso agli ebrei di liberarsi dal giogo pagano[2]. Roma infatti, soprattutto in base all’interpretazione escatologica dei capitoli VII e VIII del libro di Daniele, del IV libro di Esdra, degli oracoli sibillini giudaici[3], del libro di Baruch e dell’Apocalisse di Giovanni, era vista negli ambienti giudaici (e in particolare preso gli zeloti) come il quarto impero oppressore da abbattere, anche se tra i giudei vi era che voleva evitare la guerra aperta, consapevole della potenza bellica romana (come sostenevano soprattutto i rabbini, i quali ritenevano la sottomissione del loro popolo alla potenza romana, un evento voluto da Dio per preparare l’avvento del Messia; le energie andavano quindi indirizzate allo studio della legge piuttosto che alla contrapposizione contro Roma[4]). Fin dal passaggio dalla dominazione tolemaica a quella romana vi furono motivi di tensione tra ebrei e greco-romani; i romani sciolsero infatti l’esercito tolemaico (dove militavano molti ebrei) e estromisero gli ebrei da numerosi incarichi civili, assegnati all’elemento ellenistico. Bisogna però subito precisare che quanto fatto da Roma non aveva alcuna valenza anti-ebraica ma mirava soltanto a rafforzare il controllo romano su territori profondamente ellenizzati; e senza l’aiuto dei greci ciò era evidentemente impossibile. Altro contrasto verteva su motivi prettamente religiosi: in quanto monoteisti, gli ebrei non accettavano le divinità romane tradizionali e il culto imperiale; in questo i romani vedevano una minaccia al loro ordine costituito. Ciò che irritava maggiormente i romani era la non volontà ebraica di scendere a compromessi con i dominatori.

            L’aspetto interessante di questa rivolta è che per la prima ed ultima volta gli ebrei si ribellarono quasi contemporaneamente in più di una provincia, anche in territori esterni all’impero, e (come è stato già riferito) gli interessi degli ebrei inquadrati nel sistema provinciale romano e di quelli della diaspora si trovarono a coincidere. Recentemente è stata proposta una chiave di lettura molto interessante del modo in cui i giudei affrontarono i romani: la loro lotta è stata definita “guerra partigiana” o “guerra di popolo”, termini che vanno preferiti a quello di guerriglia[5]. Nel caso della guerriglia infatti non vi è un fronte di guerra definito ma le lotte sono condotte da truppe regolari, truppe che sono espressione di uno stato indipendente. Nel caso della guerra di popolo, anche dopo la resa dello Stato, gli ebrei continuarono la lotta contro l’impero romano organizzandosi in gruppi armati, che ufficialmente non dovrebbero condurre alcuna operazione militare. È la religione a tenere uniti questi gruppi, che, nelle loro lotte, sono disposti ad utilizzare qualsiasi mezzo pur di raggiungere i loro scopi, vivendo nella clandestinità ed estendendo la lotta a tutti gli strati della popolazione. Ultimo fattore necessario affinché una guerra di popolo possa proseguire e sperare nel successo è l’appoggio di una potenza esterna al luogo di svolgimento delle lotte; nel caso degli ebrei si trattava dei Parti, che però sfruttarono le istanze ebraiche a loro vantaggio, contrapponendo agli eserciti romani i fanatici giudei piuttosto che i loro eserciti regolari, ormai impotenti di fronte allo strapotere delle legioni romane[6].

            Gli storici antichi che narrano gli eventi sono quasi tutti greci e romani, non contemporanei agli eventi; il solo Appiano fu testimone oculare della rivolta, ma la sua opera è andata quasi interamente perduta. La principale fonte greca è la Storia romana di Cassio Dione, in particolare il capito 32° del libro LXVIII, autore che fu però epitomato nel XI secolo dallo storico bizantino Xifilino. Altre fonti sono Eusebio di Cesarea, che tratta l’argomento nella sua Storia Ecclesiastica (risalente al IV secolo d.C.), la perduta Cronaca dello stesso autore (di cui restano una versione latina di Gerolamo e una armena di autore anonimo),  le “Storie contro i pagani” di Paolo Orosio, la Storia ecclesiastica di Rufino (che riprende quella di Eusebio), la Cronaca di Giorgio Sincello (storico vissuto nell’VIII secolo d.C.). La rivolta è anche brevemente accennata in alcune fonti ebraiche, in particolare il Talmud di Gerusalemme, quello di Babilonia e il Mishnaiot. È giusto riferire che sia le fonti greco-romane che quelle ebraiche danno una visione assolutamente di parte degli eventi, il che ne rende più complessa la ricostruzione; ma permette altresì di notare come la rivolta fu percepita dai vari contendenti.

 L’inizio della rivolta

La ribellione inizio nella città di Cirene nella provincia senatoria di Cirenaica e fu guidata da un certo Andreas, come ci viene riferito da Cassio Dione (LXVIII, 32,1) o da Lucuas, come sostiene invece Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica 4,3) che lo definisce con il titolo messianico di re, mentre Rufino lo definisce dux[7]. Dalla capitale provinciale la sommossa si estese rapidamente ad alcuni villaggi vicini e ad altre città come Tolemaide, Teucheria e Berenice, città in cui erano presenti floride comunità ebraiche. Una parte degli insorti raggiunsero l’Egitto, probabilmente a partire dall’autunno del 115 d.C. o all’inizio dell’anno successivo, forse con l’intento di raggiungere la Palestina[8]; è stato quindi ipotizzato che vi potrebbe essere un collegamento tra la rivolta in Cirenaica e quella in Egitto[9]. Inizialmente gli scontri videro protagonisti gli ebrei e i greci e solo in seguito quello che era iniziato come un semplice conflitto locale, si tramutò in una guerra contro Roma. Gli ebrei di Cirene avrebbero compiuto violente stragi, dato in pasto alle fiere i non giudei, arrivando addirittura a cibarsi dei loro corpi, a fare cinture con le interiora dei morti e indossare le loro pelli come vestiti; queste atrocità ci sono riferite da Cassio Dione (LXVIII 32,2) il quale aggiunge che furono uccise circa 220000 persone tra Greci e Romani[10], cifra che comunque appare esagerata ma che mostra quanto il movimento ebraico suscitò impressione ai posteri. Oltre alle violenze verso la popolazione, furono distrutti numerosi templi pagani della città: i templi di Ecate (realizzato nel 107 d.C. per ordine dello stesso Traiano, dopo la vittoria su Decebalo), di Giove, di Apollo, di Artemide, di Iside e dei Dioscuri, il Cesareo (che a quel tempo aveva funzione di ginnasio), le terme (donate dall’imperatore alla città tra il 98 e il 100 d.C.), la basilica, il teatro e le principali strade di accesso alla città.  Anche l’importante strada che collegava la città con il porto di Apollonia (che era stata da poco resa maggiormente efficiente proprio per ordine di Traiano) fu resa inutilizzabile, probabilmente per rallentare un possibile sbarco romano[11]. La distruzione dei templi pagani, dei santuari e delle statue delle divinità fece sì che da quel momento, anche dopo la fine della rivolta, gli ebrei furono definiti: ἀνόσιοι Ἰουδαῖοι cioè “empi Giudei”[12]. 

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Carta n. 1: Tratta da: PUCCI 1981.

Anche in Egitto la rivolta rivolta fu molto violenta, come è possibile notare grazie anche alla preziosissima corrispondenza privata di una famiglia greco-egiziana; nucleo familiare di cui faceva parte lo stratega del distretto di Apollinopoli-Eptacomia: Apollonio. L’uomo era appartenente al ceto cittadino medio-alto e fu impegnato nella repressione della rivolta, come si apprende da una missiva dove si legge che Apollonio e la moglie-sorella Aline sono stati costretti a separarsi e la donna è andata a vivere presso Eudaimonide (madre del marito) con i figli; la donna invita il marito a non esporsi a nessun pericolo, se non accompagnato dalle guardie, cosa che testimonia che ancora non vi erano state battaglie ma solo tumulti[13]. Anche il distretto di Ermopoli, in cui vivevano Aline e Eudaimonide, fu teatro di disordini, come riferisce la stessa Eudaimonide in una lettera al figlio[14]. Progressivamente la rivolta assunse proporzioni più vaste, come ci viene riferito in particolare da Eusebio di Cesarea. Il vescovo inizialmente definisce il movimento di rivolta con il termine στάσις, che in greco indica una  lotta intestina all’interno di una città, visto che appunto i tumulti inizialmente riguardarono gli ebrei e i greci di Alessandria. Ma in seguito per designare la rivolta passa ad usare il termine πόλεμος, che ha il significato molto più pregnante di guerra, che infatti ben presto si estese nei territori situati oltre la città di Tebe, nel distretto Ermopolita,dove forse operò lo stratego Eracleide (supportato dagli altri strateghi della regione, tra cui Apollonio), a Menfi, ad Ossirinco, nelle vicinanze di Pelusio e nella la zona meridionale della provincia. È quindi giusto prestar fede ad Orosio il quale riferisce che “tutto l’Egitto era in rivolta” (Storie contro i pagani VII, 12,7)


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Carta n.2 tratta da: PUCCI 1981

È comunque molto complesso ricostruire gli avvenimenti che si svolsero in Egitto; Eusebio nella Storia Ecclesiastica (IV, 2,3) e un papiro (CPJ II, 438) ricordano una battaglia campale tra greci ed ebrei che si sarebbe svolta nel distretto Ermopolita, la cui datazione è molto incerta (forse tra giugno e dicembre del 116 d.C.[15]), e che avrebbe visto la vittoria dei rivoltosi. Dopo questi eventi gli ebrei si diedero al saccheggio delle campagne egizie e si ricongiunsero con gli insorti cirenaici comandati da Lukuas; come è stato giustamente affermato i resoconti antichi sono poco chiari quando si tratta di spiegare se gli ebrei rivolsero la loro violenza anche contro persone non greche e soprattutto non romane[16]. Le testimonianze papiracee testimoniano la gravità dei danni apportati dai giudei, che solevano soprattutto appicare incendi: vi furono campi che rimasero improduttivi anche un secolo dopo la rivolta[17]e anche le proprietà di Apollonio, nelle vicinanze di Ermopoli, subirono alcuni danni. Nella località di Sakkha, sul Delta del Nilo, è interessante riferire il ritrovamento di un tesoro di monete, composto da 267 denarii (più di metà dei quali sono di epoca traianea) e 32 monete ellenistiche, che sarebbe stato dato alle fiamme dai rivoltosi[18].

Inizialmente i greci furono scacciati da Alessandria, ma in seguito ripresero il controllo della città, che rimase l’unica sotto il dominio romano, e massacrarono i Giudei ivi residenti. Anche nella capitale della provincia d’Egitto gli ebrei ripeterono quanto fatto a Cirene, distruggendo numerosi templi pagani, tra cui il tempio della Nemesi, luogo di sepoltura di Pompeo[19], posto nelle immediate vicinanze della città, compiendo violente stragi e interrompendo il traffico fluviale.

Durante il 116 vi fu anche uno scontro tra gli ebrei e i legionari romani, comandati dal prefetto d’Egitto Rutilio Lupo, che invece del consueto titolo di prefetto, è definito ἠγεμών. La battaglia si svolse nei pressi di Narmuthis, ma non è chiaro l’esito dello scontro, che comunque non fu risolutivo. I Giudei inoltre attaccarono le fortezze romane e tentarono di assumere il controllo delle via d’acqua del paese, impossessandosi di alcune navi; questo creò giusti timori nei romani poiché poteva causare seri problemi ai rifornimenti diretti verso l’Oriente.

I romani reagirono prontamente e al prefetto Rutilio Lupo fu affiancato, come ci viene riferito da Eusebio nella Storia Ecclesiastica (IV,2,3)  e da fonti ebraiche come il Talmud di Gerusalemme[20], l’abile generale Quinto Marcio Turbone Frontone Publicio Severo, (fino a qulache anni prima prefetto della flotta di Miseno) che, fornito di truppe terrestri, tra cui forze di cavalleria, e forze navali, arrivò dall’Oriente nel 116 d.C. o più probabilimente nella primavera del 117 d.C.. La Cohors I Ulpia Afrorum Equitata e la Cohors I Augusta Pretoria Lusitanorum Equitata giunsero nel paese insieme al generale e furono impiegate nella repressione della rivolta, forse insieme alla Cohors I Hispanorum Equitata. Sono documentate numerose battaglie non soltanto dal solito Eusebio, ma anche e soprattutto da Appiano, testimone oculare della rivolta, il quale riferisce che al suo tempo l’imperatore Traiano sterminò la popolazione ebraica del paese[21]; una delle battaglie si sarebbe svolta nelle vicinanze di Menfi, centro strategico della regione, come riferisce il papiro: CPJ II 439, proveniente sempre dall’archivio di Apollonio, in cui un suo schiavo chiamato Aphrodisios, scrivendo ad Herakleios, riferisce che alcuni schiavi provenienti dal villaggio di Ibion gli hanno comunicato che il suo padrone ha ottenuto una vittoria sui ribelli. Dopo questa battaglia l’importante città, posta nel punto di passaggio tra il nord e il sud del paese, fu quindi riconquistata. È stato anche affermato che tra romani ed ebrei si svolsero alcune battaglie navali, visto che Turbone era fornito di una flotta e nel Mediterraneo orientale era presente la classis Augusta Alexandrina[22].

L’abile generale operò con altrettanto successo anche in Cirenaica, anche se è praticamente impossibile ricostruire i suoi interventi e anche capire quali distaccamenti legionari lo seguirono nella provincia. È comunque sicuro che entro la metà di agosto del 117 d.C.[23] o al massimo nell’autunno del medesimo anno[24], riuscì a restaurare la pace in entrambe le provincie. Questo è possibile dedurlo ancora grazie all’archivio di Apollonio, il quale il 28 novembre chiede al prefetto il permesso di potersi occupare della sistemazioni dei suoi possedimenti ad Ermopoli, che erano stati pesantemente danneggiati degli ebrei[25].

È difficile stabilire quanti ebrei parteciparono alla rivolta nelle due provincie; il loro numero, anche se è difficile da definire, sembra comunque molto elevato. Nonostante la dura repressione romana, la tensione razziale tra Greci ed Ebrei probabilmente perdurò ancora per qualche tempo[26]. Dopo questi ottimi risultati pare che Turbone sia stato nominato prefetto d’Egitto in luogo di Rufo poco dopo il 5 gennaio del 117 d.C., ma fu sostituito entro l’agosto del medesimo anno da Rammio Marziale e inviato da Adriano in Mauretania per sedare una rivolta[27].

 

La rivolta di Cipro e di Palestina

Per la prima volta si ebbero rivolte ebraiche sull’isola di Cipro, di cui parlano Cassio Dione, la Cronaca latina, la versione armena della stessa opera, Orosio e Sincello, mentre è interessante notare il silenzio di Eusebio sulla vicenda. È ignota la data del più antico insediamento ebraico sull’isola, ma è sicuro che una comunità di dimensioni significative, vi si stanziò forse dalla metà del II secolo a.C., ma ancora più probabilmente quando Erode il Grande ottenne da Augusto la concessione per lo sfruttamento della metà delle miniere di rame nel 12 a.C.; queste interessantissime prospettive commerciali incoraggiarono l’immigrazione ebraica[28]. Nell’isola non sono note tenzioni precedenti tra ebrei e greci; perciò è molto complesso ricostruire la genesi di questo movimento di ribellione, che, come nelle altre province, appare in prima istanza diretto contro l’elemento greco. Cassio Dione racconta che i Giudei si macchiarono di violente e sanguinose stragi, massacrando 240000 abitanti dell’isola[29], mentre la Cronaca latina e Orosio riferiscono che i Giudei distrussero la città di Salamina e ne massacrarono gli abitanti[30]. Anche in questo caso è stato ipotizzato un collegamento tra la rivolta cipriota e quella egizio-cirenaica (visto soprattutto che la rivolta di Cipro segue di pochi mesi quella precedente)[31] e soprattutto è evidente che l’obiettivo dei rivoltosi era causare devastazione e distruzione. Un epigrafe[32] rinvenuta nella città di Curium (odierna Kourion) mostra che Adriano diede l’ordine di ricostruire un edificio non ben identificato, ma comunque di grande importanza. I danni più consistenti si ebbero nella capitale Salamina, dove fu danneggiato il foro (poi ricostruito in età adrianea) e forse anche il ginnasio. La sola fonte a riferirci il nome del capo degli insorti è Cassio Dione, che lo chiama Artemione (LXVIII, 32,2); è stato rilevato che anche questo nome, come Andreas, non è di tradizione ebraica ma greca[33].

La rivolta fu stroncata grazie all’intervento non solo delle forze navali di Turbone, ma soprattutto da Caio Valerio Rufo, tribunus militum della Legio XII Claudia Pia Fidelis, che intervenne nell’isola quasi certamente nella primavera del 117 d.C.[34]. Probabilmente il fatto che dopo la rivolta fu vietato ai Giudei di soggiornare a Cipro, anche se spinti lì da un naufragio, se non volevano essere condannati a morte, testimonia l’estensione e la gravità della rivolta[35]. È comunque evidente che le cifre fornite dai romani sono esagerate, visto soprattutto che Xifilino, epitomatore di Cassio Dione, ha evidenti sentimenti antisemiti[36], così come esagerate sono le tradizioni talmudiche rabbiniche che riferiscono che il mare dalla foce del Nilo all’isola si colorò di rosso a causa del sangue delle vittime (Talmub Babilonese 51 b).

Uno degli aspetti più dibattuti delle rivolte giudaiche e se queste si propagarono anche in Palestina[37], come viene riferito da una fonte isolata: la Historia Augusta, dove si legge: Libya denique ac Palestina rebelles animos efferebant[38]. Le fonti rabbiniche, come il Talmud di Gerusalemme, riferiscono “una guerra di Quieto”, a seguito della quale furono decretate in Giudea manifestazioni di lutto, con l’abolizione degli ornamenti che le spose indossavano il giorno delle nozze e la proibizione di insegnare il greco ai figli. Queste stesse fonti riferisco anche la contorta vicenda di Luliano e Pappo, che sarebbero i leader del movimento insurrezionale[39]. Vi è anche una fonte epigrafica dove è scritto che il soldato Bettio Crescens partecipò a una guerra di Giudea (AE 1929, 167).

Il Quieto ricordato dalle fonti giudaiche è ovviamente Lusio Quieto che, nel 117 d.C., fu inviato da Traiano nella provincia con una vessillazione della Legio III Cyrenaica e con i suoi fidati soldati Mauri. Inoltre nel 117-118 d.C., quindi dopo l’incarico affidato a Quieto, la Giudea passò dal rango di provincia pretoriana a quello di provincia consolare; il fatto che questo mutamento solitamente è dovuto ad una ribellione, è una prova ulteriore che anche la Giudea fu interessata da fermenti insurrezionali. Dopo questi eventi, oltre al cambiamento di status della provincia si decise di stanziare una nuova legione in loco: la legio II Traiana Fortis, il cui accampamento fu posto a Caparcotna[40].

La rivolta mesopotamica

La rivolta interessò anche una regione da poco conquista da Traiano durante la sua guerra contro i Parti: la Mesopotamia. È interessante notare che Cassio Dione non accenni minimamente a questa rivolta, che è invece riferita dalle altre fonti, anche se in maniera poco chiara. Qui l’azione degli ebrei si saldò alla riscossa partica e non pare vi siano stati collegamenti con le altre provincie in rivolta, soprattutto a causa della pronta reazione romana. Le nuove conquiste traianee portarono l’impero romano per la prima volta in contatto con la più grande e antica parte della diaspora ebraica, concentrata appunto in Mesopotamia, Adiabene ed Armenia[41], la cui importanza aumentò notevolmente dopo la caduta del tempio di Gerusalemme e l’imposizione del fiscus Judaicus, a cui gli ebrei mesopotamici non erano ovviamente sottoposti. In questi luoghi gli ebrei godevano di ampia autonomia locale, soprattutto in ambito amministrativo e religioso (fu infatti loro permesso di esportare ogni anno elevate quantità di denaro verso Gerusalemme, anche se la città era in mano ai rivali romani), non erano considerati un pericolo per lo stato partico ed erano governati da un esiliarca.

L’impero persiano era inoltre visto negli ambienti giudaici come l’unico stato in grado di abbattere l’impero romano, o almeno di fermarne l’avanzata verso oriente; ecco spiegato il motivo per cui in Mesopotamia gli ebrei non si sollevarono contro lo stato cui erano assoggettati, mentre vi fu un reciproco appoggio, dato che la guerriglia ebraica necessitava del sostegno dello stato partico[42]. I giudei considerarono quindi il passaggio sotto il dominio romano come un peggioramento delle loro condizioni di vita, soprattutto dal punto di vista economico, poiché l’imperatore meditava di riorganizzare la tassazione del commercio carovaniero con l’estremo oriente, forse di ridurne l’intensità, di spostare le vie commerciali del sud mesopotamico più a nord in Armenia e ovviamente di imporre tributi. È stato infine affermato che anche in Mesopotamia avrebbero potuto operare attese apocalittiche; basti ricordare che negli Oracoli sibillini giudaici affermano che Nerone, il “vendicatore” dei giudei, sarebbe venuto da Oriente[43].

 Data la massiccia presenza di truppe romane nella zone, la rivolta in Mesopotamia iniziò un anno dopo, probabilmente nel novembre del 116 d.C. e inizialmente i ribelli riuscirono addirittura a sconfiggere un esercito romano inviato contro di loro, uccidendo il comandante Appio Massimo Santra. L’imperatore inviò allora l’abilissimo generale mauro Lusio Quieto che, sostenuto da un numeroso esercito del quale faceva parte anche un distaccamento della legio III Cyrenaica, massacrò un gran numero di Giudei, abitanti soprattutto nelle città di Nisibi e Edessa. L’Adiabene, dove è appunto situata Nisibi, era infatti diventato uno stato ebraico pochi anni prima, a seguito della conversione di re Izates e della regina-madre Helena[44]; la città era inoltre uno dei due centri di raccolta (l’altro era Nehardea) del tributo destinato al tempio di Gerusalemme. Anche ad Edessa gli ebrei erano dediti soprattutto al commercio della seta e avevano un peso importante nel governo della città[45]. Qui re Abgar VII fu deposto tra il 6 giugno del 116 ed il 1 luglio del 117[46] o morì durante l’assedio della città[47]. Ugualmente nella città di Seleucia sul Tigri vi furono delle insurrezioni ebraiche, prontamente represse dagli ὐποστράτήγοι Sesto Erucio Claro e Tiberio Giulio Alessandro Giuliano, che assediarono e diedero alle fiamme la città.  Per la sua vittoria (e probabilmente anche per l’ottimo lavoro svolto durante tutta la campagna partica) Lusio Quieto ottenne, qualche tempo dopo, il titolo di governatore della Giudea[48]. La repressione della rivolta in Mesopotamia sembra molto più dura e violenta rispetto alle altre, poiché pare vi sia l’intenzione di espellere totalmente gli ebrei dalla regione, anche se è abbastanza evidente che la diaspora ebraica in Mesopotamia non conobbe la grave riduzione che fu propria dell’Egitto e della Cirenaica, continuando quindi a prosperare e ottenendo i risultati prefissati, soprattutto dopo il ritiro delle truppe romane dalla zona[49].

 

Le conseguenze della rivolta

 Le rivolte in Egitto, in Cirenaica e a Cipro contribuirono a favorire la ripresa dei Parti, dato che una parte delle truppe impiegate in Oriente, insieme ai comandanti, dovettero abbandonare la campagna militare per poter essere impiegate nella repressione delle insurrezioni, poiché questa è stata considerata come la più grande rivolta della diaspora ebraica contro la civiltà greco-romana[50].

Le fonti letterarie (in particolare Orosio e Sincello) e papirologiche evidenziano la desolazione della Cirenaica e dell’Egitto; in particolare ad Ossirinco (come mostra il papiro CPJ II, 447) , nell’Ermopolita, come è possibile notare grazie all’archivio di Apollonio[51] e a Licopoli (CPJ II, 444). Anche le vie di comunicazione egiziane furono danneggiate, così come l’agricoltura e il commercio, soprattutto in Egitto[52].

Dopo la definitiva pacificazione dell’Egitto (avvenuta sotto il regno di Adriano), la popolazione potè tirare un sospiro di sollievo e furono fatte offerte alle divinità, come ci viene attestato dalla documentazione papiracea (CPJ II, 439). Ad Ossirinco fu anche celebrata una volta all’anno una festa per ringraziare gli dei di aver concesso la vittoria contro i rivoltosi; questa festa è attestata fino al 199-200 d.C., quindi ben 80 anni dopo la fine della rivolta (CPJ II, 450).

Dopo questi avvenimenti vi fu una drastica riduzione della presenza ebraica, come attestato da  un’iscrizione riferente che ben 3000 veterani, guidati da un certo Gavio Frontone stratopedarca della Legio XV Apollinaris e primo pilario della Legio III Cyrenaica , furono invitati da Traiano a stanziarsi in Cirenaica, anche se non è ancora chiaro in quale regione della provincia, forse nelle vicinanze di Apollonia[53] o di Tocra[54]. Un’altra iscrizione evidenzia in particolare la ricostruzione del tempio di Apollo[55]; anche un santuario dedicato ad Iside e Ammon posto in un’oasi a trenta chilometri a sud di Al Dab’a pare abbia subito danni a causa della rivolta[56].

La città di Cirene, come già accennato, fu quindi interessata da numerosi lavori di restauro di templi, edifici pubblici e della strada collegante la città con Apollonia; nel 129 d.C. la città decretò, in segno di ringraziamento per quanto fatto, l’erezione di una statua in onore dell’imperatore Adriano; furono inoltre coniate delle monete con la leggenda: Adriano restitutori Libyae e Adriano restitutori Africae. I lavori nella città proseguirono comunque anche al tempo di Antonio Pio e Marco Aurelio, ulteriore indizio della gravità delle devastazioni. Adriano comandò anche l’invio di alcune colonie nella regione, aventi non solo l’ovvio scopo di ripopolare la provincia, ma anche quello di dotarla di città fedeli a Roma[57]. L’imperatore filelleno fu attivo anche a Salamina di Cipro, dove venne ricostruito il foro e forse anche il teatro e l’agorà[58].

La documentazione papiracea d’Egitto (in cui dopo il regno di Traiano crollano anche i ritrovamenti di papiri ebraici, ulteriore testimonianza della decadenza giudaica nella provincia) testimonia che, dopo la fine della rivolta, il governo romano operò una serie di confische ai giudei, in particolare ad Ossirinco, nel distretto di Tetafo, nel nomo Atribita, ad Ermopoli e in Arsinoite. Questi terreni furono venduti a privati cittadini e a veterani o affittati a basso prezzo. È molto difficile stabilire se le confische riguardarono soltanto le famiglie dei rivoltosi o tutta la popolazione ebraica; soltanto recentemente si è pensato che questa misura possa avere avuto carattere generale[59]. Agli ebrei fu anche imposta una tassa sul commercio, come sembrerebbe testimoniare un papiro proveniente da Ossirinco (CPJ III 452, databile al II secolo d.C.), e anche la loro Corte di giustizia fu sospesa, come testimoniato da un passo del Talmud. È infine interessante sottolineare che dopo questa grande rivolta gli ebrei sembrano aver subito un rapido processo di assimilazione, in particolare ad Apollinopoli Magna (CPJ II, 375, dove si vede che all’epoca di Marco Aurelio la comunità ebraica è ridotta a una sola famiglia, rispetto alle mille del I secolo d.C.). Stessa cosa avvenne a Karanis, in Cirenaica e nell’isola di Cipro.

Tutte queste misure favorirono la decadenza dell’ebraismo in Egitto, Cirenaica e Cipro, mentre in Giudea la situazione appare meno compromessa, almeno fino alla successiva rivolta di Bar Cochbà; fu solo in Mesopotamia che gli ebrei riuscirono a raggiungere il loro obiettivo: la cacciata dei romani dai territori persiani, impedendo all’imperatore, che portò per la prima ed unica volta Roma ad affacciarsi sulle rive del Golfo Persico, di consolidare le sue conquiste e assestare un colpo durissimo all’impero partico.

Note

[1] SMALLWOOD 1976,  pp. 389-392; FUKS 1961,  p. 103.

[2] FIRPO 2001, p. 236.

[3] Dove si riferisce che l’imperatore Nerone non fu ucciso, ma sarebbe in procinto di ritornare dall’Oriente per riprendere il potere; l’imperatore avrebbe quindi vendicato il popolo giudaico punendo i romani che avevano osato distruggere il tempio di Gerusalemme. Nella stessa opera si afferma che Antiochia era una delle città che sarebbero state distrutte prima dell’avvento del Messia; altra coincidenza fu che appunto l’imperatore si trovava in quella città al momento del terremoto: FIRPO 1999, pp. 66-70 e FIRPO 2001, p. 243. L’articolo di Giulio Firpo è estremamente interessante per la precisa ricostruzione delle teorie escatologiche ebraiche, di cui non è possibile trattare diffusamente in questa sede.

[4] FIRPO 1999, p. 64.

[5] BRIZZI 2008, p. 188; BRIZZI 2012, pp. 238-239.

[6] BRIZZI 2008, pp. 188-189.

[7] Forse i due personaggi sono la stessa persona o forse Andreas giudò la rivolta nella fase iniziale e Lucuas prese il comando solo quando fu invaso l’Egitto; vi sarebbero attestazioni della presenza di Lucuas in Palestina, ma altrettanto non si può dire di Andreas; SMALLWOOD 1976, p. 397; per una precisa ricostruzione dei vari nomi con il quale è ricordato il capo dei rivoltosi cirenaici si veda PUCCI 1981, pp. 41-42.

[8] SMALLWOOD 1976, p.397; anche Firpo, rifacendosi ad un passo di Filone di Alessandria, ritiene che il desiderio di giungere in Palestina può essere interpretato in chiave messianica; il ritorno in Palestina era quindi visto dai Giudei come l’inizio della nuova età messianica; FIRPO 1999, pp. 69-70.

[9] FUKS, Jewish revolt, p. 101; il quale afferma che la rivolta nelle due province si sarebbe saldata e al comando dei ribelli sarebbe stato posto il re Lucuas-Andreas.

[10] È stato affermato che questo passo sia stato aggiunto successivamente da Xifilino, di cui sono noti i sentimenti antisemiti, anche se solitamente lo storico bizantino riassume Cassio Dione piuttosto che aggiungere qualcosa; è quindi probabile che il passo sia dioneo e basato su narrazioni orali che l’autore ebbe modo di ascoltare durante la sua permanenza in Cilicia; PUCCI 1981, p. 43-44.

[11] SCHÜRER 1985, p. 642.

[12] FUKS 1961, pp. 103-104, il quale aggiunge che quindi i giudei volevano combattere anche le divinità pagane.

[13] La lettera è presente in: CPJ, II 436, ed è datata all’autunno del 115 d.C..

[14] Questa missiva è invece nota con la sigla: P.Giss. 245 e si data tra la fine del 115 e l’inizio del 116 d.C..

[15] PUCCI 1981, p.52.

[16] FUKS 1961,  p. 102.

[17] Come ci è testimoniato dal papiro: CPJ II, 449.

[18] SMALLWOOD 1976, p. 400; PUCCI 1981, p.56.

[19] Appiano, Guerre Civili, II, 90.

[20] PUCCI 1981, p. 65; che offre ulteriori interessanti precisazioni.

[21] Appiano, Guerre Civili, II, 90.

[22] PUCCI 1981, p.69; la studiosa aggiunge che forse non sia casuale che Traiano avesse designato proprio Turbone, visto che pochi anni prima era stato prefetto della flotta di Miseno.

[23] FUKS 1961, p. 101.

[24] FIRPO 1999, p.71.

[25] CPJ II, 443.

[26] SMALLWOOD 1976, p. 406.

[27] Historia Augusta, Vita di Adriano, V,8; Fuks ritiene infatti che Marziale fu nominato prefetto tra l’11 e il 28 agosto del 117 d.C.; FUKS 1961, pp. 100-101.

[28] SMALLWOOD 1976, pp.412-413.

[29] Cassio Dione LXVIII, 32, 2-3.

[30] Cronaca latina di Gerolamo 19; Orosio, Storie contri i pagani, VII 12,8.

[31] FUKS 1961, p. 101; SMALLWOOD 1976, p. 413.

[32] SEG XXV 1095.

[33] PUCCI 1981, p. 76.

[34] È stato ipotizzato che anche la Cohors VII Breucorum civium Romanorum equitata fosse stata incaricata di reprimere la rivolta ma Pucci ritiene che la Cohors, solitamente stanziata in Pannonia, non possa essere connessa sicuramente con la rivolta il quanto l’iscrizione in cui viene menzionata (CIL III, 215) non è datata; PUCCI 1981, p. 159; è infine interessante notare che la repressione della rivolta è l’unica operazione militare romana ragistrata nella storia di Cipro.

[35] Come riferiscono Fuks e Firpo, pare che fino al quarto secolo d.C. non vi fu presenza ebraica sull’isola; FUKS 1961, p. 99; FIRPO 1999, p. 71; Pucci ritiene invece che nel II e nel III secolo d.C. vi sarebbero a Cipro testimonianze di vita ebraica; PUCCI 1981, p. 157.

[36] FUKS 1961, p. 101.

[37] Edith Mary Smallwood pare convinta che anche questa regione fu interessata da una sollevazione e adduce una serie di prove; ritiene che sarebbe stata l’ultima zona ad essere interessata dalla rivolta, forse stimolata dalle altre zone e soprattutto che l’invio di Quieto come governatore in Palestina testimonia che fosse successo qualcosa di importante o che si voleva stroncare sul nascere ogni idea di ribellione. Ultima prova è lo stanziamento di una coorte ausiliare di soldati traci ad Engaddi, sul Mar Morto, forse istituita dopo i disordini avvenuti alla fine del regno di Traiano; SMALLWOOD 1976, pp. 393-422; SCHÜRER 1985 , pp. 644-645: ritiene che probabilemente non vi fu una vera guerra in Palestina; Pucci è l’unica autrice che sostiene esplicitamente la presenza di una rivolta anche in Giudea: PUCCI 1981, pp. 104-119; Firpo da ultimo afferma esplicitamente che la regione non sarebbe stata interessata da rivolte anche se nota che all’inizio del regno di Adriano la legio VI Ferrata, fu stanziata in Giudea; FIRPO 1999, p. 74.

[38] Historia Augusta, Vita di Adriano,  V.2

[39] PUCCI, 1981 p.112.

[40] PUCCI 1981, pp. 117-18.

[41] SMALLWOOD 1976, p. 415.

[42] BRIZZI 2012, pp. 242-243.

[43] FIRPO 1999, p. 73.

[44] Si veda SMALLWOOD 1976, pp. 416-417, per ulteriori interessanti precisazioni sulla conversione della famiglia regnante.

[45] BRIZZI 2008, p. 181.

[46] LEPPER 1948, p. 94.

[47] GUEY 1937, p. 136.

[48] Cassio Dione LXVIII, 32,3: sostiene che la carica gli fu concessa per il valore dimostrato durante la campagna militare; Eusebio, Storia Ecclesiastica, IV 2,5: afferma invece che questo onore gli fu concesso per avere sterminato i Giudei della Mesopotamia.

[49] SMALLWOOD 1976, p. 421.

[50] FUKS 1961, p. 104.

[51] CPJ II, 443.

[52] PUCCI 1981, pp. 133-134.

[53] SCHÜRER 1985, p. 643; FUKS 1961, p. 99.

[54] PUCCI 1981, pp. 138-139.

[55] FUKS 1961, p. 98, che menziona altre iscrizioni che testimoniano il restauro del Caesareum, delle terme e del tempio di Artemide, mentre le iscrizioni poste sui miliarii testimoniano la ricostruzione delle strade di ingresso alla città; conclude affermando che l’imperatore attenuò i problemi di approvvigionamento della regione.

[56] FUKS 1961, p. 99; FIRPO 1999, p. 69.

[57] PUCCI 1981, pp.138-140.

[58] PUCCI 1981, p. 136.

[59] PUCCI 1981, p. 147.

 

Scritto da Copani Salvatore

 

Fonti: GIOVANNI BRIZZI,  Ancora sui rapporti tra Romani, Parti ed Ebrei e il controllo della Mesopotamia: qualche ulteriore considerazione, in « IUDAEA SOCIA – IUDAEA CAPTA, Atti del convegno internazionale Cividale del Friuli, 22-24 settembre 2011», a cura di Gianpaolo Urso, Edizioni ETS, Pisa 2012, pp. 229-247; GIOVANNI BRIZZI, Il guerriero, l’oplita e il legionario. Gli eserciti nel mondo classico, Il Mulino, Bologna 2012; GIULIO FIRPO, Le rivolte giudaiche, Laterza, Roma-Bari 1999; GIULIO FIRPO, Il terremoto di Antiochia del 115 d.C.: echi di un’interpretazione apocalittica in Cassio Dione 68,24,2?, in « Gli ebrei nell’impero romano», a cura di Arien Lewin, la Giuntina, Firenze 2001, pp. 233-245; ALEXANDER FUKS, Aspects of the Jewish revolt in A.D. 115-117, in « The Journal of Roman studies », London, LI 1961, pp. 98-104; JULIEN GUEY, Essai sur la guerre parthique de Trajan, 114-117, Impremerie nationale, Bucarest 1937; FRANCIS ALFRED LEPPER, Trajan’s Parthian war, Oxford University press, London 1948; MARINA PUCCI, La rivolta ebraica al tempo di Traiano, Giardini editori e stampatori, Pisa 1981; EMIL SCHÜRER, Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo (175 a.C.- 135 d.C.), Volume 1, edizione italiana a cura di Omero Soffritti, Paideia, Brescia 1985; EDITH MARY SMALLWOOD, The Jews under roman rule, from Pompey to Diocletian, E.J.Brill, Leiden 1976; VICTOR A. TCHERIKOVER – ALEXANDER FUKS, Corpus Papyrorum Judaicarum, II: The Early Roman Period, Harvard University press, Cambridge 1960.

LETTERE DI SOLDATI CINESI ALLE LORO FAMIGLIE: ANALOGIE E DIFFERENZE CON UNA SELEZIONE DI SCRITTI ROMANI DI ETÀ IMPERIALE

Introduzione

Il presente lavoro intende tentare un confronto tra due interessanti lettere private su supporto ligneo scritte dai fratelli Heifu e Jing, impegnati in una campagna militare in Cina meridionale, e una selezione di lettere su papiro e tavolette lignee scritte da militari romani; con una particolare attenzione a quelle provenienti dagli archivi, che, vista la comunanza tematica, possono offrire maggiori informazioni. Dato il più elevato numero di epistole ritrovate nel mondo romano, è giusto fissare l’attenzione, se possibile, su quelle che possano permettere un proficuo confronto con la documentazione cinese, che sarà purtroppo analizzata soltanto nella traduzione inglese, mentre quella romana sarà esaminata anche in lingua originale e, qualora il carteggio non fosse eccessivamente frammentario, anche direttamente da fotografie ad alta definizione dei reperti papiracei, facilmente reperibili nelle raccolte cartacee o in rete.

È opportuno riferire fin da subito che non sarà possibile analizzare lettere dello stesso periodo storico, in quanto le due missive orientali sono datate al III secolo a.C., periodo in cui non sono attestate epistole militari romane, che sono, per la maggior parte, da collocare nel II secolo d.C.. Ciò non dovrebbe comunque costituire un problema, in quanto, il confronto tra la civiltà romana e quella cinese ha sempre riguardato le rispettive età imperiali e non le fasi precedenti della loro storia. Nella comparazione, che viene tentata in questa sede per la prima volta, saranno accennati molto rapidamente gli aspetti eccessivamente scontati e si cercherà anche di analizzare eventuali discordanze, tenendo comunque presente non soltanto la distanza temporale, ma soprattutto quella culturale tra le due civiltà che presentano numerose differenze di cui è necessario tenere conto in un’eventuale comparazione.

La documentazione cinese: le lettere di due soldati cinesi a casa

Da Shuihudi, nella circoscrizione dello Yunmeng, all’interno della provincia dello Hubei, provengono alcuni dei testi più importanti della dinastia Qin come i testi di bamboo provenienti dalla tomba n°11, essenziali per delineare il quadro politico, amministrativo e legislativo del periodo tra l’età degli Stati combattenti e il regno Qin. In tale contesto archeologico, inoltre, si sono conservate, all’interno della tomba n°4, due tavole di legno particolarmente significative in quanto costituiscono le fonti letterarie più antiche della storia cinese giunte sino a noi[1]. Esse sono classificate come lettere private, distinguendole per contenuti e terminologia dalle comunicazioni ufficiali e dalle altre fonti manoscritte[2]. Sui supporti in legno sono scritte due epistole, di cui la prima si è conservata integralmente mentre della seconda è pervenuta soltanto la prima parte, indirizzate a Zhong ed inviate da Heifu e Jing, suoi fratelli impegnati in una campagna militare lontani da casa[3].  Dalle lettere trapelano le preoccupazioni dei due soldati, ansiosi di sapere se la loro madre stia bene[4] e se le loro mogli, figli e tutti gli altri congiunti siano in salute[5], dando consigli e verificando che i dissapori fra i membri della famiglia siano risolti definitivamente[6].  Ciononostante, una preoccupazione maggiore tormenta i due fratelli: essi, infatti, chiedono con insistenza che siano inviate loro nuove vesti non estive, adatte alla stagione[7]e grandi quantità di denaro. Ciò è particolarmente evidente nella seconda lettera, in cui Jing sollecita urgentemente suo fratello Zhong affermando che sarebbe morto presto senza i soldi e gli abiti a doppio strato mandati da casa[8].                                                                                                           Risulta possibile contestualizzare cronologicamente le epistole dal momento che la prima lettera è datata al diciottesimo giorno ciclico del secondo mese del ventiquattresimo anno di regno Qin di Ying Zheng[9].  Ulteriori elementi utili a determinare l’anno in cui i due fratelli scrissero a casa sono i brevi riferimenti alle operazioni belliche a cui partecipano: essi di fatto operano nell’odierno Henan soccorrendo Huaiyang e conquistando le città ribelli:

“I and the others are about to help at Huaiyang attacking rebel cities; [whether I will be] captured or wounded cannot be known yet.”[10].

 

Inoltre, consigliano ai propri cari di non entrare nei territori recentemente acquisiti poiché invasi da briganti:

“Robbers have entered the new territories. Zhong, would that are you not right now traveling to the new territories. This is very important!”[11].

 

Sulla base della datazione della prima epistola e dei riferimenti alle operazioni belliche, si può sostenere che esse siano collocabili cronologicamente intorno al 223 a.C. Le vicende cui i due fratelli accennano si collocano in un contesto di grande fermento bellico e politico: il re dello stato di Qin, Ying Zheng, salito al trono nel 246 a.C., ultimò il suo progetto di espansione territoriale annettendo i regni rivali ed unificando la Cina sotto il suo dominio nel 221 a.C., ponendo fine all’età dei regni combattenti ed inaugurando l’era Qin[12]. Proprio nel 223 a.C., il sovrano riuscì a soggiogare lo stato rivale di Chu, regno in cui si trovava Huaiyang. Ciò rafforza la datazione proposta per le lettere inviate a Zhong.

Le epistole offrono ulteriori dettagli sulla condizione dei soldati e sul sistema amministrativo e postale dei Qin. Infatti, dal momento che sono state inviate da una zona di guerra alla loro casa, distante migliaia di chilometri, è possibile presupporre che esistesse un servizio di posta efficiente, nonostante non si conoscano le modalità con cui esso avvenisse, garantito anche nei momenti in cui venivano condotte le campagne militari. In aggiunta a ciò, si può notare il buon grado di alfabetizzazione dei due soldati che adoperano il mezzo scritto per comunicare con i propri cari. Al momento risulta impossibile determinare se Heifu e Jing si siano avvalsi dell’aiuto di uno scriba professionista: una tale pratica è accertata per epoche successive a quella dei regni combattenti, mentre nel periodo pre-unificazione non ci sono indizi che possano suffragare tale ipotesi[13].

 

La documentazione romana: l’archivio di Claudius Tiberianus

A differenza di quanto è stato possibile notare dal versante cinese, che ci ha tramandato semplicemente due lettere redatte da militari, di cui soltanto una pervenutaci nella sua integrità, il mondo romano offre un numero molto elevato di epistole stilate da militari o comunque da loro commissionate. Queste missive inoltre presentano una notevole varietà tematica e sono quindi state classificate dagli studiosi in numerose categorie interpretative. Molte lettere riguardano, infatti, la trasmissione di ordini tra i comandanti delle varie unità militari, elenchi di soldati, resoconti di pagamento e altre notazioni tecniche. La corrispondenza privata tra i soldati e i loro familiari, occupa pertanto solo una parte, comunque significativa, delle missive redatte dai militari.

Vista la relativa ampiezza dell’epistolografia di età imperiale romana avente come protagonisti i militari, è opportuno soffermarsi su alcune missive che presentino non solo interesse per gli argomenti trattati, ma anche e soprattutto che possano favorire un proficuo confronto con le sole due epistole che per il momento sono state rinvenute in Cina[14].

Un gruppo di lettere che presenta notevoli affinità con i due messaggi epistolari ritrovati a Shuihudi, è stato rinvenuto negli scavi condotti dalla Michigan University a Karanis (dove oggi sorge il villaggio di Kôm Aushim), in Arsinoite, tra il 1924 e il 1935[15], in cui, tra le altre cose, fu rinvenuto, in una nicchia sotto la scala di un vasto edificio[16], il cosiddetto “archivio di Claudius Tiberianus”, comprendente quindici lettere[17], datato tra l’inizio e la fine del II secolo d.C., e messo insieme da questo personaggio a Karanis, dove pare si fosse installato in quanto veterano dell’esercito[18].

La lettera P.Mich.VIII 467, datata tra il 112 e il 115 d.C. fu scritta in latino da uno scriba su ordine di Claudio Terentiano e indirizzata al “signore e padre carissimo” Claudio Tiberiano, speculator residente a Nikopolis, quindi nelle vicinanze di Alessandria; la prima preoccupazione dell’uomo è ovviamente quella di avere notizie sullo stato di salute del padre, cosa presente in ogni epistola privata, di qualsiasi periodo storico[19]. In seguito però Terentiano riferisce una notizia ben più interessante: il suo prossimo trasferimento dall’Egitto in Siria con un distaccamento della Classis Augusta Alexandrina[20].  Per questo prega il padre, con le suggestive parole: “nessuno ho infatti più caro di te, secondo solo agli dei”[21], di inviargli una spada da combattimento, una lancia, una dolabra, un grappino, due giavellotti, un mantello con cappuccio, una tunica e dei calzoni, inoltre è curioso notare che invita il padre a descrivere nella successiva lettera la merce che invierà, onde evitare che la sua merce sia consegnata ad un altro militare[22]. È però giusto sottolineare che alla fine della missiva riferisce che la madre, il padre e i suoi fratelli lo salutano, quindi probabilmente Claudio Tiberiano non è il vero padre di Claudio Terentiano, potrebbe essere però il suo padre adottivo[23].

Il papiro P.Mich.VIII 468 contiene una lettera, scritta anch’essa in latino, inviata poco dopo la precedente e redatta sempre da uno scriba, che però pare meno esperto dell’estensore di P.Mich.VIII 467[24]. Claudio Tiberiano si è già arruolato nella flotta imperiale e riferisce di aver ricevuto quanto richiesto nella missiva precedente[25]; è degno di nota il fatto che anche in questa epistola il soldato romano invii anch’egli dei prodotti al padre (se nel caso precedente si trattava di olive, ora si parla di mantelli, sciarpe, panni di lino, una coperta, una sciarpa fatta dalla madre, una gabbia per polli, delle coppe per il vino, due fogli di papiro, dell’inchiostro, ben cinque calami e addirittura un tipo particolare di pane definito Alexandrinos[26]), cosa che pare tipica delle lettere romane, in quanto i due soldati cinesi si limitano semplicemente a fare richieste[27]. Nelle linee successive il soldato riferisce che la dolabra inviatagli gli è stata ritirata dall’optio navaliorum, un sottufficiale agli ordini del centurione[28]; anche se gliene hanno dato una di migliore qualità, prega comunque il padre di inviarne un’altra. È infine importante evidenziare che, come nella missiva precedente, il soldato speri di essere trasferito in una coorte, ma l’uomo nota sarcasticamente che: hic autem sene aere nihil fiet neque epistulae commandaticiae nihil valunt nesi si qui sibi aiutaveret[29]. È stato sostenuto che forse promozioni e trasferimenti di soldati tra i vari reparti dell’esercito siano voluti da patroni influenti, per mezzo di lettere di raccomandazione scritte al comandante della legione[30].

P.Mich.VIII 472, è l’unica lettera scritta da Tiberianus fra quelle a noi pervenute[31] ed è inviata a Longino Prisco, definito con il titolo altisonante di domino et regi suo[32], il che testimonia probabilmente che si tratti di un suo superiore o addirittura che Tiberiano sia in rapporti clientelari con Prisco, che secondo gli studiosi andrebbe identificato con un uomo d’affari, attivo in particolare nella lavorazione dell’oro[33]. Unico aspetto di qualche interesse di questa missiva, oltre al fatto di essere stata scritta da Tiberiano, è il fatto che l’uomo riferisca che suo figlio Claudio Terentiano crebrum salutat[34], segno questo che anche Claudio era in rapporti stretti con Longino Prisco.

Altro documento interessante, soprattutto in un possibile confronto con la documentazione cinese è P.Mich.VIII 477, scritto invece in greco, nel quale Claudio Terentiano richiede al padre l’invio di nuovi calzari, in quanto gli altri sono logori per l’eccessivo utilizzo, poiché il soldato è impegnato a sedare una sommossa nella città di Alessandria[35]. Gli studiosi hanno affermato che la rivolta alla quale fa riferimento Claudio Terentiano sia la grande rivolta giudaica degli anni 115-117 d.C., che interessò non soltanto l’Egitto, ma anche la Cirenaica, Cipro, la Mesopotamia e forse anche la Palestina[36]. Anche nelle due missive cinesi sono, infatti, presenti brevi riferimenti ad alcune operazioni belliche che videro partecipi i due fratelli[37], che conquistarono alcune città ribelli, stessa missione in cui è impegnato l’esercito di cui fa parte Claudio Terentiano.

Nel papiro successivo: P.Mich.VIII 478, il soldato riferisce di essere stato ferito durante la repressione del tumulto e soprattutto di essersi ammalato[38], scusandosi con il padre per non avergli scritto nei giorni precedenti.                                                                             La rivolta giudaica degli anni 115-117 d.C. ha anche un’altra fonte eccellente: l’archivio dello stratego Apollonios del distretto di Apollonopoli-Heptakomia, ritrovato appunto ad Hermopolis e contenente numerose lettere che non solo riferiscono dati interessanti sulla rivolta, ma permettono di fare luce sulla famiglia di Apollonios e in particolare sulla madre Eudaimonis[39], sulle loro attività nella zona e anche sul periodo successivo alla rivolta. Vista la complessità ed estensione di quest’ archivio non è possibile darne in questa sede un resoconto esaustivo[40], ma è comunque utile almeno citare una lettera: C.P.J. II, 439, in cui uno schiavo di Apollonio chiamato Aphrodisios, scrivendo a Herakleios, riferisce che alcuni schiavi provenienti dal villaggio di Ibion gli hanno  comunicato che il suo padrone ha ottenuto una vittoria sui ribelli nelle vicinanze di Memphis, centro strategico della regione[41], nei primi mesi del 117 d.C.. Aphrodisios scrive la lettera per avere conferma della vittoria e poter quindi organizzare una festa in onore del suo padrone[42].

 

La documentazione romana: l’archivio di Flavio Ceriale e Sulpicia Lepidina

Dal forte di Vindolanda provengono molte lettere su tavolette lignee (la maggior parte frammentarie) di soldati romani stanziati in difesa della frontiera a nord dell’Impero. Questo forte si trovava sulla cosiddetta Stanegate, un’importante strada romana che correva dietro al Vallo di Adriano, fatta costruire probabilmente da Gneo Giulio Agricola tra il 60 e il 70 d.C.[43]. Da precisare che questo forte esisteva ben prima della costruzione del Vallo e prova ne sono proprio le lettere, inserite in cinque periodi cronologici che vedremo di seguito.

Questo sito è stato scavato fin dagli anni ’30 del secolo scorso da Eric Birley[44]; tuttavia le tavolette vennero recuperate dal figlio dal 1973 e successivamente trascritte, tradotte e pubblicate, grazie soprattutto al lavoro di Alan Bowman e J. David Thomas. I contenuti delle lettere sono sostanzialmente due: si va da questioni militari o amministrative da e verso i membri della guarnigione del forte stesso[45] o di altri forti disseminati lungo il limes; a questioni personali, tra familiari o amici. Vista la mole delle questioni trattate nelle lettere romane aventi come protagonisti i militari, abbiamo ritenuto opportuno soffermarci su alcune missive che possano favorire un proficuo confronto con le sole due epistole che sono state rinvenute in Cina fino ad ora.

Come ho scritto sopra le lettere sono state divise in cinque periodi cronologici[46]: dall’85 d.C. al 92 d.C., inizio costruzione del forte (periodo 1); dal 92 d.C. al 97 d.C., ampliamento del forte (periodo 2); dal 97 d.C. al 103 d.C., ulteriori ampliamenti (periodo 3); dal 104 d.C. al 120 d.C., dopo una pausa ci fu una rioccupazione del forte[47] (periodo 4); dal 120 d.C. al 130 d.C., costruzione vallo di Adriano (periodo 5). Le lettere che abbiamo deciso di prendere in esame appartengono al terzo periodo e fanno parte del cosiddetto archivio di Flavio Ceriale, il più esteso tra quelli ritrovati (comprendente circa sessantasei lettere), a cui abbiamo aggiunto la corrispondenza della moglie Sulpicia Lepidina.

Flavio Ceriale fu prefetto della Nona Coorte dei Batavi durante il periodo 3[48]. Dalle tavolette è emersa, oltre alle mansioni legate al suo ruolo, la sua vita sociale. C’è da notare come negli uomini in servizio fosse viva l’idea di solidarietà e cameratismo[49]. Secondo quanto scritto nelle tavolette, il passare tempo insieme, il fare visita ai “fratelli” ufficiali e alle loro famiglie[50], cenando con loro e condividendo le varie festività e ricorrenze religiose o personali, fu una parte importante nella vita di Ceriale.

Un parallelismo con le lettere cinesi possiamo già accennarlo: nelle lettere di e per Ceriale si può riscontrare un buon grado di alfabetizzazione (lessico ricercato e assenza di errori), sebbene ci sia, in alcune, la presenza di una mano diversa, probabilmente di uno scrivano al servizio dell’ufficiale (anche se è probabile che lo scrivano venisse interpellato solo quando occorreva una bella calligrafia[51]). Ciò nonostante si può rilevare un dato interessante: gli ufficiali menzionati nelle lettere trovate a Vindolanda (o comunque nelle coorti attestate in altri forti) nei vari periodi sono per la maggior parte Batavi, in particolare appartenenti alla nobiltà[52], anche se ormai cittadini romani di seconda generazione[53] e dislocati poi nei vari reparti ausiliari batavi lungo il limes.

Prima di addentrarci nell’analisi di alcune lettere, è bene precisare l’ottimo servizio di posta che collegava i vari forti e questi a tutta la provincia, nonostante non ci fosse tranquillità assoluta in quella zona[54] (questo dato, tuttavia, dà l’ennesima prova dell’efficienza del sistema romano soprattutto in periodi poco sicuri in province non del tutto pacificate e in cui, come in Britannia, non era ancora stato realizzato il vallo).

Come nelle lettere cinesi, anche in quelle romane abbiamo esempi in cui vengono richiesti dei beni e non solo per far fronte a fatti militari. Nella lettera n° 233 Flavio Ceriale scrive a Brocco[55]:

 

Flavius Cerialis Broccho suo salutem. Si me amas, frater, rogo mittas mihi plagas […]. […] fortissime frusta exercias.

“Flavio Ceriale a Brocco, saluti. Se tu mi vuoi bene, fratello, io chiedo di mandarmi delle reti da caccia […] e dovresti riparare i pezzi al meglio.”

 

In questo caso il bene sembra di poco conto, ma bisogna sottolineare il fatto che i due erano appassionati di caccia, sport molto in voga, praticato come una sorta di preparazione alle attività belliche[56], tanto tra le aristocrazie guerriere germaniche quanto tra gli ufficiali romani. Un altro dato significativo di questa lettera e di quelle che vedremo di seguito, è la presenza della parola frater (o frater carissime), che sottolinea un’amicizia profonda tra gli interlocutori, una fratellanza in armi che legava gli uomini ben al di là della comune appartenenza alla struttura militare.

La lettera n° 255[57] è particolare perché il mittente è un centurione, quindi un subalterno di Ceriale, il quale però, oltre a chiedere dei beni, scrive in modo molto amichevole e familiare:

 

[Cl]odius Super Ceriali suo salutem. [V]alentinum n(ostrum), a Gallia reversum, commode vestem adprobasse. Gratulatus sum per quem te saluto et rogo ut ea quae ussibus puerorum meorum opus sunt mittas mihi sagacia, sex saga [c.3 pallio]la septem tu[nicas se]x, quae scis certe hic me no[nrite impetrare, cum simus nona cusi etiam ad eo[rum translationes. Valeas domine frater carissime et [c.8]s  sime. Flavio Ceriali praef(ecto) a [C]l[o]dio Supero.

“Clodio Super al suo Ceriale, saluti. Sono stato contento che il nostro amico Valentinus, dal suo ritorno dalla Gallia, abbia debitamente approvato i vestiti. Ti saluto da parte sua e chiedo che mi mandi le cose di cui ho bisogno per i miei ragazzi, cioè, sei mantelli militari, sette cappucci, sei tuniche, che sai bene che non riesco ad ottenere qui, dal momento che siamo pronti per il trasferimento dei ragazzi. Prendo congedo mio carissimo signore e fratello e […]. Al prefetto Flavio Ceriale da Clodio Super”.

Questa lettera ci fornisce molti spunti: come abbiamo detto un linguaggio familiare, la menzione di un amico in comune (il cui destino è caro a entrambi) e la richiesta di beni, probabilmente per alcuni soldati che devono trasferirsi da un forte all’altro, forse per operazioni militari.

In un’altra lettera[58] un decurione prega Ceriale di ordinare e inviargli della birra per i suoi commilitoni. Nella lettera n°294, questa volta però tratta dalla corrispondenza di Lepidina, una donna (forse Severa la moglie di Brocco o una donna di nome Paterna) promette di portarle dei rimedi per la febbre, probabilmente dopo aver ricevuto una richiesta scritta dalla stessa Lepidina.

Come nelle lettere cinesi si fa riferimento a fatti militari, in una lettera[59] (la n°248) sempre rivolta a Ceriale, si può supporre un’operazione di guerra (purtroppo non specificata). I mittenti sono due: Brocco e Nigro[60].

 

Niger et Brocchus Ceriali suo salutem. Optamus, frater, it quot acturus es felicissimum sit erit autem quom et votis nostris conveniat hoc pro te precari et tu sis dignissimus consulari n(ostro) utique maturius occurres op<t>amus frater bene valere te domine […]. [Fl]av[io] Cerial[i [prae]f(ecto) coh(ortis).

“Nigro e Brocco al nostro Ceriale, saluti. Noi preghiamo, fratello, che quello che stai per fare possa essere più efficace. Sarà così infatti, dato che entrambi, in accordo con i nostri desideri, abbiamo pregato a tuo nome e tu stesso ne sei il più degno. Sicuramente incontrerai presto il nostro governatore. A Flavio Ceriale, prefetto di coorte […]”

Il carattere della lettera è familiare, infatti si parla di preghiere e speranze rivolte all’amico e fratello Ceriale. Forse vi è celato un possibile fatto militare: infatti si parla di qualcosa che si spera possa essere più efficace, forse un riferimento a una tattica fallita in passato, o una sortita al di là del limes. Le ipotesi sono molteplici[61] ed è verosimile pensare che Ceriale voglia proporre al governatore, forse in visita ai forti, ciò che i fratelli d’arme sperano funzioni.

Da altre lettere, sempre a carattere privato, trapela una sincera preoccupazione riguardo alla salute e alla fortuna del destinatario. Le parole usate sono indice di un rapporto stretto tra gli interlocutori e chiamano in causa anche la stessa moglie di Ceriale, probabilmente conosciuta a molti colleghi e sottoposti del nostro prefetto. A tal proposito ecco alcuni esempi:

Lettera n° 247[62]:

[…] Lepidinam tuam a me saluta vale mi domine frater karissime. Flavio Ceriali […].

“[…] Salutami la tua Lepidina. Possa tu stare bene mio signore e carissimo fratello. A Flavio Ceriale […]”.

Lettera n° 260[63]:

“[…] Ho il grande piacere di riportarti notizie. Io prego, mio signore e fratello, che tu possa godere di buona salute e della miglior fortuna. Salutami il nostro amico Vindice e i tuoi ragazzi. A Flavio Ceriale prefetto di coorte. Da Giustino suo collega”.

 

Una precisazione: la parola pueros potrebbe significare sia bambini che soldati (di Ceriale). Non ci sono dubbi infatti della presenza di bambini[64] nel praetorium lungo tutta la durata dell’incarico affidato a Ceriale.

L’ultima lettera[65] che abbiamo deciso di analizzare fa parte della corrispondenza di Lepidina ed è probabilmente il documento più bello tra quelli ritrovati a Vindolanda. Si tratta di un invito che Severa invia a Lepidina per un’occasione speciale:

Cl(audia) Severa Lepidinae [suae [sa]l[ut]em. Idus Septembr[e]s soror ad diem solemnen natalem meum rogo libenter facias ut venias ad nos iucundiorem mihi [diem] interventu tuo factura si […]. [c. 3]s Cerial[em t]uum saluta Aelius meus et filiolus salutant sperabo te soror vale soror anima mea ita valem karissima at huae. Sulpiciae Lepidinae Cerialis a S[e]vera.

“Claudia Severa alla sua Lepidina, saluti. Il terzo giorno delle idi di settembre (giorno 11), per il giorno in cui si festeggia il mio compleanno, ti invito di cuore a venire da noi, sorella mia, per rendere ancora più felice la mia giornata con la tua presenza. Saluta il tuo Ceriale, il mio Elio (Brocco) e il nostro figlioletto lo salutano. Ti aspetto, stammi bene, sorella, anima carissima, così come mi auguro di star bene io e addio. A Sulpicia Lepidina, moglie di Ceriale, da Severa”.

Una prima comparazione con le lettere cinesi è l’uso di un lessico e di un tono molto familiare e intimo, sebbene le due donne non avessero legami di sangue. Un ulteriore confronto con le lettere orientali (databili in un periodo in cui vi è instabilità e stato di guerra) è forse azzardato, ma vale la pena proporre un’ipotesi. Le due donne appaiono legate da un’amicizia profondissima, furono costrette a vivere in un luogo difficile, pericoloso ed estraneo al loro mondo d’origine[66] e probabilmente hanno cercato un sostegno forte l’una nell’altra. Forse proprio le circostanze esterne[67] (incursioni barbare, provincia ancora da assestare e in via di romanizzazione) le hanno portate a fare fronte comune al fato avverso che le costrinse a trovarsi agli estremi confini dell’Impero.

Ulteriori epistole latine: le lettere di Aurelio Polion, di Barsabbathas e del “romano Apione”

La missiva: P. Tebt. II 583, proveniente sempre dall’Egitto e precisamente da Tebtynis, fu ritrovata durante la spedizione archeologica guidata dall’egittologo Bernard Pyne Grenfell e dal papirologo Arthur Surridge Hunt alla fine del XIX secolo. Il mittente della missiva è Aurelio Polion, che aveva lasciato l’Egitto per intraprendere la carriera militare ed era stato inviato in Pannonia, luogo di stanziamento della legio II Adiutrix. Gli studiosi hanno proposto di datare la lettera nel III secolo d.C., giacché alla linea 22, viene nominato un ὑπατεικοῦ, cioè un magistrato con potere consolare, in quanto prima del 214 d.C. la legione era comandata da un governatore di rango pretorio, mentre appunto dopo tale data, la legio I Adiutrix e la legio II Adiutrix, furono poste sotto il comando di un proconsole[68]. Nella missiva, rivolta al fratello Heron, alla sorella Ploutou e alla madre Seinouphis, Polion lamenta di non ricevere più notizie dai suoi familiari, che non rispondono alle sue lettere; com’è stato giustamente rilevato: “Relations were strained, and Polion seems to regret having departed from them”[69]. Ecco il paragone più evidente con la documentazione cinese; anche la seconda lettera cinese evidenzia che nella famiglia del soldato vi erano stati dei dissapori, che al momento della stesura della missiva parrebbero risolti[70]. Ultimo elemento interessante da sottolineare è il fatto che Aurelio Polion affidi la sua missiva ad un veterano chiamato Acutius Leon, piuttosto che affidarsi al servizio postale statale.

Altra epistola interessante, soprattutto in quanto testimonia la mobilità dei soldati in età romana, è P.Berol. 21675[71], rinvenuto sempre in Egitto e databile al II secolo d.C.. Un anonimo soldato stanziato ad Alessandria scrive alla madre per sapere come sia andato il suo incontro con l’archidicaste di Memphis. Vista l’importanza dell’informazione, chiede alla madre di rispondergli subito, anche perché sta per essere trasferito dall’Egitto in Mauritania, cambiamento di sede che pare non fosse atteso dal militare[72].

Oltre all’Egitto, altra località che ha restituito un numero consistente di papiri di età romana è la città mesopotamica di Dura Europos (oggi situata in Siria nei pressi del villaggio di Salhiyah), scoperta e attentamente scavata negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso[73]. La maggior parte dei papiri ritrovati sono inventari di soldati o rapporti di militari rivolti ai superiori e soltanto P.Dura 46, presenta qualche affinità con le due lettere cinesi. In questo papiro, purtroppo molto lacunoso, il soldato Barsabbathas da Antiochia in Siria  invia la lettera al Heliodoros centurione di stanza a Dura Europos, raccontando le sue avventure: riferisce di essere stato in una località detta Βηχχουφρεὶν, non meglio identificata, rimanendo lì stanziato per qualche tempo con la sua famiglia, mentre in seguito sembra aver lasciato l’esercito, secondo i commentatori, in modo poco onorevole[74]. Come già riferito il papiro è purtroppo molto lacunoso nella seconda parte, dove sono per due volte menzionati τῶν βαρβ̣άρων[75], che sono però difficilmente identificabili con certezza; vista la zona si è pensato a Parti o Persiani[76].

Infine, è giusto riferire brevemente di un interessante papiro scritto nel II secolo d.C. in greco, ritrovato a Filadelfia in Arsinoite, ma stilato a Miseno, in Campania, luogo dove era stanziata la Classis Misenensis, la flotta più importante dell’impero romano. In BGU II, 423 il marinaio Apione scrive al padre Epimaco riferendogli di essere arrivato sano a salvo in Italia e di aver ricevuto dall’imperatore tre pezzi d’oro come rimborso per le spese di viaggio, il cosiddetto viaticum[77]. L’elemento più interessante della missiva è che alla fine Apione scrive queste parole: ἔστιν μου ὄνομα Ἀντῶνις Μάξιμος. Questo elemento è di estrema importanza poiché pone l’accento sul fatto che il soldato non era un cittadino romano prima di arruolarsi nella Classis Misenensis[78]. Tale precisazione è utile per sottolineare un punto di divergenza non solo tra l’impero romano e l’impero cinese, ma tra Roma e tutti gli altri stati antichi e moderni: la nozione di cittadinanza romana, che individua un gruppo di persone che godono di diritti superiori al resto della popolazione. Questo permette allo stato romano, fin dalla prima età repubblicana, di assorbire al suo interno le élite prima italiche e poi provinciali e garantire quindi un notevole ricambio ai vertici dello stato. Nessun altro stato nella storia potrà vantare un simile concetto di cittadinanza, che porterà lentamente al potere imperatori di origine non italica e soprattutto ad estendere a tutti gli abitanti dell’impero la cittadinanza romana, cosa che, almeno teoricamente, garantirà la parità giuridica tra vincitori e vinti. Ed è questa particolarità della Roma prima repubblica e poi imperiale che, a parere di molti studiosi, ha costituito la forza e la grandezza di questa civiltà durata più di un millennio.

 

Conclusione

Al termine del lavoro di ricerca condotto è stato possibile notare numerose affinità tra le lettere cinesi e la documentazione romana, soprattutto grazie all’analisi degli archivi di Claudio Tiberiano, dello stratego Apollonio, di Flavio Ceriale e di Sulpicia Lepidina, moglie di quest’ultimo. Le epistole occidentali di cui si è dato un breve commento mostrano che la preoccupazione per i parenti lontani è qualcosa che va al di la della cultura e del periodo storico. Molto più interessante è stato notare le somiglianze per quel che riguarda i fatti d’armi, anche se purtroppo la documentazione cinese in questo senso è meno approfondita di quella romana. Altro parallelo estremamente interessante emerso è la grande efficienza dei due sistemi di trasmissione postale, il cursus publicus romano e il suo omologo cinese: se nelle lettere cinesi ciò è solo supposto, nella documentazione latina è invece evidente, soprattutto nella corrispondenza rinvenuta a Vindolanda e nell’archivio di Claudio Tiberiano. È stato altresì notato che in entrambi gli imperi i soldati erano abbastanza istruiti, anche se in ambito romano era molto comune affidare la stesura delle missive a scribi professionisti, che quindi non permettono di valutare appieno il livello di alfabetizzazione dei milites romani. L’archivio di Tiberiano mostra che l’uomo era molto più abile nel comporre in greco, a differenza del figlio che evidentemente preferisce esprimersi in lingua latina.

Note

[1] WILKINSON, 2000, pp. 780-807, il quale fornisce una lista di fonti letterarie ed archeologiche del periodo Qin-Han.

[2]  GIELE, 2015, pp. 403-404.

[3] GIELE, 2015, pp. 456-464. Per la traduzione delle lettere, si fa riferimento alla versione riportata nel testo.

[4] I, l. 3:” How is mother?” II, ll. 1, 3: “[…] How is mother?”; […] Is mother healthy and well?”. Nel commento alle lettere tradotte in inglese non sono segnalate le linee: perciò si indicherà l’epistola e la riga corrispondente.

[5] I, ll. 17-28: ”[…] Have you heard whether Wang De is alright? Has he told Xiag Jiajue or not? The letter and clothes go to the Southern Army, not…or not? Give Auntie, sister Kangle, aunt Gushu, and the other relatives…our best regards…Give sister at the eastern wing our best regards. Is she alright? Give young Ying Fan our best regards. What about that thing? Is it settled? Give Lü Ying from Xiyang and old Yan Zheng from Bing Neighborhood our best regards. How are they?…Jing gives Xinfu and Wan his best wishes. How are you? Xinfu, do your best to look after [my] parents. Don’t give…give your best.”.

[6] II, ll. 9-12: ”To Xinfu and Wan my very best wishes. How are both of you? Xinfu, do your best to look after the two old [old parents]…because I am far from home. You, Zhong, should teach Wan well, tell her not to dare go too far away, like when she’s gathering firewood; and Zhong, let…[…].”

[7] I, l. 6: “Send me [i.e., Heifu] cash, do not bring summer clothes. […]”.

[8] II, ll. 5-8: “Could mother please send five or six hundred cash and double-layered cloth, fine one, mind you, and no less than twenty-five feet [long]…use the cash from Yuan Bo! If you really don’t send it, I will just die. It is very, very important!”.

[9] I, l. 1:” 2nd month, cycle day 18. […]”.

[10] I, ll. 12-13.

[11] II, ll. 20-21.

[12] SABATTINI e SANTANGELO, 2004, p. 93.

[13] YATES, 2011, pp. 360-364. Lo studioso osserva che in un’altra lettera privata del periodo Han, ritrovata a Xuanquan, sia attestato l’intervento di uno scriba professionista, di nome Zifang, richiesto dall’autore dell’epistola, Yuan.

[14] Le due lettere sono state tradotte in lingua inglese e commentate da: GIELE, 2015, pp. 456-464.

[15] STRASSI-ZACCARIA, 2008, p.2; come sottolinea giustamente l’autrice, è bene precisare che Karanis è stata un vero e proprio centro urbano (all’interno del quale devono essersi stabiliti molti cittadini romani) e non una semplice κώμη, come per lungo tempo si è pensato; p.3.

[16] Da interpretare probabilmente con una casa, che come già riferito, era abbastanza estesa e si sviluppava su due piani, cosa che ovviamente testimonia lo status medio-alto dei suoi abitanti; STRASSI-ZACCARIA, 2008, p.5.

[17]    Sei scritte e in latino e nove in greco, le quali “constituent de précieux documents, tant sur le latin parlé en Égypte au début du IIe siècle, que sur le quotidien et l’ordinaire d’un soldat de l’armée d’Égypte”; BRIVILLE, 2014, p.92. È importante precisare che Claudio Tiberiano sia molto più abile quando deve comporre in lingua greca, e differenza del figlio che pare invece essere più a suo agio con il latino.

[18] BRIVILLE, 2014, p.92.

[19] P.Mich.VIII 467, ll. 3-4; nelle lettere cinesi questa tematica è presente nella prima lettera a l. 3, nella seconda alle ll. 1-3.

[20] P.Mich.VIII 467, ll. 8-9; precisamente sulla liburna Neptunus come riferisce alle linee 25-26; è anche interessante notate che l’uomo avrebbe preferito diventare un legionario e si lamenta con il padre che il suo amico Marcellus quoniam nihil mihi pro dis fuerunt nisi verba; non lo avrebbe cioè raccomandato per permettergli di arruolarsi come legionario: ll.15-17.

[21] Nemimem habeo enim karum nisi secundum deos te; traduzione di STRASSI-ZACCARIA, 2008, p.17; altra ottima traduzione in lingua francese è data da: BRIVILLE, 2014, pp.95-96.

[22] P.Mich.VIII 467, ll. 19-25; nelle linee successive è interessante evidenziare che oltre alle richieste il soldato afferma di aver inviato al genitore due anfore contenenti olive.

[23] Per un dettagliato resoconto sulla questione, che non è possibile trattare diffusamente in questa sede, si veda: STRASSI-ZACCARIA, 2008, pp.113-123; è comunque evidente la devozione di Claudio Terentiano verso il “padre e signore”, come è possibile anche notare in: P.Mich.VIII 476, l. 5; P.Mich.VIII 477, l. 5 e P.Mich.VIII 478, ll. 5-6; in cui riferisce di compiere ogni giorno atti di devozione a Serapide in suo onore.

[24] STRASSI-ZACCARIA, 2008, p.19.

[25] P.Mich.VIII 468, ll. 4-5.

[26] P.Mich.VIII 468, ll.12-20.

[27] Nella prima lettera cinese infatti i soldati chiedono che gli siano inviate “summer clothes”, come riferisce Enno Giele nella sua traduzione: GIELE, 2015, p.460. Nelle seconda lettera sono invece richiesti, oltre ad una grande quantità di denaro, “double-layered cloth”; GIELE, 2015, p.463.

[28] STRASSI-ZACCARIA, 2008, p.23 n.33.

[29] “Qui però non si ottiene niente senza denaro e nemmeno le lettere di raccomandazione valgono nulla, se uno non si aiuta da solo”: traduzione di: STRASSI-ZACCARIA, 2008, p. 24.

[30] CAMPBELL, 1994, p.33; il quale cita come esempio anche una lettera dell’archivio di Crispino Ceriale ritrovato a Vindolanda: BOWMAN e THOMAS, 1983, pp. 126-32, n° 37; e un papiro ritrovato ad Ossirinco: P.Oxy. 1666.

[31] STRASSI-ZACCARIA, 2008, p.36 n.64; anche questa è stata redatta in latino ed è probabilmente una copia che lo stesso Claudio Tiberiano conservò per sé.

[32] P.Mich.VIII 472, ll. 1-2; anche in una lettera inviata a Flavio Ceriale dal decurione Masclus, ritrovata a Vindolanda e quasi contemporanea come datazione a P.Mich.VIII 472, è presente il titolo regi suo; BOWMAN, 2003, n°270.

[33] STRASSI-ZACCARIA, 2008, pp. 153-160.

[34] P.Mich.VIII 472, l. 23.

[35] P.Mich.VIII 477, l. 30.

[36] Per un’ottima ricostruzione delle rivolte giudaiche del 115-117 d.C., PUCCI, 1981; la quale ritiene che la rivolta si estese anche alla Palestina; pp. 104-119; di diverso avviso è: FIRPO, 1999, p.74.

[37] Com’è possibile notare nella prima lettera alle ll. 12-13, dove è riferito che furono impegnati nella difesa della città di Huaiyang e nell’attacco di altre città ribelli.

[38] P.Mich.VIII 478, ll. 9-15; è stato sostenuto che la malattia di cui parla Claudio Terentiano sia un avvelenamento collettivo, causato dal consumo di pesce avariato; STRASSI-ZACCARIA, 2008, p.56 n.98, dove si forniscono ulteriori precisazioni.

[39] Autrice di ben undici lettere, nove al figlio Apollonio e due alla figlia Aline; “Her letters are never conventional and commonplace: she always comes across as a strong personality, sure of herself and her bearing”; BAGNALL e CRIBIORE, 2006, p.139.

[40] Oltre all’ottima pubblicazione già citata: BAGNALL e CRIBIORE, 2006, che tratta dell’archivio di Apollonios alle pp. 139-163, i papiri di quest’archivio sono stati raccolti anche in: TCHERIKOVER e FUKS, 1960, pp.225-60 e in: KORTUS, 1999.

[41] C.P.J. II, 439, ll. 3-6; PUCCI, 1981, p.57, che fornisce ulteriori interessanti precisazioni.

[42] C.P.J. II, 439, ll. 8-9.

[43] CASCARINO, 2010, p. 166.

[44] BOWMAN e THOMAS, 2010, p. 5.

[45] BOWMAN e THOMAS, 2003, p. 49.

[46] BOWMAN, 1994, p. 13.

[47] BOWMAN, 1994, p. 13. Non siamo certi su questo periodo, sul perché fu forse temporaneamente abbandonato.

[48] BOWMAN e THOMAS, 1994, p. 199.

[49] BOWMAN, 1994, p. 83.

[50] MATTEONI, 2016, p. 103.

[51] A titolo di esempio si veda: BOWMAN e THOMAS, 2003, p. 200, n° 225.

[52] MATTEONI, 2016, p. 104.

[53] Quindi si può pensare a un soddisfacente grado di alfabetizzazione dovuto alla loro origine nobile e al loro accesso nell’ordine equestre già sotto Vespasiano. Egli infatti, dopo aver soppresso la rivolta Batava del 70, perdonò le coorti che si erano ribellate e concesse a molti ufficiali batavi (ma anche tungri) la cittadinanza romana. A ciò possiamo aggiungere che il nome Flavio, che ricorre molto tra gli ufficiali, deriva dalla gratitudine di questi verso il perdono imperiale e la concessione della cittadinanza.

[54] Alcuni forti, e forse anche Vindolanda, furono addirittura abbandonati nei primi anni del II secolo a causa di un’invasione dei Pitti.

[55] BOWMAN e THOMAS, 2003, pp. 49-50. Di Elio Brocco, che pare essere stato un ospite piuttosto abituale della mensa di Lepidina e Ceriale, sappiamo che era al comando del forte di Briga a ovest. Lo sappiamo perché Ceriale e la moglie gli fecero visita lì e alcune tavolette dimostrano come non solo la fraternità in armi sia sfociata in una sincera amicizia tra i due uomini, ma come anche Sulpicia e la moglie di Brocco, Claudia Severa, fossero legate da un’amicizia e un senso di vicinanza davvero forte.

[56] BOWMAN e THOMAS, 1994, p. 206.

[57] Per una disamina più esaustiva si veda: BOWMAN e THOMAS, 1994, pp. 224-227.

[58] BOWMAN, THOMAS, 2003, pp. 84-86. (n° 270). Interessante il fatto che il decurione definisce Ceriale col titolo di regi suo. Il titolo rex non si trova utilizzato in altre tavolette di Cerialis o di chiunque altro. È più probabile, tuttavia, che qui la parola significhi semplicemente patrono. Vi è un parallelismo, quasi contemporaneo e proveniente anch’esso da un contesto militare, una lettera da Claudio Tiberiano a Longino Prisco domino et regi suo, si veda: P. Mich. VIII 472.

[59] Per una disamina più esaustiva si veda: BOWMAN e THOMAS, 1994, pp. 219-220.

[60] BOWMAN e THOMAS, 2003, pp. 49-50. Viene citato in occasione di alcune cene organizzate da Ceriale e sua moglie e, insieme a Brocco, è il fratello d’armi più presente nelle lettere. Probabilmente si tratta di Valerio Nigro, comandante di una delle coorti sulla frontiera (forse a Ribchester).

[61] BOWMAN e THOMAS, 1983, p. 102. Ci potrebbero essere stati occasioni di successo militare nel periodo in cui i romani furono impegnati nel ritiro dal sud della Scozia nei primi anni del II secolo.

[62] BOWMAN e THOMAS, 1994, p. 218.

[63] BOWMAN, THOMAS, 1994, pp. 233-234.

[64] BOWMAN e THOMAS, 1994, p. 234.

[65] BOWMAN e THOMAS, 1994, pp. 256-259 (n° 291). È lo scritto più antico di una donna a un’altra donna (caso unico) nella Britannia romana.

[66] MATTEONI, 2016, p. 116. Sulpicia era probabilmente figlia della piccola aristocrazia terriera gallo-romana della Belgica, mentre Claudia poteva essere di origine mediterranea, dato che il nomen del marito, Aelius, rimanda a una provenienza di questo tipo. Il nome Elio, riferito al dio del sole, era infatti diffuso specialmente sulle sponde orientali del mare interno e nella penisola iberica.

[67] Siamo in un periodo in cui il sistema di difesa in Britannia stava crescendo sempre più, fino alla completa costruzione del Vallo di Adriano. È ipotizzabile che vi sia, a inizio II secolo, una frontiera porosa e quindi non del tutto impermeabile alle incursioni delle popolazioni del Nord.

[68] ADAMSON, 2012, p.82.

[69] ADAMSON, 2012, p.80.

[70] Come si vede alle ll. 9-12.

[71] Noto anche con le sigle: BGU XV 2492 e P.Coll. Youtie I, 53.

[72] BRASHEAR, 1976, p.325; la lettera è anche tradotta e brevemente commentata da: CAMPBELL, 1994, p.89.

[73] Per i resoconti sugli scavi condotti nella località si veda: ROSTOVTZEFF, BELLINGER, BROWN e WELLES, 1929.

[74] BRADFORD-WELLES, FINK e GILLIAM, 1959, p.183.

[75] P.Dura 46, ll. 9 e 15.

[76] BRADFORD-WELLES, FINK e GILLIAM, 1959, p.183.

[77] BGU II 423, l. 2-10.

[78] CAMPBELL, 1994, p.14.

Scritto da Accardi Nicola, Copani Salvatore, Mugnaioni Pietro

 

Fonti: Adamson, Letter from a soldier in Pannonia, in Bulletin of American Society of Papyrologists, Ann Arbor, 2012; R.S. Bagnall, R. Cribiore, Women’s letters from Ancient Egypt, 300 BC-AD 800, Ann Arbor, 2006; A.K. Bowman, Life and letters on the Roman frontier, London 1994; (A cura di A.K. Bowman e J.D. Thomas), Vindolanda: The latin writing-tablets, London 1983; (A cura di A.K. Bowman, J.D. Thomas), The Vindolanda writing tablets, Tabulae Vindolandenses II, London 1994; A.K. Bowman, J.D. Thomas, The Vindolanda writing tablets, Tabulae Vindolandenses III, London 2003; A.K. Bowman, J.D. Thomas, The Vindolanda writing tablets, Tabulae Vindolanenses IV, London 2010; (A cura di C. Bradford Welles, R.O. Fink e  J. F. Gilliam), The parchments and papyri, New Haven 1959; W.M. Brashear, Soldier’s letter, in Collectanea papyrologica. Texts published in honour of H.C. Youtie, volume I, (a cura di A.E. Hanson), Bonn 1976, pp. 325-329; F.Briville, Lettres de soldats romains, in La lettre gréco-latine, un genre littéraire?, Maison de l’Orient et de la Méditerranée Jean Pouilloux, Lyon 2014, pp. 81-100; B.Campbell, The roman Army, 31 BC – AD 337, London 1994; Cascarino, Castra, campi e fortezze dell’esercito romano, Città di Castello 2010; G.Firpo, Le rivolte giudaiche, Roma-Bari 1999; E.Giele, Private Letter Manuscripts from Early Imperial China, in “A History of Chinese Letters and Epistolary Culture”, (a cura di A. Richter), New York 2015, pp. 403-74; Kortus, Briefe des Apollonios-Archives aus der Sammlung Papyri Gissenses: edition, Übersetzung und kommentar, Giessen 1999; Matteoni, Sul confine dell’Impero: Imprese militari e vita quotidiana dei soldati di Roma, Firenze 2016; Pucci, La rivolta ebraica al tempo di Traiano, Pisa 1981; (A cura di M.I. Rostovtzeff, A.R. Bellinger, F.E. Brown e C.B. Welles), The excavations at Dura-Europos: conducted by Yale University and the French Academy of inscriptions and letters, New Haven 1929; Sabattini e P. Santangelo, Storia della Cina, Bari-Roma, 1986; Strassi-Zaccaria, L’archivio di Claudius Tiberianus da Karanis, Berlin-New York 2008; (A cura di V.A. Tcherikover e A. Fuks), Corpus Papyrorum Judaicarum, Volume 2: The Early Roman Period, Cambridge 1960; Wilkonson, Chinese History, Cambridge 2000; R.D.S.Yates, Soldiers, Scribes, and Women: Literacy among the Lower Orders in Early China, in “Writing and Literacy in Early China. Studies from the Columbia Early China Seminar”, (a cura di L.Feng-D. Prager Branner), Seattle 2011, pp. 339-69.

I NEMICI DI AUGUSTO

“A Roma, tutto tranquillo: ricorrevano sempre gli stessi nomi di magistrati. I più giovani erano nati dopo la vittoria di Azio e anche la maggior parte dei vecchi nel pieno delle guerre civili: chi ancora restava che avesse visto la Repubblica?”

Tacito dipinge in questa maniera la situazione alla fine del Principato augusteo. Nullo adversante, senza opposizione alcuna, scrive all’inizio degli Annali (Ann, 1, 2). Un verdetto definitivo. La realtà fu ben più complessa, e per fare una analisi in prospettiva storica bisogna tuttavia fare alcune precisazioni a riguardo del concetto di opposizione e del contesto in cui veniva a svilupparsi.

Ottaviano, durante il Triumvirato, visse costantemente aspre conflittualità a livello personale e a livello sociale. L’ostilità per le procedure adottate per la sistemazione dei veterani in Italia e le costanti crisi di rifornimento alimentare di Roma possono riassumersi per esempio nello scontro che ha portato alla guerra di Perugia (41-40). Lucio, il fratello di Marco Antonio e console per il 41, proprio su questi potenziali focolari di insoddisfazione tentò di guidare una sorta di forza repubblicana avversa senza successo.

L’età delle guerre civili terminò con l’affermarsi di un sostanziale esaurimento della tradizionale dialettica politica: gli esponenti più irriducibili alla libertas senatoria erano di fatto morti o per le proscrizioni, o per le guerre contro i Cesaricidi, oppure per quelle contro Sesto Pompeo. I partigiani di Marco Antonio invece o si riconciliarono con il futuro Principe oppure semplicemente accompagnarono il loro leader nel medesimo destino.

Proprio per queste ragioni non si potrà mai parlare di autentica “opposizione politica”. La monarchia militare che si affermò in fondo fu anche il processo di più di un cinquantennio di esautoramento delle magistrature e dei meccanismi repubblicani. Una morte lenta e naturale.

Tuttavia se un’opposizione politicamente organizzata e di rilievo al regime di Augusto non ci fu, questo ovviamente non significa che non ci furono episodi di una certa rilevanza. Vi furono infatti tutta una serie di iniziative individuali senza un retroterra politico ma non meno pericolose e difficili da interpretare. Si ebbero anche una serie di manifestazioni di malcontento che interessarono in momenti diversi tutte le fasce della società tra cui l’esercito, i senatori, i provinciali e infine, la stessa famiglia di Augusto. Così pure ci furono autentiche cospirazioni.

A favore di Augusto, almeno inizialmente, giocò il fattore decisivo rappresentato dal senso di sollievo che percorreva il mondo romano e, in primo luogo, quello italico per la fine delle guerre civili. I sopravvissuti del partito senatorio come abbiamo anticipato erano pochi e non avevano la forza di costituire una alternativa reale. L’esigenza della pace rese assolutamente secondario il carattere del regime che l’avrebbe potuta garantire, dunque per molti il salvatore dello Stato rappresentò certamente anche il garante dell’equilibrio sociale.
Augusto con il suo governo non poté soddisfare le aspettative di tutti; tuttavia riuscì a non scontentare tutti contemporaneamente, cosa che gli consentì di controllare le forme di malcontento senza che queste si trasformassero in forma di opposizione organizzata.
Date queste premesse si può dunque comprendere che l’opposizione ad Augusto sia stata episodica, senza seguito, inefficace e molto limitata. Episodiche e limitate sì, ma con una gravità di volta in volta molto differente.

La radice in cui si sviluppò l’opposizione, di qualsiasi tipo, fu comunque una sola: la creazione e lo sviluppo in potenza del Principato.
Dopo Azio la prima indicazione di azione politica fu la rinuncia ad esercitare il potere in forme autocratiche. Ottaviano si presentò come un vindex libertatis facendo proprio il repubblicanesimo ideologico come motivo di propaganda senza tuttavia rinunciare alla propria posizione di dominio.
In questi termini doveva dunque mantenere un regime di ambiguità costante senza avere alcun modello di riferimento, stabilendo un nuovo tipo di relazione sia con le istituzioni repubblicane redivive che con il popolo romano, formalmente fonte unica di autorità.
La transizione tra l’esperienza autocratica del Triumvirato e la nuova realtà del Principato fu lunga ed elaborata. In poche parole la costruzione dell’Impero vero e proprio non si realizzò il giorno dopo la vittoria di Azio, ma attraverso una progressiva definizione dei rapporti che gli storici tendono a mappare nelle date 27, 23, 19, 18, 12, 4, 13 d.c.. Proprio intorno a queste date possiamo tracciare anche i più grandi pericoli personali per Augusto. Per semplicità d’esposizione abbiamo deciso di suddividere le varie opposizioni e cospirazioni in sottogruppi, che saranno: l’opposizione dei senatori, della plebe, e quella in seno alla famiglia augustea.

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L’OPPOSIZIONE DEI SENATORI

Dal punto di vista meramente politico, come abbiamo visto, non ci fu una tendenza repubblicana come quella dei Cesaricidi di solo vent’anni prima. E’ però da sottolineare che intorno alla factio augustea si era venuta a coagulare una coalizione molto eterogenea di persone dagli interessi diversi cui spesso è difficile attribuire motivazioni di ordine generale. Il potere di Augusto era prima di tutto un potere carismatico, personale, basato essenzialmente sui meriti civici e militari del salvatore dello Stato. Dunque, ed è la storia successiva della dinastia Giulio-Claudia che lo dimostra, un primato basato essenzialmente su un rapporto fiduciario di collaborazione tra l’élite ed il Principe. Questo rapporto di collaborazione fu proprio il primo ad essere sviluppato dal futuro Augusto, già nel 28 a.C. (prima dunque della famosa seduta del 13 gennaio del 27 a.C. in cui si ufficializzò il primo passo del Principato), attraverso un’operazione di revisione della composizione dell’ordo senatorius. Il numero dei Senatori durante le esperienze autocratiche di Cesare e dei Triumviri era aumentato esponenzialmente (dai 600 dell’epoca sillana agli oltre 900), dunque in modo eccessivo per il numero delle magistrature disponibili. Inoltre molti membri erano ancora legati a Marco Antonio, dunque potenzialmente eversivi. Era necessario, per porre una base affidabile al nuovo Stato, ristabilire una composizione qualitativamente e quantitativamente accettabile. Tuttavia, e lo vedremo tra poco, questa operazione non fu affatto semplice e per certi versi nemmeno completa. La procedura adottata per la prima selezione del 28 a.C., almeno nella versione che ce ne dà Cassio Dione, appare singolare perché presuppone una forma di autoselezione da parte dei senatori stessi. Attraverso l’assunzione della potestà censoria, mediante un’estensione dell’imperium consulare (dunque un potere straordinario), cercò di indurre gli antoniani superstiti a lasciare il senato in modo indolore: “li indusse a valutare la dignità della propria posizione, essendo coscienti di se stessi e della propria stirpe: in un primo momento persuase cinquanta di loro a ritirarsi volontariamente dal senato e in seconda battuta spinse altri centoquaranta senatori a seguirne l’esempio. Non tacciò alcuno di loro di ignominia ma si limitò solo a pubblicare la lista dei nomi del secondo gruppo; al primo gruppo, infatti, risparmiò il disonore dell’affissione pubblica per il fatto che i membri non avevano preso tempo e gli avevano obbedito istantaneamente, facendo così in modo di mantenere un certo riserbo”.

Insomma, già nella prima operazione si possono intravedere le reticenze che Ottaviano doveva affrontare nonostante i suoi ampi poteri.
Dopo la prima del 28, nel 23 Augusto ne avviò una seconda questa volta in conformità con la prassi repubblicana, tramite cioè dei censori eletti allo scopo. I prescelti erano due consolari di notevole rilievo politico, Munazio Planco e Paolo Emilio Lepido. Per ragioni che non siamo in grado di valutare, ma comunque rilevanti, l’operazione si concluse con un nulla di fatto. Il rinnovamento dell’assemblea ebbe effettivamente luogo nel 18 quando Augusto, rientrato dall’Oriente, procedette a una radicale revisione della composizione del senato, ancora in virtù del suo imperium consulare, riportando il numero dei componenti da 800 a quello di 600 previsto da Silla. Si trattava di fatto di un’epurazione, una scelta tale da suscitare risentimenti che il Principe aveva sicuramente messo in conto e che era determinato a sopportare. L’operazione però poté concludersi solo nell’arco di dieci anni e non raggiunse comunque l’obiettivo originario, che era quello di ristabilire il numero a 300.

Nei progetti di Augusto il senato doveva subire un depotenziamento politico in favore di un ruolo di collaborazione amministrativa. Ai senatori sarebbe stato dunque tolto capacità di iniziativa politico-legislativa in favore di un aumento delle funzioni istituzionali nelle province e nell’Urbe con i relativi oneri. Non tutti gli incarichi assegnati garantivano onori considerati all’altezza, prova ne è la difficoltà sempre costante di trovare giovani disposti a rivestire l’edilità ed il tribunato, cariche ambitissime in età repubblicana che non garantivano più fama e successo. Il compromesso augusteo, soprattutto all’inizio, può avere suscitato malcontento nei gruppi sociali che si sentivano penalizzati e aver di conseguenza provocato manifestazioni di dissenso. Episodio indicativo di ciò, anche se non definibile in toto come “opposizione”, è quello relativo all’istituzione del Prefetto Urbano. Augusto, impegnato com’era nelle difficili campagne militari in Spagna, aveva pensato di creare un magistrato permanente cui demandare il governo della capitale al suo posto. Si trattava essenzialmente della funzione svolta di fatto in precedenza da Mecenate ai tempi di Azio. Ed è notevole come, in questo caso, la scelta di Augusto, il senatore di antiche tradizioni Messalla Corvino, si sia rivelata infelice: Messalla rinunciò alla carica dopo soli sei giorni perché non la considerava degna del suo rango ed incivilis. I senatori conservavano dunque il potere di dir di no all’imperatore.
Mentre le magistrature inferiori e la cariche civiche subivano una carenza permanente di candidati, per la pretura ed il consolato vi era invece una lotta accesissima per l’accesso successivo alle ricchissime province disponibili. Questo agone politico si trasformò ben presto in episodi di corruzione e di ambizioni personali sfociate in tentativi di cospirazioni vere e proprie. Il caso di Egnazio Rufo può essere in questo emblematico. Rufo aveva cercato di acquisirsi popolarità, in qualche modo secondo la prassi tipica della tarda Repubblica, utilizzando la propria carica di edile per organizzare una sorta di servizio di antincendio. Nella sua smodata ambizione, nel vano tentativo di farsi eleggere console nel 19, dopo che era già abusivamente pervenuto alla pretura, senza rispettare né i limiti di età né gli intervalli temporali tra una carica e l’altra appena reintrodotti proprio per volere di Augusto, arrivò al punto di attentare alla vita stessa del Principe al suo rientro in città. Velleio Patercolo ci descrive così l’evento: “(…) osò chiedere il consolato per quanto fosse sommerso dal rimorso per tanti delitti scellerati, e il suo patrimonio non fosse nelle migliori condizioni della sua coscienza; riunita intorno a sé gente della sua risma, decise di togliere di mezzo Cesare per morire dopo colui, vivo il quale, egli non avrebbe potuto essere salvo.”. Altro caso, ben più grave per la relativa vicinanza all’imperatore, è quello di Licinio Varrone Murena, appartenente a una famiglia di antica nobiltà, cognato di Mecenate e console insieme al Principe, che si era contrapposto allo stesso Augusto in un processo contro il governatore di Macedonia resosi responsabile di un attacco senza autorizzazione alla tribù tracia degli Odrisi. Riprendendo Velleio Patercolo: “C’erano tuttavia alcuni a cui non piaceva questa situazione felice: infatti L. Murena e Fannio Cepione, pur essendo individui di carattere assai diverso l’uno dall’altro (perché Murena senza questo fatto avrebbe potuto apparire buono, mentre Cepione, anche prima, era di pessimo soggetto), avendo dato inizio ad un’intesa per uccidere Cesare, arrestati nel nome della legge, la violenza che avrebbero voluto recare, giustamente, lo dovettero subire”. Quest’episodio valeva come segnale d’allarme perché indicava come gli equilibri istituzionali potessero essere scossi da iniziative di singoli, appartenenti tra l’altro alla stessa cerchia degli amici del Principe. Murena, console ed amico fidato, fu probabilmente anche la causa di un raffreddamento dei rapporti anche con Mecenate, il quale avvisando la moglie della scoperta della congiura consentì alla fuga del cognato.
Altri casi importanti, con le stesse caratteristiche dei precedenti, furono per esempio le iniziative personali di Marco Emilio Lepido, figlio del triumviro, e del nipote del triumviro del 60, Marco Licinio Crasso. A Crasso, che nel 27 aveva celebrato il proprio trionfo quale vincitore dei Bastarni, Augusto aveva rifiutato il diritto di offrire gli spolia opima a Giove Feretrio. La causa della cospirazione sarebbe stata dunque legata ad un risentimento personale. Conosciamo anche il caso della congiura di Cinna Magno, di pochi anni successiva, che vide come protagonista il nipote di Pompeo. Essa è menzionata solo da Seneca e da Cassio Dione. In risposta a questi complotti, diversi già avvenuti comunque prima del 9 a.C., Augusto fece emanare nell’8 una disposizione che permetteva nei casi di maiestas la deposizione degli schiavi contro i propri padroni.

L’OPPOSIZIONE DELLA PLEBE

Augusto si presentava di fatto ancora al popolo di Roma come l’erede e il continuatore del patronato esclusivo che su di esso aveva esercitato Cesare. Persi i propri privilegi di natura politica, nel decadimento progressivo delle competizioni elettorali, il cittadino romano difendeva con tenacia le proprie prerogative di natura sociale ed economica e cercava chi facesse carico di tutelarle. Con la fine dell’età triumvirale era anche finito il regime della monarchia militare, dunque Augusto tentò anche in questo piano di avviare un nuovo rapporto non basato sui semplici donativi e sugli spettacoli organizzati. Il 23, con la rinuncia al consolato, è l’anno che diede avvio ad una crisi dei rapporti con la plebe, la quale avvertì questo atto come una sorta di forma di disimpegno nei confronti delle aspettative popolari. Augusto, consapevole dei contraccolpi negativi che la sua decisione comportava, decise di effettuare la cerimonia di deposizione al di fuori della città, sul Monte Albano. Nel 22, a fronte di una carestia, questa situazione di insoddisfazione esplose in tutta la sua portata al punto da dare avvio ad una serie di moti popolari che premevano unicamente con lo scopo di costringere Augusto ad assumere la dittatura in modo da preservare l’ordine della città. Alla fine Augusto rifiutò la dittatura ma assunse la cura annonae, provvedendo a risolvere i carenti rifornimenti alimentari della città attraverso le proprie risorse personali. Tumulti ed agitazioni si ripresentarono anche nel 19 e successivamente. Pur attraverso la loro sporadicità queste manifestazioni possono considerarsi il segno di una scelta politica costantemente caldeggiata dalla plebe, l’offerta cioè di un supremo potere che spezzasse gli equivoci di governo. I termini del conflitto in atto che investiva la concezione stessa del principato, paiono chiari nel resoconto di Cassio Dione, secondo cui il senato venne costretto con la forza dai moti alla nomina a dittatore poi rifiutata da Augusto. Il rapporto successivamente si rafforzò in linea con una più chiara costruzione istituzionale (già dal 19 di fatto i poteri di Augusto son pressoché definiti) ma rimase costantemente la tendenza della plebe a non accettare in toto il tentativo di compromesso con le altre istituzioni.

L’OPPOSIZIONE INTERNA ALLA DOMUS AUGUSTEA

Sicuramente più gravi ed inquietanti apparvero i casi che riflettono l’evoluzione del Principato augusteo e quella successiva dell’Impero. La dialettica politica per la gestione effettiva del potere sembra essere ristretta a personaggi che ruotarono attorno alla corte e ai congiunti del Principe stesso. Mi riferisco principalmente al circolo delle due Giulie, il quale entourage perseguì una linea politica molto differente dalle direttive augustee al punto da ideare tutta una serie di cospirazioni costantemente disinnescate in modo spesso violento. Il fulcro principale della discordia era principalmente legato alla successione dinastica, altro punto mai completamente regolato da Augusto e causa di future guerre civili.
Se per il Principe la successione poteva avvenire per cooptazione dall’esterno, in modo non strettamente dinastico, l’alternativa portata avanti dalle due Giulie si basava su una concezione divinizzata dell’Imperatore dai forti richiami orientali. La severità con cui fu punita la stessa figlia di Augusto, Giulia Maggiore, in ragione della sua immoralità potrebbe celare proprio la necessità di reprimere una congiura di palazzo. Il suicidio del figlio di Marco Antonio, Iullo, nel 2 a.C., è verosimilmente da ricondurre a questa ragione. Nell’ambiente di Giulia Maggiore tra l’altro erano presenti eredità antoniane: ben tre dei cinque adulteri di Giulia sono riconducibili a personaggi discendenti da Antonio. Questa tendenza orientaleggiante è spesso legata al viaggio compiuto da Giulia e da Agrippa (allora suo sposo e futuro successore al Principato) in Oriente nel 15-14. In questa missione diplomatica ci sono indizi delle tensioni sotterranee che rendono precari gli equilibri del regime augusteo. Dediche epigrafiche l’associano a una divinità, ad Afrodite a Mitilene, ad Artemide a Kos. E’ difficile immaginare che la cosa potesse meritare l’approvazione di Augusto. Le crescenti tensioni familiari, anche legate al successivo auto-esilio di Tiberio, portarono alla relegazione di Giulia nell’isola di Pandataria.
Punto di svolta, ed origine di altri futuri tentativi di colpi di mano, fu sicuramente la riorganizzazione dinastica nel 4 d.C. dopo la morte di Gaio Cesare e l’adozione di Tiberio, che a sua volta dovette adottare Germanico. L’eredità di sangue veniva dunque abbandonata scatenando le ambizioni in seno alla stessa famiglia.
Tra le congiure note abbiamo quella di Emilio Paolo, marito di Giulia minore, il quale dietro le quinte fece circolare apertamente e clandestinamente progetti rivoluzionari. Questo tentativo, disinnescato sul nascere, anticipò sicuramente le cospirazioni legate ad Agrippa Postumo (esiliato a Planasia nell’autunno del 7 d.C. nonostante un tentativo fallito del suo entourage di liberarlo e condurlo presso le legioni) e la stessa Giulia minore e Giunio Silano, condannati nell’8 d.C.
Processi e condanne portarono alla luce aderenti illustri in questi giochi di potere, tutti legati all’aristocrazia più vicina al potere imperiale e dunque dall’altissimo grado di pericolo.

Nella storia il Principato augusteo rimane come probabilmente il migliore ed il più equilibrato esercizio di potere dell’intera storia romana, eppure, come abbiamo tentato di mostrarvi, non mancarono i pericoli personali. Dovreste pertanto immaginare, andando oltre ai nostri spogli resoconti, i rischi fisici che poteva percorrere Augusto insieme ai suoi stessi collaboratori del potere, mentre si recavano al Foro durante le agitazioni della plebe, oppure ai dispacci intercettati che alludevano a progetti di colpi di stato. Insomma, l’esperienza augustea nella sua grandezza ci ha regalato l’immagine immobile e perpetua di un’alba grandiosa per l’intero mondo romano. Eppure la chiusura delle porte del tempio di Giano non furono così scontate, e le notti senza stelle per Augusto furono comunque molte.
Nell’ottobre del 13 ebbe luogo un episodio significativo quando Tiberio celebrò il proprio trionfo sulla Pannonia. A esso prese parte tutta la cittadinanza romana cui fu offerto un grande banchetto oltre che trecento sesterzi a testa. Prima di salire sul Campidoglio per dedicare a Giove la propria corona di alloro, Tiberio scese dal carro trionfale e si inginocchiò davanti ad Augusto. Era un segnale che tra il Principe e il suo successore regnava l’armonia. Nonostante i rischi ed i pericoli il Principato era salvo ed era pronto ad avanzare nel futuro.

Scritto da Giuseppe Giordano

 

Fonti: A. Marcone, Augusto, Roma, 2015; F. Guizzi, Il Principato tra Res Publica e potere assoluto, Napoli, 1974; M. Pani, Tendenze politiche della successione al Principato di Augusto, Bari, 1979; M. Pani, Continuità e trasformazioni fra Repubblica e Principato. Istituzioni, politica, società, Bari, 1991.

MAGGIORIANO: RITRATTO DI UN IMPERATORE FUORI DAL SUO TEMPO

Giulio Valerio Maggioriano, nelle fonti antiche chiamato anche Maiorano, Maiuriano o Maiorino, fu Imperatore della pars occidentalis dal 457 al 461. Al potere per pochi anni, per giunta in un periodo di facili stravolgimenti militari e politici, questo personaggio rappresentò una sorta di meteora, soprattutto in politica estera, ma anche in quella interna.

Non è questa la sede per argomentare ogni aspetto che conosciamo sulla vita di questo imperatore, tuttavia pensiamo possa essere una solida base di partenza per approfondimenti successivi.

Prima di tutto: quali sono le fonti antiche a nostra disposizione?

Il Chronicum di Idazio (vescovo del V sec. in Gallecia, autore di una cronaca dei suoi tempi);

Il Chronicum di Marcellino comes (storico bizantino del VI sec.);

De summa temporum vel de origine actibusque gentis Romanorum di Giordane, edito dal Mommsen, è una storia universale dalle origini al 547, con particolare attenzione al popolo romano;

De origine actibusque Getarum di Giordane anch’esso, è un compendio della storia dei Goti di Cassiodoro;

I Carmina di Sidonio Apollinare (nobile gallo-romano, funzionario, poeta e vescovo) costituiscono forse la nostra fonte principale, soprattutto il panegirico pronunziato a Lione dinnanzi allo stesso imperatore. Certo bisogna conceder molto allo stile enfatico e pomposo di Sidonio. Il suo panegirico, dice giustamente il Gibbon, contiene più artifizio che genio e più fatica che arte. Gli ornamenti son falsi e triviali, l’espressione debole e prolissa;

La Storia di Prisco di Panion (storico bizantino dell’epoca di Teodosio II) giunta a noi solo in frammenti e solo il numero 27 riguarda Maggioriano;

Il De Bello Vandalico di Procopio di Cesarea;

La Historia Chronike di Giovanni Antiocheno (monaco e storico bizantino del VII sec.) della quale ci sono rimasti solo frammenti; dei quali il 201, 202, 203 ci danno notizie realitive ad Avito e Maggiorano, notizie preziosissime poiché Giovanni Antiocheno trascrive, a parola, le sue fonti; per esempio la prima parte del frammento 203 è tolta di peso dal frammento 27 di Prisco.

Ci sono molte altre fonti in lingua latina e greca, ma i loro autori godono di poca autorità a causa di errori cronologici e perché considerati poco attendibili.

Maggioriano derivò il nome dal nonno materno che servì in Illiria sotto Teodosio I, col grado di magister militum; il padre si guadagnò una buona reputazione come amministratore della cassa militare in Gallia sotto Ezio. Seguendo la vocazione familiare anche il futuro imperatore militò sotto il generale Ezio, come amministratore e come soldato combattendo valorosamente contro i franchi, fino a quando non si ritirò in campagna. Riguardo a questo punto Sidonio ci parla di un allontanamento causato dalla gelosia della moglie di Ezio nei confronti del giovane; in realtà, probabilmente, venne allontanato per evitare che potesse imparentarsi con la famiglia imperiale: infatti Valentiniano III, nel 450, prese in considerazione l’idea di dare in sposa la propria figlia Placidia proprio a Maggioriano, al fine di rendere sicura e certa la successione e per evitare una nuova generazione di generali che miravano soltanto a controllare l’imperatore stesso. Ecco quindi che questo disegno cozzò con quello di Ezio, volendo anche lui legarsi alla famiglia imperiale.

Tornò dalla sua vita in campagna solo dopo l’uccisione di Ezio nel 454, per sedare i malumori delle truppe legate al generale e per assumere il servizio militare in qualità di comes domesticorum, ma l’assassinio di Valentiniano III nel 455 aprì una di quelle fasi di prolungata instabilità che erano endemiche nel sistema politico romano.

A questo punto Maggioriano sembrò un possibile candidato alla successione in quanto godeva del favore della vedova del defunto imperatore, Licinia Eudossia e, molto probabilmente, si sarebbe potuto assicurare l’appoggio dell’Imperatore d’Oriente Marciano.

Il trono invece andò al senatore Petronio Massimo, forse anch’egli implicato nell’uccisione del predecessore, che rimase al potere pochissimi giorni (forse 70): sotto la minaccia, poi concretizzata, del sacco vandalo di Roma (Genserico fu forse chiamato dalla stessa Licinia Eudossia, ora moglie di Petronio) l’imperatore cercò di scappare ma fu ucciso dalla folla di Roma in fuga e gettato nel Tevere.

Se Maggioriano ebbe delle velleità di succedergli al trono, queste furono frustrate dall’autoproclamazione ad augusto del nobile gallo-romano Avito, che oltretutto godeva del sostegno dei Visigoti. Solo pochi giorni dopo la sua nomina fu ratificata da un gruppo di aristocratici galli di Arles. Dalla Gallia Avito avanzò trionfalmente verso Roma, dove diede inizio ai negoziati per ottenere il riconoscimento di Costantinopoli. Nel mentre, i comandanti dell’esercito romano d’Italia, Maggioriano e Ricimero (generale goto sotto Ezio e anche lui effettivo detentore del potere negli anni ’60 del V secolo), spaventati dalla potenza militare che i visigoti misero a disposizione di Avito, lo accettarono come sovrano. Mentre i passati regimi si impegnarono a tenere a debita distanza i visigoti, ora questi si installarono come parte del corpo politico di Roma: per la prima volta nella storia un re visigoto svolse un ruolo di primaria importanza nella successione al trono imperiale.

L’ostilità nei confronti di Avito tuttavia avvicinò molto i due generali, i quali nel 456, visto il mancato appoggio dei visigoti ora impegnati in Iberia, voltarono le spalle all’imperatore. Il 17 ottobre dello stesso anno le truppe di Avito vennero sconfitte a Piacenza ed egli fu costretto a rinunciare al trono, venendo poi ucciso (forse da Maggioriano).

Una volta rimosso l’ostacolo, i due generali non seppero come muoversi. Il risultato furono 6 mesi durante i quali non esistette un imperatore. Costantinopoli fece quanto era in suo potere per promuovere la stabilità: nel caso di Avito, Marciano si rifiutò di concedere il suo riconoscimento; ma con Maggioriano le cose andarono diversamente: il 27 gennaio del 457 morì Marciano e gli succedette Leone I, il quale non scelse il nuovo imperatore d’Occidente, forse allo scopo di regnare da solo (una situazione simile accadde dopo la morte di Libio Severo, avvenuta nel 465: Leone attese due anni prima di nominare un successore, Antemio); Leone decise, però, di compensare in qualche modo Maggioriano e Ricimero: il primo fu infatti nominato magister militum patricius mentre combatteva i Marcomanni, il secondo magister militum (28 febbraio 457).

Il primo aprile del 457 Maggioriano venne acclamato Imperatore, sebbene si pensi che non sia stato ufficialmente installato fino al successivo 28 dicembre. Nell’indirizzo al Senato di Roma il nuovo sovrano si complimentò con Ricimero per il rango di patrizio e sulle monete i due imperatori vennero raffigurati fianco a fianco.

La prima iniziativa di Maggioriano fu quella di conciliarsi (o di intimidire) la potente e semi-indipendente nobiltà della Gallia, che era stata contrariata dalla caduta di Avito. Raccolse un numeroso esercito, composto di Alani, Svevi, Daci e di Rugi e marciò faticosamente durante la stagione invernale. Arrivato, trovò che la popolazione della Lugdunensis Prima rifiutava di riconoscerlo, d’accordo in questo con i Burgundi che disposero una guarnigione nella stessa Lugdunum. Ma Maggioriano costrinse alla resa la città e ne punì gli abitanti con l’imposizione di più pesanti tasse, che tuttavia vennero poi mitigate grazie alla mediazione di Sidonio Apollinare.

Ma il vero problema non fu tanto la situazione in Gallia, dove l’imperatore riuscì facilmente ad aver la meglio sull’aristocrazia gallo-romana (sebbene ci fu un tentativo di usurpazione da parte di un certo Marcello). Un’altra minaccia germanica al territorio romano veniva da Teoderico II, re dei Visigoti, il quale stava assediando Arelate. L’attacco imperiale scacciò i Visigoti dalla cittò, costringendoli a ritornare nella condizione di foederati e di riconsegnare la diocesi di Spagna, che Teoderico aveva conquistato tre anni prima a nome di Avito; l’imperatore mise il proprio ex-commilitone Egidio a capo della provincia, nominandolo magister militum per Gallias.

Dopo queste vittorie rimasero da affrontare i Vandali di Genserico. Che la loro eliminazione fosse la miglior risposta possibile ai problemi dell’occidente era un’impostazione già da tempo al vaglio di molti. L’unico altro regime occidentale che, dopo la morte di Ezio, avesse dimostrato una qualche bellicosità fu quello di Maggioriano. Ci è giunto un panegirico in versi che Sidonio pronunciò nel 458, mentre l’Imperatore si trovava a Lugdunum. Dopo il consueto sfoggio di superlativi a indicare che la benevolenza divina aveva ornato Maggioriano di tutte le qualità necessarie a un imperatore perfetto, la parola passa a Roma, rappresentata come dea armata nell’atto di difendere con fiero cipiglio il suo territorio. Tutto sembra scorrere liscio, fino a che:

“Improvvisamente l’Africa si gettò a terra, in lacrime, graffiandosi le guance brune. E chinando la fronte spezzò le spighe di grano che la coronavano, la cui fecondità era diventata per lei ragione di sventura. E così cominciò a parlare: Io, un terzo del mondo, sono ora sventurata per colpa della buona sorte toccata a un uomo solo. Quest’uomo [Genserico], figlio di una schiava, è sempre stato un ladro; ha annientato quelli che a buon diritto chiamavamo nostri signori e per molto tempo ha levato lo scettro barbaro sulla mia terra; cacciata via la nostra nobiltà, questo straniero non ama niente che non sia stolto”.

Comincia così un lungo appello a Roma affinché si svegli dal suo letargo e corra a raddrizzare i torti fatti all’Africa; Sidonio vi intercala la narrazione del marziale passato di Maggioriano, elencando ancora una volta le illustri credenziali che lo resero il più idoneo all’alto compito per cui venne scelto. Il discorso della dea si chiude con n folgorante ritratto di Genserico:

[…] egli sprofonda nell’indolenza e, grazie all’incalcolabile quantità d’oro che possiede, non tocca più oggetto che sua fatto di ferro. Il sangue ha abbandonato le sue guance; una pesantezza d’ubriaco lo affligge, una pallida mollezza si è impadronita di lui e il suo stomaco, appesantito da una ghiottoneria senza fine, non riesce più a liberarsi dalla flatulenza acida”.

Nonostante questa terminologia, le argomentazioni di Sidonio sono serissime. I tempi erano maturi perché Maggioriano vendicasse la sottrazione dell’Africa: “affinché Cartagine la smetta una buona volta di far guerra all’Italia”.

La dichiarazione d’intenti non potrebbe essere più franca e più diretta. Nessun autore di panegirici si è mai permesso di spiegare all’imperatore cosa dovesse fare, a meno che l’imperatore stesso non avesse già in mente di fare proprio quella cosa. Evidentemente a Sidonio venne detto che uno degli scopi del suo panegirico era di preparare i proprietari terrieri all’imminente guerra contro i Vandali.

I preparativi iniziarono nell’anno 458 e nel 461 tutto fu pronto: si diede inizio alla più importante spedizione militare e navale che l’Impero d’Occidente avesse intrapreso nel corso di molti anni, ma che tuttavia non sortì alcun effetto. Il piano di Maggioriano fu di ripercorrere con il suo principale corpo d’armata la rotta seguita dai vandali per le loro scorrerie e ricongiungersi con la flotta di ben 300 navi per poi sbarcare in Mauritania. Inizialmente tutto andò come previsto: Maggioriano e i suoi generali (Nepozioano e Sunierico) conquistarono buona parte della Spagna in mano a visigoti e suebi e l’imperatore raggiunse la Carthaginensis, per la precisione nella località di Lucentum, dove era attraccata la flotta. Nel frattempo Marcellino (magister militum per Illyricum, ex protetto di Ezio), raggiunse la Sicilia scacciando i vandali dalle loro roccaforti. Quello di rendere sicura la Sicilia era già un obiettivo in sé, ma probabilmente quella mossa servì anche a confondere Genserico sul punto da cui sarebbe partito l’attacco principale. Sentendosi ormai alle corse, il vandalo fece qualche gesto di apertura. Tuttavia Maggioriano lo respinse: investì troppo sulla spedizione per accontentarsi di un compromesso. Informato dei piani dell’imperatore, però, Genserico lo batté sul tempo: con una veloce incursione lunga la costa iberica, la sua flotta distrusse le navi allestite dai romani. Senza la flotta Maggioriano dovette tornare in Italia e accettare la pace e quindi la perdita definitiva dell’Africa e dalla Mauretania. Questo fallimento gli costò il trono e la vita. Il 2 agosto, mentre era ancora in viaggio sulla via del ritorno, Ricimero concluse che non era più utile, quindi lo fece arrestare e deporre e 5 giorni dopo fu giustiziato.

MajorianEmpire

È difficile sintetizzare le qualità di Maggioriano tenuto conto che Sidonio, sebbene genero di Avito, ne parla con tono grandemente adulatorio. È anche vero che intorno al nome di Maggioriano furono intessute molte storie fantasiose, come quando si disse che si recò a visitare Cartagine (con i capelli tinti per camuffarsi) allo scopo di rendersi personalmente conto delle condizioni esistenti nel regno vandalo (Procopio). Tuttavia la concordanza di Procopio con Sidonio secondo cui Maggioriano fu una sorta di compendio di tutte le virtù regali, lascia pensare che egli debba effettivamente essere stato un personaggio di grande autorevolezza.

Grande militare e teso a una politica estera aggressiva, promulgò anche molte leggi interessanti: 9 dei suoi provvedimenti (lunghi documenti che possono essere trovati in fondo al codice di Teodosio II) costituirono un serio tentativo di eliminare gli abusi; i provinciali oppressi si videro per esempio cancellati gli arretrati delle tasse, si riportarono in vita i “difensori delle città”, cioè i funzionari incaricati di rappresentare le lamentele delle popolazioni.

Operò in materia di politica sociale quindi ma anche in materia di politica fiscale e monetaria, grazie soprattutto all’appoggio dell’aristocrazia senatoriale, da lui considerata come appoggio imprescindibile nell’atto di cercare di riformare alcuni aspetti dello stato romano.

Un altro provvedimento legislativo fu quello inteso alla conservazione degli edifici pubblici di Roma. Promulgò infatti un editto con cui arginava il diffuso e crescente malcostume secondo il quale, anche con il consenso delle autorità, si praticava la demolizione di monumenti, da lui riconosciuti come degne testimonianze del passato, al fine di reimpiegare il materiale di spoglio nelle nuove costruzioni.

Anche se si rischia di esagerare esaltando le qualità di questo personaggio, non vi sono dubbi che fu un imperatore degno di Roma, ma in un periodo storico troppo controverso, difficile e troppo “stanco”. Divenne imperatore negli ultimi anni di vita istituzionale di questo Impero ormai morente (di vecchiaia).

Come scrisse forse con (troppo) entusiasmo Edward Gibbon, nella sua “Storia del declino e della caduta dell’Impero romano”:

“ [La figura di Maggioriano] presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l’onore della specie umana. […] Le leggi di Maggioriano rivelano il desiderio di fornire rimedi ponderati ed efficaci al disordine della vita pubblica; le sue imprese militari gettano l’ultima effusione di gloria sulle declinanti fortune dei Romani”.

Accardi Nicola

Fonti: A, Cameron, Il Tardo Impero Romano; L. Cantarelli, L’Imperatore Maioriano; C. Courtois, Les Vandales et L’Afrique; M. Grant, Gli Imperatori Romani; P. Heather, La Caduta dell’Impero Romano;  R. Rémondon, La Crisi dell’Impero Romano (da Marco Aurelio ad Anastasio).

 

 

 

 

 

LA NAVIGAZIONE INTERNA NELLA LOMBARDIA OCCIDENTALE IN ETA’ ROMANA

Quello della navigazione fluviale è un tema storico di fondamentale importanza, troppo spesso dimenticato e sottostimato, recuperato solamente di rado, quando – periodicamente – spuntano progetti più turistici che storici volti a riaprire “quel tratto là” di naviglio milanese o quando si decide di rimettere in funzione una qualche conca d’età medievale. Il tema non è “da poco”, le implicazioni sono praticamente sconfinate: se si indaga questo ambito, a cavallo tra tecnologia, infrastrutture ed economia, si va incontro alla scoperta – spesso stupefacente – di quanto tecnologicamente ed economicamente avanzato ed organizzato fosse il mondo antico, anche rispetto ai giorni nostri.

 

Un’origine remota

L’origine della navigazione interna – fluviale e lacustre – nelle terre insubri (l’odierna Lombardia occidentale, per i non addetti ai lavori) risale a ben prima dell’arrivo dei Romani nella zona, con le deduzioni di Cremona e Piacenza prima e la conquista di tutto il quadrante transpadano poi. Terra di acqua, la regione abitata da Insubri ed Orobi dovette probabilmente vedere i suoi bacini interni e i suoi fiumi solcati fin dalla mitica “notte dei tempi”. Con un po’ di ardimento si può risalire addirittura all’età paleolitica, quando gli abitanti della fascia pedemontana tra Varese e Lecco lasciarono tracce di insediamenti palafitticoli nelle cosiddette “aree umide” (si hanno testimonianze da Angera, Palude Brabbia(VA), Bosisio Parini (LC), Cuirone, Biandronno) che costellavano in numero ben maggiore rispetto ad oggi l’anfiteatro di colline moreniche che si estendono verso sud a partire dalle estreme propaggini delle Prealpi. A partire dal 9600 a.C. infatti, con la fine dell’ultima era glaciale e l’inizio dell’Olocene (la nostra era geologica), il clima da glaciale divenne temperato e poi caldo-umido, con le steppe postglaciali che lasciarono posto ad una vegetazione di latifoglie e a laghi di varie dimensioni e varia origine. In questo ambiente – assai diverso dal nostro – possiamo dunque collocare l’origine della navigazione interna: l’uomo paleolitico e mesolitico si insediò nelle suddette aree umide, che offrivano tanto protezione dalle insidie della terraferma (quali lupi ed orsi, attestati in certi casi fino al Medioevo), quanto sostentamento mediante pesca, piccola cacciagione e raccolta di vegetali palustri. Inevitabile pensare che quest’esigenza di protezione e questo stile di vita portarono gli uomini dell’epoca ad aguzzare l’ingegno, unendo insieme più tronchi fino a formare il cosiddetto “natante primigenio”: la zattera.

 

L’età preromana

Giungendo all’età storica preromana, sappiamo chele popolazioni locali d’origine celto-ligure percorrevano fiumi e laghi a bordo di zattere o barche evolutesi strettamente da questo tipo di natante. Lo storico patavino Tito Livio ci dà menzione dell’utilizzo di zattere da parte di altre popolazioni celtiche, questa volta non autoctone: nel libro V del suo “Ab Urbe Condita”, narrando l’invasione boica del nord Italia e il successivo insediamento degli stessi Boi nell’attuale Emilia-Romagna, espressamente fa menzione dell’attraversamento del fiume Po con delle zattere, “Pado ratibustraiecto”.

L’invasione celtica del IV sec. a.C (l’unica attestata archeologicamente: il racconto di Tito Livio riguardo ad un’invasione nel VI sec. a.C. è ad oggi da considerarsi non supportato dalle evidenze) portò alla fine – non violenta, nonostante il racconto di Plinio della distruzione della misteriosa Melpum – dell’esperienza commerciale degli Etruschi a nord del Po: l’arrivo dei Cenomani nell’odierna area del Bresciano provocò una graduale atrofizzazione degli empori commerciali sul Mincio con la conseguente ritirata degli Etruschi a sud del Po, dove i loro insediamenti, immersi ora in territorio boico, convissero pacificamente con i nuovi occupanti celtici. La fine dell’esperienza transpadana degli Etruschi e l’arrivo di Cenomani, Boi e Senoni, pur senza colpire direttamente le popolazioni golasecchiane (Insubri ed Orobi) cui gli invasori erano linguisticamente affini, provocarono comunque una crisi economica di grande portata, con la probabile sparizione della facies orientale golasecchiana (Orobi, od Orumbovii) ed una notevole contrazione dei centri urbani e protourbani. L’invasione celtica, esaurendo l’esperienza commerciale etrusca, recise infatti le radici della prosperità insubre, ossia i commerci fluviali che risalivano il Mincio su navi etrusche (e nel bresciano sono stati trovati monumentali banchine fluviali d’epoca etrusca) e poi percorrevano la direttrice terrestre pedemontana fino alle aree golasecchiane.

 

Le guerre gallo-romane

L’arrivo dei Romani in zona avvenne, per la prima volta, nel 223 e 222 a.C., quando prima Gaio Flaminio e poi Marco Claudio Marcello penetrarono nel territorio degli Insubri, alleati dei Boi contro Roma. Quest’ultimo, in particolare, inferse una pesante sconfitta agli Insubri, espugnandone la piazzaforte Acherra e la capitale Mediolanum. La guerra si concluse con la formale sottomissione di queste popolazioni a Roma e la deduzione delle colonie latine di Placentiae Cremona nel 218 a.C., piazzeforti gemelle ognuna dotata di 6000 coloni/soldati poste come sentinelle a presidiare la linea del Po. Non è un caso che le due colonie, poste a sole 15 miglia l’una dall’altra, fossero collocate allo sbocco nel Po dei fiumi Trebbia e Adda e non lontano dalla foce del Lambro, questi ultimi due rapide direttrici che conducevano al cuore del territorio insubre.

Dopo la Seconda Guerra Punica e gli strascichi delle Guerre gallo-romane che durarono fino al 189 a.C., Insubri e Boi – insorti contro Roma all’arrivo di Annibale nel 218 a.C. e pur accomunati tanto dalla tragica scelta di campo quanto dalla presunta affinità etnica – furono toccati da sorti completamente diverse. Secondo le fonti storiche coeve (nonostante alcuni indizi etnolinguistici ci portino ad essere cauti a riguardo) i Senoni vennero sterminati in quanto ritenuti responsabili del Sacco di Roma di due secoli prima, i Boi subirono lo stesso destino ed una parte di essi intraprese una migrazione “di ritorno” verso le loro terre d’origine (Boemia: si noti il nome), mentre gli Insubri… gli Insubri vennero perdonati. Qualunque fosse la motivazione – si parla di rispetto dell’autoctonia degli Insubri da parte dei Romani, come si ipotizza anche che, centuriato tutto il territorio in precedenza occupato dai Boi, Roma non avesse bisogno di ulteriori terre – gli Insubri divennero un popolo amico, poi alleato, quindi si romanizzarono culturalmente, vennero dotati di cittadinanza e, infine, normalizzati entro l’assetto dello Stato Romano con la concessione, nel 49 a.C., del plenum ius. Di lì a poco Augusto avrebbe eliminato la stessa Provincia di Cisalpina, ormai ridotta all’assurdo giuridico di essere una provincia abitata da soli cittadini di diritto romano. La Transpadana diede a Cesare le legioni per conquistare il Mondo, Cesare diede ai Transpadani la cittadinanza romana: è da questa storia di mutuo scambio, di cooperazione tra centro e periferia che nacque, per la prima volta nella sua ultramillenaria storia, l’Italia unita.

Con la municipalizzazione della Transpadana Roma iniziò (o meglio, accelerò: la riforma dello Stato può trovare le sue origini già in Silla) un’immensa opera di ristrutturazione del suo Stato: Roma cessò di essere una città-stato basata unicamente su sé stessa per divenire un Impero globale imperniato su una nazione a suo cardine. l’Italia tutta – romana, municipalizzata ad immagine e somiglianza dell’Urbe, politicamente molto autonoma al suo interno – divenne centro e cuore dell’Impero: è con Augusto che finalmente l’Italia divenne “padrona del mondo”, quella “donna di province” tanto rimpianta da Dante nella sua Divina Commedia.

 

La piena romanità

L’arrivo degli afflati della romanizzazione nelle terre insubri non fece altro che catalizzare il processo di crescita economica dell’intera regione – unica regione d’Italia ancora dotata di dinamismo e vigore economico, contro un sud che stava esaurendo definitivamente la sua forza propulsiva – al tempo stesso congelandone la struttura degli insediamenti umani dove erano presenti sì alcuni agglomerati di carattere urbano, ma circondati da un’infinità di piccoli e grandi villaggi. Questa distribuzione sparsa in piccoli centri permane ancora oggi nel territorio brianzolo, a fotografia di uno straordinario processo di assimilazione e condivisione. Dove arrivò Roma arrivarono nuovi commerci e questi commerci, in una regione ricca d’acqua quanto il territorio insubre, non poterono che essere soprattutto via nave.

Il Lario in età romana ebbe una rilevanza marginale nei traffici a lungo raggio: penalizzato dall’assenza di un collegamento funzionale con il sistema padano (l’Adda presso Paderno entra in una forra che ne interrompe la navigabilità) e meno comodo nel suo proseguimento alpino (Spluga, Maloggia/Maloja, Giulio/Julier e Settimo/Septimer) rispetto al Brennero e alla Via delle Gallie, fino al Tardoantico il bacino lariano rimase in ombra rispetto ad altre direttrici, tra cuiquella “cugina” del sistema Ticino-Verbano. Questo tuttavia non significa che il Lario non fosse solcato da natanti di ogni genere, tanto più che sulle sue sponde si affacciava la città di NovumComum, fondata da Cesare nel 57 a.C.: proprio a Como sono state rinvenute strutture portuali monumentali, nonché i resti di un naufragio d’età romana. Particolarmente interessante è quest’ultimo ritrovamento, riguardante una chiatta che trasportava un enorme blocco di marmo di Musso – ritrovato con ancora le stecche d’imballaggio in larice – in quanto ha consentito agli studiosi di confrontarsi e studiare le reali dimensioni di un natante da carico dell’epoca. Presso Chiavenna, terminale settentrionale del Lario, poche miglia a nord del porto di SummoLacu (Samolaco), è stata inoltre ritrovata un’anforetta contenenti “olive nere extradolci”: inevitabile pensare che fossero giunte fino a lì via lago, la direttrice più rapida, comoda ed economica.

Importanti, nel testimoniare questa “abitudine all’acqua” sono anche le menzioni epigrafiche presenti a Como: ben attestata epigraficamente (5 iscrizioni tra comasco e milanese, segno di una notevole potenza economica) è la corporazione dei nautae, così come è presente un’iscrizione votiva a “Nettuno e agli dèi acquatici”. Quest’ultima epigrafe votiva, al pari del ritrovamento di strumenti di pesca in una tomba a Colonno (CO) e alla menzione della pesca sul lago da parte di Plinio il Giovane, ci ritiene sempre più propensi a pensare che il rapporto tra abitanti ed elemento acquatico, sia per scopo di trasporto che disostentamento, fosse qualcosa di assolutamente ordinario nelle terre lariane.

Milano già in epoca Romana dovette possedere una sua “cerchia dei navigli”/fossa navigabile: in questa direzione vertono i ritrovamenti archeologici di ponti che attraversano tale fossa, oltre alla scoperta di strutture portuali presso San Giovanni in Conca ed alla presenza dell’Horreum della città immediatamente a sud dell’ingresso del Seveso nella conca cittadina. Il porto di Mediolanum doveva probabilmente essere quel “laghetto” poi prosciugato nell’800 per esigenze sanitarie data la vicinanza all’Ospedale Maggiore, rimasto nella toponomastica cittadina come “Via Laghetto”.

La cerchia navigabile, larga fino a 2 metri, era alimentata dal Seveso e dall’Acqualunga ed era collegata al Lambro dal canale artificiale della Vettabbia (dal termine latino vectare), a sud-ovest della città. Il Lambro, infine, menzionato da Plinio tra i fiumi di primaria importanza, era sicuramente navigabile fino al Po e – probabilmente – a settentrione fino al lago Eupilis, il grande bacino brianzolo oggi diviso in due diversi laghi, Alserio e Pusiano, proprio dal conoide alluvionale del Lambro, che ne fa anche da immissario. L’ipotesi è supportata dal fatto che in epoca antica tutti i fiumi italiani avevano una portata molto maggiore (di nuovo Plinio: in età romana erano navigabili moltissimi affluenti appenninici del Po e ben 5 fiumare calabresi), nonché dall’ipotesi del topografo Bosio circa la presenza di un servizio di trasporto pubblico (cursus publicus) sullo stesso fiume Lambro, segnato in rosso sulla Tabula Peutingeriana al pari di alcuni altri fiumi italiani.

 
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(Nell’immagine: TABULA PEUTINGERIANA)

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(Nell’immagine: CERCHIA NAVIGABILE DI MILANO)

Il tardoantico e il periodo bizantino

Con l’assurzione di Milano a Capitale Imperiale (286-402 d.C.) e la sempre maggiore instabilità e pericolosità delle popolazioni germaniche, il Lario acquisì una nuova e preponderante rilevanza strategica come direttrice sud-nord verso le Alpi. A più riprese il potere imperiale provvide alla costruzione dei cosiddetti claustra alpium, ossia coppie di fortilizi affacciati, col preciso scopo di sbarrare il passo ad eventuali scorrerie barbariche lungo le valli alpine dirette verso sud e dunque verso l’Italia. Scoperti e studiati soprattutto in Svizzera e nell’Istria, si ritiene – dato anche lo scopo di impedire incursioni sulla capitale imperiale – che ve ne fossero (o comunque, strutture simili) anche in territorio italiano ed in particolare sul Lago di Como: in quest’ottica – e funzionali a quest’esigenza difensiva sorta solo con il Tardoantico – possono essere viste le strutture fortificate rinvenute presso S.Maria Rezzonico (CO), Castelvedro di Dervio (LC), colle di S.Stefano di Lecco (LC) e Monte Barro (LC). In particolare si è ipotizzato che S.Maria Rezzonico e S.Stefano di Lecco potessero essere basi navali, vista la loro immediata collocazione in prossimità del lago. A Como con tutta probabilità venne istituito un distretto limitaneo incaricato della difesa verso le Alpi, che prese sotto diretta responsabilità tutto il bacino lariano: parte preponderante della strategia di difesa doveva essere affidata alla flotta stanziata a Como (una delle 4 in Italia) con scopi logistici e direttamente comandata dal Praefectus classis cum curis civitatis, come attestato nella Notitia Dignitatum.

Caduto l’Impero, queste infrastrutture difensive mantennero la loro importanza sia durante il dominio gotico che durante la breve parentesi di dominio bizantino. Soli 15 anni dopo la vittoria dei Bizantini sui Goti (Guerra Greco-gotica, terminata nel 553) l’Italia settentrionale dovette subite una nuova invasione, questa volta ad opera dei Longobardi. Francione, comandante bizantino rimasto sul Lario dopo la guerra gotica, guidò la resistenza contro i nuovi invasori e, forte tanto del sistema di fortilizi d’età romana quanto della flotta lacustre, resistette per ben 20 anni isolato nel distretto lariano, arrendendosi solamente nel 588. Significativa fu la scelta della sua ultima roccaforte, l’Isola Comacina, luogo che ancora oggi rivela vive tracce del suo glorioso passato: Francione, conscio dell’assoluto vantaggio tecnico-tattico delle sue residue truppe bizantino-lariane avvezze alla navigazione, scelse appunto come estremo baluardo l’unica isola del Lario e lì vi resistette per ben 6 mesi. I Longobardi, popolo per contro assolutamente privo di esperienza “marinaresca”, dovettero limitarsi ad assediare l’Isola dalla terraferma (Sala Comacina è di fronte all’Isola Comacina, Sala è tipico toponimo longobardo): tra loro e gli assediati c’erano solo poco più di 140 metri di distanza – un tratto di lago di meno di 3 vasche olimpioniche – una distanza tuttavia incolmabile senza un adeguato livello di preparazione tecnica alla navigazione.

 

Persistenza di strutture e terminologie navali antiche

Tale enorme mole di stratificazione storica ha lasciato tracce vive e “parlanti” sulla navigazione in ambito lacustre e fluviale e si palesa ancora oggi tanto nelle fogge materiali quanto nelle espressioni linguistiche. Nel dialetto laghée – troppo spesso considerato come un vernacolo contadinoprivo di interesse– si trovano, riguardo all’ambito della navigazione, espressioni derivanti dal latino e – sorprendente! – dal greco: guernacc (timone) dal latino gubernaculum; cumbàll (comballo: tipo di imbarcazione), trimiòn (scalmo) e naul (nolo) dai termini greci kymbalion, tremata e naulon.

Un tipo di barca diffusa sul Lario fino a non molti anni fa rivela, straordinariamente, come sia in realtà il frutto di oltre 2500 anni e più di evoluzione ininterrotta: la barca a “guscio cucito”, con fiancate appunto “cucite” al fondo mediante grosse graffe in metallo è figlia diretta di quelle zattere che videro i Boi varcare il Po nel IV sec. a.C. e che venivano utilizzate su laghi e fiumi dalle popolazioni del territorio un tempo golasecchiano.

 

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STEFANO MORGANTI

 

Fonti:

Bonino, La tecnica costruttiva navale romana: esempi e tipi dell’Italia Settentrionale

Bonino, Le costruzioni navali del Lario tra tardoantico e tradizione recente

Bonora Mazzoli, Le vie di comunicazione terrestri e fluviali

Bosio, La Tabula Peutingeriana

Caporusso, La situazione idrografica di Milano Romana

Fasoli, Navigazione fluviale: porti e navi sul Po

Gabba, I Municipi e l’età Augustea

Sena Chiesa, Il territorio di Comum: insediamenti, necropoli, popolamento

AA.VV., Carta Archeologica della Lombardia, voll. I, II, III e IV

 

Iconografia:

Barche lariane – http://www.cherini.eu/etnografia/Italia4/slides/049-Lago%20di%20Como%20-%20barca%20di%20Pescarenico.html

Cuciture – http://www.usderviese.it/varie/barche/metodocostruttivo.htm

Cerchia navigabile di Milano Romana – AA.VV., Milano Capitale Imperiale (286-402 d.C.)

Tabula Peutingeriana

CESARE SECONDO CESARE

“Consegnata ai consoli la lettera di Gaio Cesare, a mala pena, e per le pressanti insistenze dei tribuni della plebe, si ottenne da loro che venisse letta in Senato”

Si aprono così, in terza persona, mutili, senza alcun preambolo, i Commentarii di Cesare a proposito della guerra civile che lo ha visto vincitore su Pompeo.

Memorie, “perché agli scrittori non mancasse la conoscenza di eventi  così straordinari”.

Contemporaneamente però, sono qualcosa di più, ovvero una apologia, un’autodifesa per giustificare la decisione di portare le armi contro l’autorità costituita, contro il Senato di Roma. E’ il Cesare vincitore che sa di dover rispondere comunque delle sue azioni.

Come abbiamo detto, non c’è nessuna introduzione e non vengono illustrate le cause che scatenarono la guerra perché i destinatari erano stati a loro volta coinvolti in quel tipo di guerra domestica, attraversando i cuori e le anime non di nemici esterni ma di famiglie, amicizie, territori appartenenti al medesimo mondo.

Il De Bello Civili, questo resoconto suddiviso in tre libri nato dalla mente più controversa ed osannata di tutti i tempi, è per questo eccezionale.

Perché Cesare fu uomo, prima che politico, dominato dalle passioni e nel pieno della lotta non sempre riuscì ad afferrare la realtà oggettiva. Proprio per questo però, quest’opera induce a riflettere non solo sulla storia e la civiltà di Roma, ma anche sulla natura umana. E’ lo specchio di Cesare, di come vuole mostrarsi realmente, abbeverandoci dalla fonte primaria (lui stesso) senza passare per manuali e studi successivi.

Di questo parere è lo stesso Gundolf, un grande saggista tedesco: “come un Cesare o un Napoleone vuole apparire, così vede se stesso, e ciò che egli dice non è menzogna ed esibizione, ma espressione della sua stessa natura; pertanto anche lo stile di un poeta autentico non è un mezzo ornamentale, ma un prodotto dell’anima. Un uomo grande non può abbandonarsi a inganni meschini.”

Proprio per questo, dopo aver affrontato nei nostri precedenti articoli gli altri due protagonisti di quello che impropriamente viene definito “Primo Triumvirato”, abbiamo scelto quest’opera e nessun’altra.

Tema centrale di questo articolo sarà dunque l’analisi dello specchio di Cesare, di come voleva porsi a riguardo di tre tematiche principali: nei confronti delle istituzioni Repubblicane, nei confronti dell’esercito e nei confronti dei suoi nemici.

Prima di addentrarci in queste tematiche però ritengo sia necessario un piccolo riepilogo riassuntivo di ciò che effettivamente portò due straordinari uomini di Stato ad affrontarsi nella “guerra più sincera di tutte”.

La guerra fredda vinta da Pompeo

Carre di fatto portò al definitivo tracollo del Triumvirato. L’equilibrio non poteva reggere in una diarchia e la lotta al vertice era inevitabile.

I torbidi del 54 e del 53 favorirono Pompeo che ebbe mano libera nel perseguimento dei propri fini politici, soprattutto perché aveva creato con un colpo di genio dei pretesti che gli permettevano di avere una posizione di dominio nell’Urbe. Cesare era lontano da Roma, è un elemento che non deve sfuggire in questa analisi. Invece il suo rivale, sfruttando una crisi annonaria (che secondo alcuni studiosi fu abilmente manovrata a tavolino) ebbe la possibilità di governare la Spagna rimanendo comodamente in città, facendosi paladino dei problemi del popolo. Un piano per la risoluzione della crisi alimentare fu portata casualmente tre giorni dopo la sua nomina come incaricato speciale.

La morte di Clodio, esponente dei popolari e pedina in un primo tempo del Triumvirato, aveva di fatto creato il caos in città. Lo stallo era sempre più evidente perché le principali promagistrature erano occupate e ben pochi volevano rischiare di candidarsi al consolato, in quanto le spese per le campagne elettorali non avrebbero portato poi alcun arricchimento personale nel governo di province poco redditizie. Anche in questo senso, Pompeo si limitò ad osservare che le bande di Clodio e Milone creassero la situazione di pericolo pubblico necessaria per ottenere successivamente un potere straordinario. La strategia era dunque questa: incrementare una situazione di crisi per poi ottenere dei poteri speciali, mostrandosi però rispettoso delle istituzioni. Dunque nel 52, mentre Cesare era impegnato in Gallia nel domare l’insurrezione di Vercingetorige, per salvaguardare l’ordine pubblico, Pompeo venne nominato console senza collega. Era di fatto il preludio di una autentica monarchia. Restava però un ultimo punto da sistemare: l’eliminazione del rivale. Successivamente scelse come collega Metello Scipione, di cui aveva sposato la figlia, e fece votare una legge, con validità retroattiva, riguardante i brogli elettorali (lex de ambitu): si dovevano sottoporre a processo tutti coloro che erano incorsi in questo tipo di reato a partire dal 70, data che segnava non troppo casualmente il suo ultimo consolato (insieme a Crasso). Cesare, i cui brogli elettorali erano noti a tutti, doveva certamente aspettarsi un processo una volta scaduto il suo mandato. Contemporaneamente Pompeo, per mantenere il suo dominio extra italico (anche questo elemento non è da sottovalutare per l’andamento della futura guerra civile), ottenne una proroga del suo governo in Spagna per altri 5 anni, mentre l’incarico in Gallia di Cesare sarebbe terminato nel 49. Cesare era in uno stallo politico: la sua unica salvezza era rivestire il consolato, ma non poteva presentare la propria candidatura senza essere presente nell’Urbe, lo vietava la legge. Tentò così di indurre il collegio tribunizio a chiedere l’approvazione di un plebiscito che gli avrebbe consentito di partecipare alla gara elettorale pur essendo assente da Roma. Questo gli avrebbe permesso momentaneamente una proroga del suo imperium proconsolare, oltre la scadenza fino alla durata delle elezioni.

Pompeo vanificò il suo tentativo tramite una legge sulle candidature, escludendo la presentazione di domande da uomini fuori dall’Urbe. L’anno successivo, il 51, furono eletti consoli altri due senatori ostili a Cesare. Il Senato ammise che il problema della successione al governo della Gallia poteva essere trattato solo dopo il primo Marzo 50. Contemporaneamente però Pompeo fece approvare una legge per cui un magistrato non poteva sperare nell’assegnazione di una provincia prima che fossero trascorsi cinque anni dal suo ultimo mandato. Cesare, in evidente svantaggio dal punto di vista clientelare nella composizione del Senato rispetto al suo rivale, riuscì ad attrarre nella propria orbita Marco Scribonio Curione, tribuno della plebe, fino a quel momento accanito sostenitore degli ottimati, mediante il pagamento di tutti i suoi debiti. Il tribuno, valendosi del diritto di veto, impedì che il Senato votasse altri gravi provvedimenti contro Cesare, sostenendo peraltro la proposta di far deporre contemporaneamente il comando dei rispettivi eserciti mediante la rinuncia ai proconsolati di Spagna e Gallia. I senatori però approvarono solo il richiamo di Cesare, non quello di Pompeo. A questo punto Curione, per l’ennesima volta, utilizzò il suo veto contro questa decisione, chiedendo di votare senza alcuna distinzione di richiamo. Il tribuno della parte pompeiana si oppose applicando il veto. Le fazioni avevano dunque preso il sopravvento sulla vita politica e all’interno dello stesso Senato.

Un senatoconsulto impose a ciascuno dei due rivali di consegnare una legione per il pretesto del pericolo partico. Questa soluzione in realtà era di fatto l’inizio della preparazione della guerra da parte di Pompeo perché nel 53 aveva dato in prestito a Cesare una legione per combattere contro gli Eburoni. Così Cesare perse due legioni per ottemperare ai decreti del Senato.

Le elezioni del 50 videro una ennesima sconfitta della fazione cesariana: solo Marco Antonio e Quinto Cassio Longino diventarono tribuni della plebe. La situazione ormai era precipitata. Cesare, senza superare i limiti della sua provincia, si stabilì a Ravenna, causando preoccupazione nella fazione ottimata. Il console Marcello propone la consegna di due legioni di Cesare a Pompeo. Il veto opposto da Curione viene ignorato. Marcello consegna illegalmente la spada a Pompeo, ordinando gli di arruolare truppe per la difesa della Repubblica. Il tribuno Curione, scaduti i termini della sua magistratura, raggiunge Cesare a Ravenna. Le negoziazioni di quest’ultimo, a proposito di una proroga sul governo quanto meno della Cisalpina non vengono ascoltate.

A questo punto tenta l’ultima carta, una lettera-ultimatum: ritiro di Cesare e di Pompeo a vita privata; se il senato persiste nella richiesta di togliergli il governo delle sue province senza dargli nulla in cambio, Cesare si difenderebbe agendo di propria iniziativa senza curarsi delle autorità costituite.

Dopo accanite discussioni Scipione propone che Cesare sia dichiarato nemico pubblico qualora non si dimetta dal suo incarico entro il primo marzo. Il 7 gennaio viene nominato Lucio Domizio Enobardo come successore di Cesare al governo della Gallia Cisalpina. Antonio e Cassio lasciano Roma e riparano presso Cesare. Il Senato proclama il senatoconsulto ultimo e dispone che i consoli e Pompeo arruolino truppe in Italia per la salvezza della Repubblica.

Nei giorni 11 e 12 gennaio Cesare supera il Rubicone: “alea iacta est”, ha inizio la guerra civile. La guerra fredda, giocata sugli intrighi politici e le clientele, era stata persa. Ora non restava che affidarsi ai suoi soldati ed al suo genio militare.

CESARE NEI CONFRONTI DELLE ISTITUZIONI REPUBBLICANE

Il primo punto è anche quello più complicato. La sua vita termina con le Idi di Marzo, “Sic semper tyrannis!” sono le parole attribuite a Marco Giunio Bruto nel momento del suo assassinio. Si deve pertanto credere che Cesare, convinto fin dalla giovinezza della “fatalità della monarchia” (J. Carcopino), avesse pianificato la sua carriera progettandone le mosse? Oppure, di fondo realista ed opportunista, sia stato spinto dalle circostanze e dalla sua ambizione al potere autocratico?

Difficile dare una risposta netta soprattutto per il retaggio della tradizione storiografica e di fatto dello stesso specchio in cui siamo intrappolati noi stessi, che Cesare non abbiamo conosciuto ma ne abbiamo osservato da molto lontano le sue gesta in forma compiuta, determinata, definitiva.

Fino al 49 il suo principale sforzo fu comunque quello di evitare il ritorno alla guerra civile. Gli anni in Gallia comunque lo avevano cambiato, soprattutto perché gli permisero di guadagnare gloria ed indipendenza economica. C’è un limite però nelle nostre analisi, quello cioè di considerare la sua ascesa come un evento nuovo e straordinario e non, come si potrebbe, come un avvenimento in una sorta di continuità con il passato.

Quali esperienze precedenti conosciamo? Prima di tutti certamente Silla contro i Mariani al termine della guerra sociale. Ma anche il consolato di Pompeo e Crasso nel 70 si era di fatto risolto in una sorta di colpo di stato “soft”, con l’accordo concesso ai due di presentarsi alla magistratura senza aver di fatto le legali pretese. Dunque è da sottolineare come le istituzioni repubblicane fossero ormai in balia degli imperator, dei conquistatori, dei condottieri da almeno mezzo secolo. Cesare in questo senso non fu una novità.

Partiamo proprio dal libro I, al momento in cui, come ho ricordato all’inizio, viene di fatto letta in Senato la proposta epistolare di Cesare, e al contrario venga scelto di arruolare soldati in Italia per preparare la guerra.

“Si arruolano soldati in tutta Italia, si ordinano armi, si obbligano i municipi a fornire denaro e lo si preleva dai templi: tutti i diritti umani e divini sono sconvolti. Cesare, conosciuti questi fatti, tiene un discorso ai soldati. Ricorda le ingiustizie che in ogni occasione gli avversari gli avevano arrecato, si duole che Pompeo sia stato traviato e corrotto da costoro per gelosia e astiosa denigrazione della sua fama, proprio Pompeo, di cui aveva sempre favorito e sostenuto la carriera e il prestigio. Si lamenta che si sia introdotto un precedente, del tutto nuovo, nella gestione della cosa pubblica, di impedire e soffocare con le armi il diritto di veto dei tribuni, che in anni precedenti era stato ristabilito con le armi. Silla, pur avendo spogliato di tutte le sue prerogative il potere tribunizio, aveva lasciato libero il diritto di veto.” (De bello Civili, I, 6-7)

Questo passaggio è interessante proprio in quanto affermato precedentemente: non solo c’è un pessimo precedente, ma i nemici di Cesare fanno qualcosa di peggio oltrepassando il limite. Il riferimento all’esperienza della dittatura sillana ci pone anche un altro spunto di riflessione interessante e cioè che non ha alcuna intenzione di presentarsi come un nuovo tiranno. Anzi, è semplicemente un cittadino, rispettoso delle istituzioni repubblicane (ripetutamente colpite dai suoi avversari) che deve difendersi dalle ingiustizie.

Arrivato a Rimini, attraversando il Rubicone, riceve l’ambasceria del figlio di un suo luogotenente il quale gli espone le deliberazioni del Senato. Ormai è dunque un nemico pubblico, ma gli trasmette anche un messaggio da parte di Pompeo, che anticipa in un certo modo anche la questione relativa al rapporto descritto tra i due.

“Il giovane dichiara di avere ricevuto da Pompeo per Cesare un secondo mandato di carattere privato. Pompeo intende essere giustificato agli occhi di Cesare affinché quest’ultimo non consideri come un’offesa personale atti che egli ha compiuto per il bene dello Stato. Pompeo ha sempre anteposto l’interesse della repubblica alle sue relazioni private di parentela e di amicizia. Anche Cesare, conformemente al suo senso dell’onore, deve sacrificare a vantaggio del bene comune il proprio spirito di parte e ogni risentimento e non scagliarsi con tale violenza contro gli avversari da recar danno allo Stato, sperando di colpirli. (…) Certo, quelle argomentazioni erano ben lontane dall’attenuare le ingiustizie subite; tuttavia, colta l’opportunità di disporre di due uomini che potessero riferire a Pompeo le sue intenzioni, li prega di comunicargli – dato che essi gli avevano riportato, appunto, l’ambasceria di Pompeo – le proprie richieste nel tentativo di dirimere con un piccolo sforzo gravi controversie e di liberare tutta l’Italia dalle sue angosce. Cesare ha sempre collocato al primo posto il senso dell’onore, anteponendolo alla sua stessa vita. Con suo grande rammarico gli avversari gli hanno strappato in modo oltraggioso una concessione del popolo romano, togliendogli sei mesi di comando e obbligandolo a tornare a Roma, mentre il popolo aveva deciso che nelle prossime elezioni si tenesse conto della sua candidatura, pur essendo assente. Per il bene della repubblica egli ha tuttavia sopportato con rassegnazione tale diminuzione del suo mandato, (…) e tuttavia egli è disposto a scendere ad ogni compromesso e a sopportare tutto per il bene dello Stato.” (De bello Civili, I, 8-9)

Cesare dunque sottolinea la sua situazione, collocando il senso dell’onore al primo posto difendendone i suoi diritti ma, cosa fondamentale, facendo sapere di essere stato sempre pronto a raggiungere una intesa con la fazione avversa. Lui dunque, vittima, non ha alcuna intenzione di proseguire con quella promessa di sangue che sembra ormai inevitabile. E, riallacciandosi al parallelo sillano, non è guidato da interessi di lucro. In fondo Silla aveva marciato su Roma per avere il comando (e quindi il bottino) della guerra contro Mitridate del Ponto. Lui no, lui combatte per la propria persona. Questo è ciò che vuole apparire: il salvatore dello Stato, non un tiranno.

Un ultimo e doveroso richiamo in questo senso avviene proprio all’inizio del terzo libro: le forze di Pompeo si spostano in Oriente, l’Italia è in mano a Cesare. A questo punto si presenta come restauratore della Res Publica facendo svolgere regolari elezioni.

“Era infatti l’anno in Cesare poteva diventare console nel pieno rispetto della legge. (…) su proposta presentata al popolo dai pretori e dai tribuni della plebe reintegrò nei diritti civili alcuni cittadini condannati per broglio elettorale per effetto della legge Pompeia. (…) Aveva infatti voluto che fossero riabilitati in virtù della decisione presa dal popolo piuttosto che vedere la loro posizione riabilitata grazie al suo favore.” (De bello Civili, III, 1)

CESARE NEI CONFRONTI DELL’ESERCITO

La fama del suo genio militare è pari soltanto a quella di Alessandro Magno, ma al di la delle tattiche innovative fu il rapporto con i suoi soldati che lo rese eccezionale.

In Spagna, all’inizio del conflitto, Cesare ha la possibilità di sbaragliare le truppe di Afranio, un pompeiano, eppure decide di non ingaggiare battaglia. Si presenta così magnanimo non solo per i nemici, ma anche per i suoi stessi soldati: non ha alcuna intenzione di far subire delle perdite inutili. Decide di tagliare semplicemente gli approvvigionamenti nemici cogliendo comunque la vittoria a seguito della resa nemica.

“Si presentava l’occasione di concludere felicemente l’impresa. E per la verità Cesare si rendeva conto che un esercito sconvolto e demoralizzato per uno scacco così grande subito al cospetto di tutti non era più in grado di resistere, tanto più che si trovava circondato da ogni lato della cavalleria, in quanto si combatteva in luogo piano e aperto. (…) Cesare aveva sperato di poter concludere la campagna senza combattere e senza subire perdite; pensava infatti di aver tagliato fuori gli avversari dagli approvvigionamenti: perché dunque perdere alcuni dei suoi, sia pure in una battaglia coronata da successo? Perché consentire che fossero colpiti dei soldati che avevano acquisito tanti meriti presso di lui? Perché, infine, sfidare la Fortuna? Del resto, un comandante aveva il dovere di vincere con la prudenza non meno che con la spada. Egli era animato anche da un sentimento di pietà verso i suoi compatrioti che vedeva inesorabilmente esposti a un massacro; preferiva pertanto raggiungere il proprio scopo serbandoli sani e salvi. (…) L’accampamento era pervaso da manifestazioni di gioia e di felicitazioni da parte sia di quelli che credevano di avere evitato pericoli così grandi, sia di quelli che pensavano di avere conseguito tanto successo senza alcuna perdita; ed era appunto Cesare l’uomo che, a giudizio di tutti, coglieva il grande frutto della magnanimità dimostrata il giorno prima, e tutti approvavano la sua decisione.” (De bello Civili, I, 71-74)

L’autentico significato della guerra civile, come guerra familiare, come guerra totale, è espresso anche nelle paure e nelle speranze dei soldati. Cesare si presenta come salvatore non solo della sua fazione, della sua parte, ma anche come salvatore dell’intero esercito romano. Ha la forza e l’ingegno per colpire ma non lo fa. Evita stragi inutili. Ottiene il consenso anche dell’esercito nemico.

Ma l’eccezionalità delle sue gesta non solo hanno valore sul campo di battaglia, ispirano anche i suoi stessi ufficiali. E’ il caso esemplare di Curione, suo legato, ma impegnato in Africa dove pone d’assedio Utica. A quel punto riceve le notizie delle vittorie di Cesare e ciò lo galvanizza, anche a costo di affrontare nemici numericamente più forti. Anche a costo della morte, che arriverà a seguito dell’avanzata improvvisa di Giuba re dei Numidi, alleato di Pompeo. Conscio del suo destino non ha alcuna intenzione di sottrarsi proprio per non deludere il suo comandante.

“Queste stesse notizie venivano riferite a Curione, ma per qualche tempo non poteva crederci, tanto aveva fiducia nella sua Fortuna. E già lettere e messaggeri riferivano in Africa ciò che si sapeva dei successi di Cesare in Spagna. Esaltato da questi avvenimenti, Curione pensava che il re non avrebbe intrapreso alcuna azione contro di lui. (…) Non si preoccupa di chiedere il resto, tutto preso, com’è, dalla smania di portare a termine la marcia, e volgendosi alle unità più vicine, dice: “Non vedete, soldati, che le parole dei prigionieri concordano con quelle dei disertori? Il re è lontano, le truppe da lui inviate sono così scarse che non hanno potuto tener testa neppure  a un piccolo numero di cavalieri. Orsù, dunque, affrettatevi alla preda, alla gloria, in modo che possiamo già pensare alla vostra ricompensa e a dimostrarvi la nostra riconoscenza”. (…) Curione non si sottrae al suo compito ed esorta i suoi a riporre ogni speranza nel valore. Neppure i soldati, per quanto stanchi, e nemmeno i cavalieri, per quanto pochi e sfiniti dalla fatica, mancano di ardore guerriero e di valore. (…) La consistenza delle truppe nemiche aumentava continuamente per i rinforzi inviati dal re; nei nostri andava spegnendosi ogni energia e intanto i feriti non potevano né abbandonare la linea di combattimento né riparare in luogo sicuro, perché tutte le nostre unità erano circondate dalla cavalleria nemica. (…) Il comandante della cavalleria, Gneo Domizio, che gli stava attorno con pochi cavalieri, lo scongiura di cercare salvezza nella fuga e di sforzarsi di raggiungere l’accampamento, e promette di essergli sempre vicino. Ma Curione dichiara con fermezza che dopo aver perduto l’esercito affidatogli da Cesare egli non si presenterà mai al suo cospetto e così cade combattendo. I fanti sono sterminati fino all’ultimo uomo.” (De bello Civili, II, 37-42)

Cesare dunque, era qualcosa di più di un semplice generale: era il punto di riferimento, il modello, l’uomo che ispirava piena ammirazione nei suoi soldati. L’ultimo caso in questo senso, ed il più significativo, risale alla battaglia finale a Farsalo. Il senso di rispetto e di ammirazione non veniva solo dagli ufficiali di alto grado, come Curione, ma anche da semplici centurioni. E’ il caso di Crastino:

“C’era nell’esercito di Cesare un richiamato di nome Crastino, uomo di eccezionale valore, che l’anno precedente era stato primipilo nella X legione. Dopo il segnale di tromba, egli esclamò: “Seguitemi, voi che foste parte del mio manipolo ed attuate per il vostro comandante supremo ciò che avete in animo di fare. Rimane questa sola battaglia: quando l’avremo conlcusa, egli riacquisterà con onore tutto il suo prestigio e noi la nostra libertà”. Poi aggiunse rivolgendosi a Cesare: “Oggi, o comandante, farò in modo di meritare o vivo o morto la tua riconoscenza”. Pronunciate queste parole , si lanciò avanti per primo dall’ala destra: lo seguirono circa centoventi volontari, tutti soldati scelti. (…) Rimase ucciso, mentre combatteva con straordinario coraggio, anche Crastino. per un colpo di spada in pieno viso. Non furono davvero parole al vento quelle che egli aveva pronunciato nell’atto di recarsi in battaglia. E così Cesare pensava che in quel fatto d’arme Crastino avesse dimostrato un valore eccezionale e che nella misura più ampia avesse meritato tutta la sua riconoscenza.” (De bello Civili, III, 91-99)

CESARE NEI CONFRONTI DEI SUOI NEMICI

Ultimo punto, già anticipato in qualche modo con gli argomenti precedenti, è il rapporto con i suoi antagonisti. Come abbiamo visto, Cesare di fatto fin da subito si descrive come un cittadino di buon senso in cerca di un compromesso. Evita i massacri, se può. Se non può li giustifica, in una linea che rimane sempre costante. In questo senso ci sono due episodi molto diversi tra loro, ma che rappresentano come Cesare percepiva la sua guerra personale.

Il primo episodio è relativo all’ultimo tentativo diplomatico. Dopo le vittorie in Spagna e a Marsiglia riesce ad intercettare Pompeo a Brindisi, ove quest’ultimo stava trasferendo il suo esercito verso la Grecia.

“Numerio Magio, di Cremona, comandante del genio di Gneo Pompeo, viene catturato durante il viaggio e condotto da Cesare. Cesare lo rimanda a Pompeo con l’incarico di riferirgli quanto segue: poiché fino a quel momento non è stato possibile fissare un colloquio e Cesare stesso sta per arrivare a Brindisi, è importante per la repubblica e per la comune salvezza che Cesare conferisca con Pompeo. (…) Cesare, però, dirigeva le operazioni senza indursi a pensare di dover rinunciare a negoziati di pace, e sebbene si stupisse grandemente che Magio, inviato da lui a Pompeo con un messaggio, non gli venisse rimandato e benché iniziative di questo genere, spesso tentate, frenassero il suo slancio e i suoi propositi, riteneva di dover insistere per questa via con tutti i mezzi a disposizione. (…) Poco dopo, riferisce che in assenza dei consoli non è possibile negoziare alcun accordo. A questo punto, Cesare ritiene di dover rinunciare definitivamente a tentativi più volte intrapresi senza risultato e di pensare alla guerra.” (De bello Civili, I, 24-26)

La via diplomatica rimane costantemente chiusa, ma non da parte di Cesare. Allo stesso modo, dopo costanti scene eroiche da parte dei suoi soldati anche sul lato militare la fazione pompeiana appare piuttosto preoccupata più per l’attribuzione delle cariche politiche future che per la salvezza dello Stato. Ne è un esempio la preparazione della battaglia finale di Farsalo:

“Pompeo giunge pochi giorni dopo in Tessaglia e in un discorso rivolto a tutto l’esercito ringrazia le proprie truppe ed invita i soldati di Scipione a prendere la loro parte di bottino e di ricompense, dato che la vittoria è già stata ottenuta. (…) E già si contendevano apertamente l’attribuzione di riconoscimenti e di cariche sacerdotali e stabilivano per gli anni successivi la nomina dei consoli, altri esigevano le case e i beni di quelli che erano nel campo di Cesare.” (De bello Civili, III, 82)

Cesare non era un ideologo. Era un uomo del sistema e voleva agire all’interno del sistema. Fu nominato per suo volere dittatore ma non come risultato ultimo delle sue ambizioni. Le istituzioni repubblicane avevano già riscontrato precedentemente, come abbiamo visto, la tendenza a consegnarsi all’uomo forte del momento.

Un parallelo con Pompeo è forse d’obbligo. Nei Commentarii Cesare lo rappresenta con voluto distacco, vittima dei suoi stessi collaboratori più che per l’ambizione personale. La sua morte non è raccontata, semplicemente “In Alessandria apprende della morte di Pompeo e proprio mentre scende dalla nave sente le grida dei soldati che il re aveva lasciato in città come presidio e vede una folla accorrere ostilmente verso di lui, perché era preceduto dai suoi fasci.” (De bello Civili, III, 106). Plutarco racconta che quando Teodoto gli recò la testa mozza di Pompeo, Cesare volse altrove gli occhi non “potendo sopportare la vista del miserabile” che gli aveva presentato un così orrendo trofeo.

Dal punto di vista politico ci fu un enorme abisso tra i due. Pompeo, appartenente all’ordine dei cavalieri, nonostante si fosse presentato dopo la campagna mitridatica come rispettoso delle istituzioni, in realtà non lo fu mai realmente. Non perseguì mai una carriera politica legale, tentando sempre di strappare concessioni al di fuori dell’ordinaria amministrazione. Nel 79, di ritorno dall’Africa, sfidò il dittatore Silla pretendendo il Trionfo senza aver mai rivestito alcuna magistratura. E lo ottenne. Nel 70, senza aver l’età legale minima e aver mai ricoperto altre magistrature, riuscì a farsi eleggere come console. Cesare invece, legato fin dalla gioventù ai populares, si mostrò sicuramente molto più uomo di Stato del suo rivale.

Certo gli furono attribuiti onori divini, certo vagheggiava progetti tipici di un autocrate, però di un autocrate razionale: il prosciugamento delle paludi pontine, la costruzione di una strada tra l’Adriatico ed il Tevere tramite l’Appennino; il taglio dell’Istmo di Corinto; la costruzione del più grande tempio del mondo nel campo di Marte e di un colossale teatro in un altro punto della città; il progetto di una grande biblioteca come quella di Alessandria; la campagna militare contro i Parti, vendicando Crasso e riportando in Patria le insegne perdute.

Le ventitré pugnalate che gli furono inferte il 15 marzo 44 gli impedirono di attuare gran parte di questi ambiziosi progetti. Rimane così uno specchio in chiaroscuro dal quale possiamo fare teorie senza mai afferrare la verità.

Rimane pertanto da chiedersi se uomini come Curione o Crastino pensassero di combattere per un tiranno oppure per un uomo di Stato il cui nome risuonava già nell’eternità.

 

Giuseppe Giordano

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AnacronHistoria. Imperialismo ateniese ed Unione Europea: il mito del XXI secolo

«La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». Questo è il passo di Tucidide dell’epitaffio che lo storico attribuisce a Pericle, o meglio, questa è la versione che è stata inserita nella bozza del preambolo della Costituzione europea.

I padri fondatori, tra cui l’ex presidente francese Giscard d’Estaing, hanno scelto questo brano per esplicitare il nostro legame con la democrazia ateniese e per dare solide radici al processo di Nation-building europea. Questa versione appare però completamente falsata dall’originale ed ha scatenato vibranti polemiche. Nel discorso tucidideo di Pericle infatti, il giudizio sul sistema democratico non è affatto positivo: “la parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (in senso moderno, perché la parola politèia non può definirsi costituzione in senso lato) è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza. Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà” (II, 37).

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Rileggendo queste poche righe si può notare una distanza totale tra il concetto di democrazia e di libertà. Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo popolare definivano tale modello. Intendevano risaltare il carattere violento, kràtos, un sistema liberticida. Gli stessi fautori del governo radicale preferivano il termine dèmos per indicare il sistema in cui si riconoscevano. Dunque, il concetto che sta a cuore a Pericle, attraverso la mano di Tucidide, è che nonostante sussista un regime a cui fa capo una maggioranza nondimeno sussisteva ancora una libertà individuale.

Secondo Luciano Canfora, il noto filologo ed antichista, “non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso a una tale «bassezza» filologica. (…) I bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all’esercizio di scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell’epitaffio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso – senza saperlo – al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà – nel mondo ricco – con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.”

Non è mia intenzione addentrarmi in un discorso prettamente accademico sul concetto di democrazia antica, e con esso il tentativo di rapportarlo ai giorni d’oggi, quale laboratorio mitico fondativo. Le luci sinistre di questo collegamento non si fermano ad una mera manipolazione del senso storico del sistema politico, ma ad un preciso contesto geopolitico: l’imperialismo ateniese.

Legare le radici europee di oggi (un sistema politico formalmente comunitario e paritario) con una esperienza monopolizzante ed autoritaria del V secolo a.C., è innegabilmente pericoloso e  potenzialmente esplosivo. E’ bene sottolineare, accettando questo gioco e proseguendo nel medesimo solco, le ampie differenze di contesti e di situazioni tra due epoche. Non si può perciò fare un autentico parallelismo tra le due situazioni, ma dato il volontario richiamo degli stessi padri europei è possibile sottolinearne quanto meno alcune analogie.

Il discorso di Pericle ha un preciso contesto evenemenziale (la guerra del Peloponneso contro Sparta), ma soprattutto è figlio di un sistema istituzionale comunitario (la lega di Delo).

 Quali analogie sussistono tra l’Unione Europea di oggi e la Lega Delio-Attica?

Occorre, per introdurre l’argomento, soffermarsi sulla seconda. Per noi, la battaglia di Micale, nell’estate del 479, costituisce l’ultimo atto delle guerre persiane. In realtà, la guerra non era terminata: i Persiani costituivano ancora un pericolo e la fragile alleanza di stati greci che aveva conseguito la vittoria, sotto la guida spartana, si trovava a fronteggiare problemi enormi, per i quali non disponeva di precedenti né di istituzioni formali che aiutassero nelle scelte. Non si sapeva come comportarsi con quanti, durante la guerra, si erano schierati con il nemico ma soprattutto i Greci d’Asia erano ancora sotto occupazione achemenide e bisognava attuare una strategia militare “globale” di liberazione. Sparta però, che aveva fino a quel momento condotto la coalizione panellenica, aveva difficoltà nel mantenere la propria egemonia e non aveva intenzione di proseguire con un impegno che l’avrebbe vista lontana dal Peloponneso, la sua autentica dimensione politica. Inoltre, la rinuncia al comando del mondo greco era dovuto anche all’atteggiamento culturale lacedemone. Seguendo le parole di Tucidide infatti “essi temevano che coloro che si allontanavano dalla loro terra divenissero peggiori, come avevano constatato nel caso di Pausania, e nello stesso tempo desideravano liberarsi della guerra contro i Persiani: ritenevano gli Ateniesi, in quel momento in buoni rapporti con loro, capaci di esercitare il comando”.

Fu così che, caduto in disgrazia il comandante spartano Pausania, gli spartani si disinteressarono della guerra ancora in corso ed Atene accettò di buon grado di assumerne la leadership, e così già nell’estate del 477 dettò agli alleati le regole della nuova lega navale, che gli studiosi indicano come lega di Delo (o delio-attica), poiché il centro federale dove gli alleati tenevano le riunioni e dove veniva custodito il tesoro fu stabilito nell’isoletta di Delo.

La prima analogia, superate le ovvie differenze istituzionali (la lega ateniese aveva un carattere militare in antitesi con la volontà europea di superare i conflitti nazionali), è lo scopo superiore che unisce gli interessi particolaristici dei singoli membri. Ma soprattutto il processo di enlargement che porta queste formazioni internazionali ad espandersi. Le prime aperture in questo senso per la Lega Ellenica furono le isole di Lesbo, Samo e Chio, fino a contare quasi 400 poleis. Questo processo è chiaramente legato anche ad un altro evento: la divisione spaziale tra chi ne fa parte e chi, invece, ne è escluso. Il riassetto geopolitico di una comunità internazionale in espansione porta sempre inevitabilmente ad una situazione bipolare potenzialmente esplosiva: la permanenza cioè di una barriera tra i membri e gli “altri”, quelli esclusi. L’elemento di coesione del mondo greco, la lega navale, si trasformò in elemento corrosivo. Chiaramente i successi sui Persiani (a volte alterni ma comunque significativi) e lo sviluppo proprio di una forma imperialistica da parte di Atene (che tratteremo a breve) hanno portato ad una situazione di tensione nei confronti della Lega Peloponnesiaca di Sparta. Quest’ultima, strumento di dominio lacedemone sulla regione, aveva un carattere puramente difensivo e veniva visto sempre di più come modello alternativo soprattutto per quelle poleis minori pressate dall’aggressività politica ateniese. Dopo il 454 (per alcuni il 449 con la Pace di Callia) si registrarono in questo senso gli ingressi di Argo e Megara nella sfera attica, strategicamente fondamentali per l’ingresso nel Peloponneso, tanto più che la prima citata può ben definirsi come l’eterna rivale degli Spartani. Questa espansione sul golfo di Saronico era aggravata anche dalla conseguente fortificazione militare compiuta dagli ateniesi attraverso la costruzione delle Lunghe Mura, sia tra il centro urbano di Megara e il porto di Nisea, sia tra la stessa Atene ed il Pireo. Il significato politico-militare di tali realizzazioni segnava sostanzialmente il riconoscimento dell’importanza del mare e del controllo militare sulle rotte marittime: questo avrebbe permesso, in caso di assedio, di resistere agli assalti evitando di isolare la città dai rifornimenti alleati. Lo sviluppo dello “spazio vitale” ateniese preoccupava così non soltanto la politica lacedemone, ma anche quella dei suoi alleati. Corinto, tra tutte, era quella che assisteva con più preoccupazione ai progressi della vicina rivale. Un’altra area contesa era la Grecia Centrale: qui gli ateniesi avevano stipulato accordi con i Tessali; Sparta cercò di creare un contrappeso volgendosi verso Tebe e cercando di assicurarsi il controllo dell’Anfizionia delfica. Rivalità fisica, politica e materiale.

Analogamente l’Unione Europea ha portato alla creazione in questo senso di due Europe, irrigidendo la barriera tra l’ordine interno garantito ed il disordine esterno. Una Comunità dominata dal mito del borderless Europe (libertà di tutti i cittadini comunitari di circolare all’interno dei confini) ed una politica di irrigidimento continuo verso una nuova cortina di ferro di border law enforcement. I Paesi inglobati dagli allargamenti europei per esempio son stati costretti per lungo tempo ad annullare i programmi bilaterali di cooperazione e valorizzazione di aree di frontiera e di regioni transfrontaliere già avviate verso forme di mobilità cross-border, trasformati in custodi militarizzati eurocomunitari. Gli esclusi, separati dagli interessi economici e politici di Bruxelles, sono così spinti per un reingresso nella sfera russa e nei suoi interessi nel near abroad dal Baltico al Mar Nero. Zone grigie di entità statali non ancora allineate diventano così foriere di tensioni. Ne sono prova, in questo senso, le interminabili code ai consolati polacchi in Ucraina o a quello lituano a Sovietsk. Si noti che fra Paesi “inclusi” ed “esclusi” nei primi anni Novanta i visti non erano richiesti e si era assistito a una crescita enorme dell’international crossborder mobility. Per esempio, l’Ucraina è stato il primo Paese dell’Est con il quale la Polonia ha firmato un accordo di visa-free border regime, non ratificato poi dal Parlamento di Varsavia per paura che bloccasse l’accesso della Polonia alla UE allargata. Prima di entrare in Schengen, il regime polacco dei visti era molto liberale. Successivamente invece il blocco ha diminuito la permeabilità del confine con l’Ucraina, con gravi conseguenze per l’economia della Polonia. Lo stesso è accaduto nella Lituania meridionale, per secoli in contatto con la Bielorussia. Il confine comunitario ha dunque paralizzato i contatti a livello people-to-people e gli spostamenti delle popolazioni di confine. Questo rafforzamento delle barriere ha avuto anche delle ripercussioni fisiche, come nel caso dell’abbattimento fisico di ponti (sui fiumi Sotla/Sula e Kolpa/Kupa) fra la Slovenia entrata nelle UE (nel 2004) ed in Schengen e la Croazia che ancora non ne faceva parte (ci entrerà solo nel 2013), per ottemperare le misure di sicurezza richieste da Bruxelles. Sul piano geoeconomico il confine esterno orientale ha contribuito a modificare gli spazi economici regionali, un neoprotezionismo che ha favorito la stagnazione delle regioni e dei Paesi esclusi, con gravi ripercussioni in politica interna ed internazionale. Le barriere doganali ed i dazi ad essi collegati hanno penalizzato infatti le economie, prevalentemente agricole, delle regioni europeo-orientali. Il caso dell’Ucraina per esempio è macroscopico: le Terre Nere ucraine, così come quelle siberiane, hanno una potenzialità agricola sconfinata e potrebbero fornire beni alimentari per tutta l’Europa Orientale. Questo protezionismo ha comunque un costo altissimo per gli stessi consumatori euro-occidentali, sia in termini di finanziamento di quella politica – che ha raggiunto quasi il 60% del budget europeo – che di prezzi elevati. Sui danni prodotti a quest’area dal protezionismo europeo, cfr. KAMINSKI B., Trade Performance and Access to OECD Markets, in: MICHAPALOPOULOUS C., Trade in the New Indepedent States, Washington D.C. 1994.

Passiamo ad un altro elemento fondamentale: l’irrimediabile evoluzione in senso autoritario di di uno o più Stati-membri, superiori in mezzi e possibilità, a scapito degli altri.

Torniamo di nuovo ad un passo di Tucidide: “Gli Ateniesi, ricevuto in questo modo il comando, con il consenso degli alleati e per l’odio di questi ultimi nei confronti di Pausania, stabilirono quali città dovevano fornire il denaro e quali dovevano fornire navi per la guerra contro il barbaro. Il pretesto era quello di devastare la terra del re, per vendicarsi di ciò che avevano subito. E fu allora che sorse per la prima volta presso gli Ateniesi la magistratura degli Ellenotami, i quali si occupavano della riscossione del tributo: così fu chiamata la contribuzione finanziaria imposta agli alleati. La prima determinazione del tributo fu nella misura di 460 talenti. Sede del tesoro della lega fu Delo e le adunanze avvenivano nel tempio.” La partecipazione all’alleanza era libera e formalmente le città che aderivano erano tutte sullo stesso piano. Ma esisteva una differenza di status tra le poche poleis in grado di fornire navi alla flotta della lega (Atene, Chio, Lesbo, Samo e forse poche altre ancora) e le tante che, invece, si limitavano a pagare un tributo annuo che veniva utilizzato per l’allestimento di navi. Uno dei nodi interpretativi più difficili a proposito dell’imperialismo ateniese è quello della sua evoluzione nel tempo. Per Tucidide il fenomeno è sostanzialmente presente al momento stesso della fondazione della Lega di Delo: ne fa fede in questo l’impiego della parola “pretesto” del passo sopracitato. La guerra contro i Persiani non è appunto che un pretesto per imporre il tributo, e con esso la dominazione ateniese sugli alleati. Ad ogni modo è indubbio che la differenza iniziale di status fra stati che fornivano navi e stati che contribuivano denaro racchiudeva il germe della trasformazione. La stragrande maggioranza delle poleis preferì versare annualmente una cifra, che veniva decisa e amministrata dagli Ateniesi (fattore da tenere ben presente) perché semplicemente era più economico. Allestire una flotta andava oltre la disponibilità della maggior parte di molte comunità greche: non si trattava solo del costo della costruzione e della manutenzione delle triremi, bisognava mantenere gli equipaggi (200 uomini per unità), ed essere in possesso di materiali da costruzioni spesso non reperibili in loco (per esempio il legname che impiegava Atene proveniva in larga misura dalla lontana Macedonia oppure dalla Penisola Calcidica). Questa situazione minava alla radice il concetto stesso di autonomia delle singole poleis e di fatto la differenza tra le pochissime città grandi ed i piccoli centri creò un baratro incolmabile. Per gli studiosi del periodo, a differenza della statica visione tucididea, il tratto imperialista del dominio ateniese subì un fortissimo cambio di tono almeno dal 454 nel momento in cui, dopo la disfatta dell’avventura egiziana, con il pretesto di possibili attacchi marittimi da parte dei Persiani venne deciso di trasferire il tesoro della lega direttamente ad Atene. Da quel punto in poi non vennero più convocate assemblee e la distinzione tra entrate dello stato ateniese ed entrate della lega cessò di fatto di avere un senso. Poco dopo, nel 449, il compromesso di pace con i persiani fece definitivamente cadere qualsiasi finalità originaria, decretando la superiorità ateniese in vero e proprio archè. Tali vantaggi non derivavano dall’adozione di politiche commerciali, estranee al mondo del V secolo, ma a strumenti più immediati come il tributo e lo stanziamento di cittadini ateniesi in territori di comunità soggette nell’Egeo, le Cleruchie appunto. Per facilitare la riscossione venne anche deciso di far adottare la moneta ateniese a tutte le poleis alleate. Lo stanziamento del tributo veniva deciso da una commissione nominata dai cittadini ateniesi, i quali poi dovevano discutere a  proposito di eventuali ricorsi. Non solo: se entrare nella lega era una scelta libera, uscirne era in pratica impossibile, come dimostrarono le azioni militari intraprese da Atene contro Nasso (471), Taso (465-463) e la stessa Samo (440-439), colpevoli di aver deciso unilateralmente di defezionare dall’alleanza. Analogamente nella situazione contemporanea è possibile notare l’inclinazione all’interno dell’Unione Europea ad allargare le disparità tra i membri piuttosto che mirare all’eguaglianza. Tra i principi dell’UE c’è la convergenza economica e la coesione sociale, ma è un programma rivolto verso l’alto e non verso il basso. Questo vuol dire indirettamente sostenere la leadership naturale dei Paesi membri più forti a discapito della dipendenza socio-economica dei più deboli.

Ultima questione: come veniva visto l’imperialismo ateniese dai suoi sudditi? “E anche gli Ateniesi presero possesso di molte città greche – un tempo invase dai barbari -, città che non avevano colonizzato loro e che trovarono già abitate: e tuttavia ne mantennero il dominio per settant’anni perché in ciascuna di esse avevano amici fedeli”. Questo è ciò che ci dice Platone e getta luce su come il dominio fosse vissuto dalle comunità soggette. Sussistevano cioè appoggi in loco, una vasta rete di personaggi locali i quali ricavavano onori e vantaggi da parte dello stato ateniese per i loro servigi. Gli ateniesi tra l’altro avevano la possibilità di inviare come sorveglianti dei magistrati con funzioni di controllo. Le élites locali dunque si dividevano nel loro interno tra quelli favorevoli ad Atene e alla sua democrazia e chi invocava invece l’autonomia. Lo stesso Senofonte, di istanze filo spartane, dichiarò che la sconfitta ateniese nella Guerra del Peloponneso “segnò l’inizio della libertà per la Grecia” (Senofonte, Elleniche, II, 2, 23). Inutile in questo senso sottolineare l’attualità della questione.

L’imperialismo ateniese non ha nulla a che vedere con la situazione attuale, così come la democrazia periclea non può e non deve essere strumentalizzata nel processo di costruzione di una identità europea artificiosa. Sarebbe banale risolvere l’entità delle questioni a meri parallelismi perché il mondo antico non aveva gli stessi obiettivi e nemmeno la stessa conformazione socio-economica di quella odierna. In fondo, come abbiamo già visto, la lega di Delo si risolveva in una semplice alleanza a fini militari, come ne erano già esistite prima e come ne esisteranno poi, mentre l’Unione Europea è qualcosa di molto superiore e mira alla concordia e alla pace. Inoltre l’adozione della civetta ateniese degli alleati era semplicemente un modo per uniformare e semplificare i metodi di pagamento. La Russia non ha una società di opliti e di eguali, e neppure nessuna alleanza Peloponnesiaca a cui rivolgersi. Le analogie che abbiamo riscontrato sono piuttosto da interpretare come tendenze di lunga durata che sempre faranno parte delle dinamiche umane. Creare zone privilegiate o comunque selettive automaticamente ne esclude altre, e così la persistenza di entità statali superiori in una formazione comunitaria tende a creare un sistema autoritario che punta verso l’alto. L’esperienza della lega navale non era pensata in origine, contrariamente all’idea di Tucidide e di alcuni storici come Finley, ad un sistema egemonico. La stessa democrazia radicale di Efialte e di Pericle in fondo arriva soltanto nel 461, dunque si può scorgere una lenta e progressiva evoluzione anche e soprattutto all’interno della stessa Atene. Sono tutti elementi da tener conto e che qui non possono essere affrontati. L’idea di legare le radici comunitarie europee a  comunque sembra francamente assurdo e facilmente riconducibile a quella tendenza dell’Unione non tanto a presentarsi come un modello alternativo ed opposto a quello delle Nazioni, ma secondo lo stesso modus operandi. Infatti, come Alessandro Vitale, professore di Analisi delle politica estera e Politica estera comprata all’Università degli Studi di Milano, ha brillantemente osservato “la ragione risiede nel fatto che il progetto unificatore europeo non solo (pur se basato su basi ireniche) riprende il mito (inizialmente imperiale, ripetutamente fallito) dell’unificazione delle popolazioni europee sotto un unico ordine politico-militare, sebbene oggi per via democratica, ma lo fa ricalcando in modo crescente la logica dello Stato territoriale moderno, al quale sono indispensabili rigidi confini: tanto più nella sua variante contemporanea, securitaria (di polizia e sociale), welfarista e redistributiva delle risorse, che ha per sua natura necessità di stabilire precisi confini dell’esclusione e limiti all’estensione dei doveri di solidarietà, che tuttavia rispondono a criteri arbitrari, di natura esclusivamente politica.”

Il senso storico, se percepito nel modo corretto, pone riflessioni sull’agire umano valide per questi ed altri tempi.

In fondo, è lo stesso Tucidide che inscrive, nelle parole di un ambasciatore ateniese allo scoppio della guerra del Peloponneso, l’imperialismo della sua città nell’ordine delle cose naturali:

“Noi Ateniesi non abbiamo fatto nulla di straordinario, né di alieno al comportamento umano, sia quando abbiamo accettato l’impero che ci veniva offerto, sia quando ci siamo rifiutati di rinunciare a esso, obbedendo a delle motivazioni fortissime, quali il prestigio, il timore e l’interesse; d’altra parte, non siamo stati i primi a esercitare un ruolo di questo genere, ma sempre ha avuto valore la norma per la quale il debole è tenuto in soggezione dal più forte”.

Giuseppe Giordano

 

Fonti: L. CANFORA, Democrazia. Storia di un’ideologia, Roma, 2012; M. BETTALLI, Tra guerre persiane e guerra del Peloponneso: la Grecia durante la Pentecontetia, in M. GIANGIULIO (a cura di), Storia d’Europa e del Mediterraneo, IV: Grecia e Mediterraneo dall’Età delle Guerre Persiane all’Ellenismo, Roma, 2008; TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso, libro I, Milano 2016; A. VIOLANTE, A. VITALE, L’Europa alle frontiere dell’Unione. Questioni di Geografia storica e di Relazioni internazionali delle periferie continentali, Milano 2010.