LA NAVIGAZIONE INTERNA NELLA LOMBARDIA OCCIDENTALE IN ETA’ ROMANA

Quello della navigazione fluviale è un tema storico di fondamentale importanza, troppo spesso dimenticato e sottostimato, recuperato solamente di rado, quando – periodicamente – spuntano progetti più turistici che storici volti a riaprire “quel tratto là” di naviglio milanese o quando si decide di rimettere in funzione una qualche conca d’età medievale. Il tema non è “da poco”, le implicazioni sono praticamente sconfinate: se si indaga questo ambito, a cavallo tra tecnologia, infrastrutture ed economia, si va incontro alla scoperta – spesso stupefacente – di quanto tecnologicamente ed economicamente avanzato ed organizzato fosse il mondo antico, anche rispetto ai giorni nostri.

 

Un’origine remota

L’origine della navigazione interna – fluviale e lacustre – nelle terre insubri (l’odierna Lombardia occidentale, per i non addetti ai lavori) risale a ben prima dell’arrivo dei Romani nella zona, con le deduzioni di Cremona e Piacenza prima e la conquista di tutto il quadrante transpadano poi. Terra di acqua, la regione abitata da Insubri ed Orobi dovette probabilmente vedere i suoi bacini interni e i suoi fiumi solcati fin dalla mitica “notte dei tempi”. Con un po’ di ardimento si può risalire addirittura all’età paleolitica, quando gli abitanti della fascia pedemontana tra Varese e Lecco lasciarono tracce di insediamenti palafitticoli nelle cosiddette “aree umide” (si hanno testimonianze da Angera, Palude Brabbia(VA), Bosisio Parini (LC), Cuirone, Biandronno) che costellavano in numero ben maggiore rispetto ad oggi l’anfiteatro di colline moreniche che si estendono verso sud a partire dalle estreme propaggini delle Prealpi. A partire dal 9600 a.C. infatti, con la fine dell’ultima era glaciale e l’inizio dell’Olocene (la nostra era geologica), il clima da glaciale divenne temperato e poi caldo-umido, con le steppe postglaciali che lasciarono posto ad una vegetazione di latifoglie e a laghi di varie dimensioni e varia origine. In questo ambiente – assai diverso dal nostro – possiamo dunque collocare l’origine della navigazione interna: l’uomo paleolitico e mesolitico si insediò nelle suddette aree umide, che offrivano tanto protezione dalle insidie della terraferma (quali lupi ed orsi, attestati in certi casi fino al Medioevo), quanto sostentamento mediante pesca, piccola cacciagione e raccolta di vegetali palustri. Inevitabile pensare che quest’esigenza di protezione e questo stile di vita portarono gli uomini dell’epoca ad aguzzare l’ingegno, unendo insieme più tronchi fino a formare il cosiddetto “natante primigenio”: la zattera.

 

L’età preromana

Giungendo all’età storica preromana, sappiamo chele popolazioni locali d’origine celto-ligure percorrevano fiumi e laghi a bordo di zattere o barche evolutesi strettamente da questo tipo di natante. Lo storico patavino Tito Livio ci dà menzione dell’utilizzo di zattere da parte di altre popolazioni celtiche, questa volta non autoctone: nel libro V del suo “Ab Urbe Condita”, narrando l’invasione boica del nord Italia e il successivo insediamento degli stessi Boi nell’attuale Emilia-Romagna, espressamente fa menzione dell’attraversamento del fiume Po con delle zattere, “Pado ratibustraiecto”.

L’invasione celtica del IV sec. a.C (l’unica attestata archeologicamente: il racconto di Tito Livio riguardo ad un’invasione nel VI sec. a.C. è ad oggi da considerarsi non supportato dalle evidenze) portò alla fine – non violenta, nonostante il racconto di Plinio della distruzione della misteriosa Melpum – dell’esperienza commerciale degli Etruschi a nord del Po: l’arrivo dei Cenomani nell’odierna area del Bresciano provocò una graduale atrofizzazione degli empori commerciali sul Mincio con la conseguente ritirata degli Etruschi a sud del Po, dove i loro insediamenti, immersi ora in territorio boico, convissero pacificamente con i nuovi occupanti celtici. La fine dell’esperienza transpadana degli Etruschi e l’arrivo di Cenomani, Boi e Senoni, pur senza colpire direttamente le popolazioni golasecchiane (Insubri ed Orobi) cui gli invasori erano linguisticamente affini, provocarono comunque una crisi economica di grande portata, con la probabile sparizione della facies orientale golasecchiana (Orobi, od Orumbovii) ed una notevole contrazione dei centri urbani e protourbani. L’invasione celtica, esaurendo l’esperienza commerciale etrusca, recise infatti le radici della prosperità insubre, ossia i commerci fluviali che risalivano il Mincio su navi etrusche (e nel bresciano sono stati trovati monumentali banchine fluviali d’epoca etrusca) e poi percorrevano la direttrice terrestre pedemontana fino alle aree golasecchiane.

 

Le guerre gallo-romane

L’arrivo dei Romani in zona avvenne, per la prima volta, nel 223 e 222 a.C., quando prima Gaio Flaminio e poi Marco Claudio Marcello penetrarono nel territorio degli Insubri, alleati dei Boi contro Roma. Quest’ultimo, in particolare, inferse una pesante sconfitta agli Insubri, espugnandone la piazzaforte Acherra e la capitale Mediolanum. La guerra si concluse con la formale sottomissione di queste popolazioni a Roma e la deduzione delle colonie latine di Placentiae Cremona nel 218 a.C., piazzeforti gemelle ognuna dotata di 6000 coloni/soldati poste come sentinelle a presidiare la linea del Po. Non è un caso che le due colonie, poste a sole 15 miglia l’una dall’altra, fossero collocate allo sbocco nel Po dei fiumi Trebbia e Adda e non lontano dalla foce del Lambro, questi ultimi due rapide direttrici che conducevano al cuore del territorio insubre.

Dopo la Seconda Guerra Punica e gli strascichi delle Guerre gallo-romane che durarono fino al 189 a.C., Insubri e Boi – insorti contro Roma all’arrivo di Annibale nel 218 a.C. e pur accomunati tanto dalla tragica scelta di campo quanto dalla presunta affinità etnica – furono toccati da sorti completamente diverse. Secondo le fonti storiche coeve (nonostante alcuni indizi etnolinguistici ci portino ad essere cauti a riguardo) i Senoni vennero sterminati in quanto ritenuti responsabili del Sacco di Roma di due secoli prima, i Boi subirono lo stesso destino ed una parte di essi intraprese una migrazione “di ritorno” verso le loro terre d’origine (Boemia: si noti il nome), mentre gli Insubri… gli Insubri vennero perdonati. Qualunque fosse la motivazione – si parla di rispetto dell’autoctonia degli Insubri da parte dei Romani, come si ipotizza anche che, centuriato tutto il territorio in precedenza occupato dai Boi, Roma non avesse bisogno di ulteriori terre – gli Insubri divennero un popolo amico, poi alleato, quindi si romanizzarono culturalmente, vennero dotati di cittadinanza e, infine, normalizzati entro l’assetto dello Stato Romano con la concessione, nel 49 a.C., del plenum ius. Di lì a poco Augusto avrebbe eliminato la stessa Provincia di Cisalpina, ormai ridotta all’assurdo giuridico di essere una provincia abitata da soli cittadini di diritto romano. La Transpadana diede a Cesare le legioni per conquistare il Mondo, Cesare diede ai Transpadani la cittadinanza romana: è da questa storia di mutuo scambio, di cooperazione tra centro e periferia che nacque, per la prima volta nella sua ultramillenaria storia, l’Italia unita.

Con la municipalizzazione della Transpadana Roma iniziò (o meglio, accelerò: la riforma dello Stato può trovare le sue origini già in Silla) un’immensa opera di ristrutturazione del suo Stato: Roma cessò di essere una città-stato basata unicamente su sé stessa per divenire un Impero globale imperniato su una nazione a suo cardine. l’Italia tutta – romana, municipalizzata ad immagine e somiglianza dell’Urbe, politicamente molto autonoma al suo interno – divenne centro e cuore dell’Impero: è con Augusto che finalmente l’Italia divenne “padrona del mondo”, quella “donna di province” tanto rimpianta da Dante nella sua Divina Commedia.

 

La piena romanità

L’arrivo degli afflati della romanizzazione nelle terre insubri non fece altro che catalizzare il processo di crescita economica dell’intera regione – unica regione d’Italia ancora dotata di dinamismo e vigore economico, contro un sud che stava esaurendo definitivamente la sua forza propulsiva – al tempo stesso congelandone la struttura degli insediamenti umani dove erano presenti sì alcuni agglomerati di carattere urbano, ma circondati da un’infinità di piccoli e grandi villaggi. Questa distribuzione sparsa in piccoli centri permane ancora oggi nel territorio brianzolo, a fotografia di uno straordinario processo di assimilazione e condivisione. Dove arrivò Roma arrivarono nuovi commerci e questi commerci, in una regione ricca d’acqua quanto il territorio insubre, non poterono che essere soprattutto via nave.

Il Lario in età romana ebbe una rilevanza marginale nei traffici a lungo raggio: penalizzato dall’assenza di un collegamento funzionale con il sistema padano (l’Adda presso Paderno entra in una forra che ne interrompe la navigabilità) e meno comodo nel suo proseguimento alpino (Spluga, Maloggia/Maloja, Giulio/Julier e Settimo/Septimer) rispetto al Brennero e alla Via delle Gallie, fino al Tardoantico il bacino lariano rimase in ombra rispetto ad altre direttrici, tra cuiquella “cugina” del sistema Ticino-Verbano. Questo tuttavia non significa che il Lario non fosse solcato da natanti di ogni genere, tanto più che sulle sue sponde si affacciava la città di NovumComum, fondata da Cesare nel 57 a.C.: proprio a Como sono state rinvenute strutture portuali monumentali, nonché i resti di un naufragio d’età romana. Particolarmente interessante è quest’ultimo ritrovamento, riguardante una chiatta che trasportava un enorme blocco di marmo di Musso – ritrovato con ancora le stecche d’imballaggio in larice – in quanto ha consentito agli studiosi di confrontarsi e studiare le reali dimensioni di un natante da carico dell’epoca. Presso Chiavenna, terminale settentrionale del Lario, poche miglia a nord del porto di SummoLacu (Samolaco), è stata inoltre ritrovata un’anforetta contenenti “olive nere extradolci”: inevitabile pensare che fossero giunte fino a lì via lago, la direttrice più rapida, comoda ed economica.

Importanti, nel testimoniare questa “abitudine all’acqua” sono anche le menzioni epigrafiche presenti a Como: ben attestata epigraficamente (5 iscrizioni tra comasco e milanese, segno di una notevole potenza economica) è la corporazione dei nautae, così come è presente un’iscrizione votiva a “Nettuno e agli dèi acquatici”. Quest’ultima epigrafe votiva, al pari del ritrovamento di strumenti di pesca in una tomba a Colonno (CO) e alla menzione della pesca sul lago da parte di Plinio il Giovane, ci ritiene sempre più propensi a pensare che il rapporto tra abitanti ed elemento acquatico, sia per scopo di trasporto che disostentamento, fosse qualcosa di assolutamente ordinario nelle terre lariane.

Milano già in epoca Romana dovette possedere una sua “cerchia dei navigli”/fossa navigabile: in questa direzione vertono i ritrovamenti archeologici di ponti che attraversano tale fossa, oltre alla scoperta di strutture portuali presso San Giovanni in Conca ed alla presenza dell’Horreum della città immediatamente a sud dell’ingresso del Seveso nella conca cittadina. Il porto di Mediolanum doveva probabilmente essere quel “laghetto” poi prosciugato nell’800 per esigenze sanitarie data la vicinanza all’Ospedale Maggiore, rimasto nella toponomastica cittadina come “Via Laghetto”.

La cerchia navigabile, larga fino a 2 metri, era alimentata dal Seveso e dall’Acqualunga ed era collegata al Lambro dal canale artificiale della Vettabbia (dal termine latino vectare), a sud-ovest della città. Il Lambro, infine, menzionato da Plinio tra i fiumi di primaria importanza, era sicuramente navigabile fino al Po e – probabilmente – a settentrione fino al lago Eupilis, il grande bacino brianzolo oggi diviso in due diversi laghi, Alserio e Pusiano, proprio dal conoide alluvionale del Lambro, che ne fa anche da immissario. L’ipotesi è supportata dal fatto che in epoca antica tutti i fiumi italiani avevano una portata molto maggiore (di nuovo Plinio: in età romana erano navigabili moltissimi affluenti appenninici del Po e ben 5 fiumare calabresi), nonché dall’ipotesi del topografo Bosio circa la presenza di un servizio di trasporto pubblico (cursus publicus) sullo stesso fiume Lambro, segnato in rosso sulla Tabula Peutingeriana al pari di alcuni altri fiumi italiani.

 
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(Nell’immagine: TABULA PEUTINGERIANA)

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(Nell’immagine: CERCHIA NAVIGABILE DI MILANO)

Il tardoantico e il periodo bizantino

Con l’assurzione di Milano a Capitale Imperiale (286-402 d.C.) e la sempre maggiore instabilità e pericolosità delle popolazioni germaniche, il Lario acquisì una nuova e preponderante rilevanza strategica come direttrice sud-nord verso le Alpi. A più riprese il potere imperiale provvide alla costruzione dei cosiddetti claustra alpium, ossia coppie di fortilizi affacciati, col preciso scopo di sbarrare il passo ad eventuali scorrerie barbariche lungo le valli alpine dirette verso sud e dunque verso l’Italia. Scoperti e studiati soprattutto in Svizzera e nell’Istria, si ritiene – dato anche lo scopo di impedire incursioni sulla capitale imperiale – che ve ne fossero (o comunque, strutture simili) anche in territorio italiano ed in particolare sul Lago di Como: in quest’ottica – e funzionali a quest’esigenza difensiva sorta solo con il Tardoantico – possono essere viste le strutture fortificate rinvenute presso S.Maria Rezzonico (CO), Castelvedro di Dervio (LC), colle di S.Stefano di Lecco (LC) e Monte Barro (LC). In particolare si è ipotizzato che S.Maria Rezzonico e S.Stefano di Lecco potessero essere basi navali, vista la loro immediata collocazione in prossimità del lago. A Como con tutta probabilità venne istituito un distretto limitaneo incaricato della difesa verso le Alpi, che prese sotto diretta responsabilità tutto il bacino lariano: parte preponderante della strategia di difesa doveva essere affidata alla flotta stanziata a Como (una delle 4 in Italia) con scopi logistici e direttamente comandata dal Praefectus classis cum curis civitatis, come attestato nella Notitia Dignitatum.

Caduto l’Impero, queste infrastrutture difensive mantennero la loro importanza sia durante il dominio gotico che durante la breve parentesi di dominio bizantino. Soli 15 anni dopo la vittoria dei Bizantini sui Goti (Guerra Greco-gotica, terminata nel 553) l’Italia settentrionale dovette subite una nuova invasione, questa volta ad opera dei Longobardi. Francione, comandante bizantino rimasto sul Lario dopo la guerra gotica, guidò la resistenza contro i nuovi invasori e, forte tanto del sistema di fortilizi d’età romana quanto della flotta lacustre, resistette per ben 20 anni isolato nel distretto lariano, arrendendosi solamente nel 588. Significativa fu la scelta della sua ultima roccaforte, l’Isola Comacina, luogo che ancora oggi rivela vive tracce del suo glorioso passato: Francione, conscio dell’assoluto vantaggio tecnico-tattico delle sue residue truppe bizantino-lariane avvezze alla navigazione, scelse appunto come estremo baluardo l’unica isola del Lario e lì vi resistette per ben 6 mesi. I Longobardi, popolo per contro assolutamente privo di esperienza “marinaresca”, dovettero limitarsi ad assediare l’Isola dalla terraferma (Sala Comacina è di fronte all’Isola Comacina, Sala è tipico toponimo longobardo): tra loro e gli assediati c’erano solo poco più di 140 metri di distanza – un tratto di lago di meno di 3 vasche olimpioniche – una distanza tuttavia incolmabile senza un adeguato livello di preparazione tecnica alla navigazione.

 

Persistenza di strutture e terminologie navali antiche

Tale enorme mole di stratificazione storica ha lasciato tracce vive e “parlanti” sulla navigazione in ambito lacustre e fluviale e si palesa ancora oggi tanto nelle fogge materiali quanto nelle espressioni linguistiche. Nel dialetto laghée – troppo spesso considerato come un vernacolo contadinoprivo di interesse– si trovano, riguardo all’ambito della navigazione, espressioni derivanti dal latino e – sorprendente! – dal greco: guernacc (timone) dal latino gubernaculum; cumbàll (comballo: tipo di imbarcazione), trimiòn (scalmo) e naul (nolo) dai termini greci kymbalion, tremata e naulon.

Un tipo di barca diffusa sul Lario fino a non molti anni fa rivela, straordinariamente, come sia in realtà il frutto di oltre 2500 anni e più di evoluzione ininterrotta: la barca a “guscio cucito”, con fiancate appunto “cucite” al fondo mediante grosse graffe in metallo è figlia diretta di quelle zattere che videro i Boi varcare il Po nel IV sec. a.C. e che venivano utilizzate su laghi e fiumi dalle popolazioni del territorio un tempo golasecchiano.

 

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STEFANO MORGANTI

 

Fonti:

Bonino, La tecnica costruttiva navale romana: esempi e tipi dell’Italia Settentrionale

Bonino, Le costruzioni navali del Lario tra tardoantico e tradizione recente

Bonora Mazzoli, Le vie di comunicazione terrestri e fluviali

Bosio, La Tabula Peutingeriana

Caporusso, La situazione idrografica di Milano Romana

Fasoli, Navigazione fluviale: porti e navi sul Po

Gabba, I Municipi e l’età Augustea

Sena Chiesa, Il territorio di Comum: insediamenti, necropoli, popolamento

AA.VV., Carta Archeologica della Lombardia, voll. I, II, III e IV

 

Iconografia:

Barche lariane – http://www.cherini.eu/etnografia/Italia4/slides/049-Lago%20di%20Como%20-%20barca%20di%20Pescarenico.html

Cuciture – http://www.usderviese.it/varie/barche/metodocostruttivo.htm

Cerchia navigabile di Milano Romana – AA.VV., Milano Capitale Imperiale (286-402 d.C.)

Tabula Peutingeriana

CESARE SECONDO CESARE

“Consegnata ai consoli la lettera di Gaio Cesare, a mala pena, e per le pressanti insistenze dei tribuni della plebe, si ottenne da loro che venisse letta in Senato”

Si aprono così, in terza persona, mutili, senza alcun preambolo, i Commentarii di Cesare a proposito della guerra civile che lo ha visto vincitore su Pompeo.

Memorie, “perché agli scrittori non mancasse la conoscenza di eventi  così straordinari”.

Contemporaneamente però, sono qualcosa di più, ovvero una apologia, un’autodifesa per giustificare la decisione di portare le armi contro l’autorità costituita, contro il Senato di Roma. E’ il Cesare vincitore che sa di dover rispondere comunque delle sue azioni.

Come abbiamo detto, non c’è nessuna introduzione e non vengono illustrate le cause che scatenarono la guerra perché i destinatari erano stati a loro volta coinvolti in quel tipo di guerra domestica, attraversando i cuori e le anime non di nemici esterni ma di famiglie, amicizie, territori appartenenti al medesimo mondo.

Il De Bello Civili, questo resoconto suddiviso in tre libri nato dalla mente più controversa ed osannata di tutti i tempi, è per questo eccezionale.

Perché Cesare fu uomo, prima che politico, dominato dalle passioni e nel pieno della lotta non sempre riuscì ad afferrare la realtà oggettiva. Proprio per questo però, quest’opera induce a riflettere non solo sulla storia e la civiltà di Roma, ma anche sulla natura umana. E’ lo specchio di Cesare, di come vuole mostrarsi realmente, abbeverandoci dalla fonte primaria (lui stesso) senza passare per manuali e studi successivi.

Di questo parere è lo stesso Gundolf, un grande saggista tedesco: “come un Cesare o un Napoleone vuole apparire, così vede se stesso, e ciò che egli dice non è menzogna ed esibizione, ma espressione della sua stessa natura; pertanto anche lo stile di un poeta autentico non è un mezzo ornamentale, ma un prodotto dell’anima. Un uomo grande non può abbandonarsi a inganni meschini.”

Proprio per questo, dopo aver affrontato nei nostri precedenti articoli gli altri due protagonisti di quello che impropriamente viene definito “Primo Triumvirato”, abbiamo scelto quest’opera e nessun’altra.

Tema centrale di questo articolo sarà dunque l’analisi dello specchio di Cesare, di come voleva porsi a riguardo di tre tematiche principali: nei confronti delle istituzioni Repubblicane, nei confronti dell’esercito e nei confronti dei suoi nemici.

Prima di addentrarci in queste tematiche però ritengo sia necessario un piccolo riepilogo riassuntivo di ciò che effettivamente portò due straordinari uomini di Stato ad affrontarsi nella “guerra più sincera di tutte”.

La guerra fredda vinta da Pompeo

Carre di fatto portò al definitivo tracollo del Triumvirato. L’equilibrio non poteva reggere in una diarchia e la lotta al vertice era inevitabile.

I torbidi del 54 e del 53 favorirono Pompeo che ebbe mano libera nel perseguimento dei propri fini politici, soprattutto perché aveva creato con un colpo di genio dei pretesti che gli permettevano di avere una posizione di dominio nell’Urbe. Cesare era lontano da Roma, è un elemento che non deve sfuggire in questa analisi. Invece il suo rivale, sfruttando una crisi annonaria (che secondo alcuni studiosi fu abilmente manovrata a tavolino) ebbe la possibilità di governare la Spagna rimanendo comodamente in città, facendosi paladino dei problemi del popolo. Un piano per la risoluzione della crisi alimentare fu portata casualmente tre giorni dopo la sua nomina come incaricato speciale.

La morte di Clodio, esponente dei popolari e pedina in un primo tempo del Triumvirato, aveva di fatto creato il caos in città. Lo stallo era sempre più evidente perché le principali promagistrature erano occupate e ben pochi volevano rischiare di candidarsi al consolato, in quanto le spese per le campagne elettorali non avrebbero portato poi alcun arricchimento personale nel governo di province poco redditizie. Anche in questo senso, Pompeo si limitò ad osservare che le bande di Clodio e Milone creassero la situazione di pericolo pubblico necessaria per ottenere successivamente un potere straordinario. La strategia era dunque questa: incrementare una situazione di crisi per poi ottenere dei poteri speciali, mostrandosi però rispettoso delle istituzioni. Dunque nel 52, mentre Cesare era impegnato in Gallia nel domare l’insurrezione di Vercingetorige, per salvaguardare l’ordine pubblico, Pompeo venne nominato console senza collega. Era di fatto il preludio di una autentica monarchia. Restava però un ultimo punto da sistemare: l’eliminazione del rivale. Successivamente scelse come collega Metello Scipione, di cui aveva sposato la figlia, e fece votare una legge, con validità retroattiva, riguardante i brogli elettorali (lex de ambitu): si dovevano sottoporre a processo tutti coloro che erano incorsi in questo tipo di reato a partire dal 70, data che segnava non troppo casualmente il suo ultimo consolato (insieme a Crasso). Cesare, i cui brogli elettorali erano noti a tutti, doveva certamente aspettarsi un processo una volta scaduto il suo mandato. Contemporaneamente Pompeo, per mantenere il suo dominio extra italico (anche questo elemento non è da sottovalutare per l’andamento della futura guerra civile), ottenne una proroga del suo governo in Spagna per altri 5 anni, mentre l’incarico in Gallia di Cesare sarebbe terminato nel 49. Cesare era in uno stallo politico: la sua unica salvezza era rivestire il consolato, ma non poteva presentare la propria candidatura senza essere presente nell’Urbe, lo vietava la legge. Tentò così di indurre il collegio tribunizio a chiedere l’approvazione di un plebiscito che gli avrebbe consentito di partecipare alla gara elettorale pur essendo assente da Roma. Questo gli avrebbe permesso momentaneamente una proroga del suo imperium proconsolare, oltre la scadenza fino alla durata delle elezioni.

Pompeo vanificò il suo tentativo tramite una legge sulle candidature, escludendo la presentazione di domande da uomini fuori dall’Urbe. L’anno successivo, il 51, furono eletti consoli altri due senatori ostili a Cesare. Il Senato ammise che il problema della successione al governo della Gallia poteva essere trattato solo dopo il primo Marzo 50. Contemporaneamente però Pompeo fece approvare una legge per cui un magistrato non poteva sperare nell’assegnazione di una provincia prima che fossero trascorsi cinque anni dal suo ultimo mandato. Cesare, in evidente svantaggio dal punto di vista clientelare nella composizione del Senato rispetto al suo rivale, riuscì ad attrarre nella propria orbita Marco Scribonio Curione, tribuno della plebe, fino a quel momento accanito sostenitore degli ottimati, mediante il pagamento di tutti i suoi debiti. Il tribuno, valendosi del diritto di veto, impedì che il Senato votasse altri gravi provvedimenti contro Cesare, sostenendo peraltro la proposta di far deporre contemporaneamente il comando dei rispettivi eserciti mediante la rinuncia ai proconsolati di Spagna e Gallia. I senatori però approvarono solo il richiamo di Cesare, non quello di Pompeo. A questo punto Curione, per l’ennesima volta, utilizzò il suo veto contro questa decisione, chiedendo di votare senza alcuna distinzione di richiamo. Il tribuno della parte pompeiana si oppose applicando il veto. Le fazioni avevano dunque preso il sopravvento sulla vita politica e all’interno dello stesso Senato.

Un senatoconsulto impose a ciascuno dei due rivali di consegnare una legione per il pretesto del pericolo partico. Questa soluzione in realtà era di fatto l’inizio della preparazione della guerra da parte di Pompeo perché nel 53 aveva dato in prestito a Cesare una legione per combattere contro gli Eburoni. Così Cesare perse due legioni per ottemperare ai decreti del Senato.

Le elezioni del 50 videro una ennesima sconfitta della fazione cesariana: solo Marco Antonio e Quinto Cassio Longino diventarono tribuni della plebe. La situazione ormai era precipitata. Cesare, senza superare i limiti della sua provincia, si stabilì a Ravenna, causando preoccupazione nella fazione ottimata. Il console Marcello propone la consegna di due legioni di Cesare a Pompeo. Il veto opposto da Curione viene ignorato. Marcello consegna illegalmente la spada a Pompeo, ordinando gli di arruolare truppe per la difesa della Repubblica. Il tribuno Curione, scaduti i termini della sua magistratura, raggiunge Cesare a Ravenna. Le negoziazioni di quest’ultimo, a proposito di una proroga sul governo quanto meno della Cisalpina non vengono ascoltate.

A questo punto tenta l’ultima carta, una lettera-ultimatum: ritiro di Cesare e di Pompeo a vita privata; se il senato persiste nella richiesta di togliergli il governo delle sue province senza dargli nulla in cambio, Cesare si difenderebbe agendo di propria iniziativa senza curarsi delle autorità costituite.

Dopo accanite discussioni Scipione propone che Cesare sia dichiarato nemico pubblico qualora non si dimetta dal suo incarico entro il primo marzo. Il 7 gennaio viene nominato Lucio Domizio Enobardo come successore di Cesare al governo della Gallia Cisalpina. Antonio e Cassio lasciano Roma e riparano presso Cesare. Il Senato proclama il senatoconsulto ultimo e dispone che i consoli e Pompeo arruolino truppe in Italia per la salvezza della Repubblica.

Nei giorni 11 e 12 gennaio Cesare supera il Rubicone: “alea iacta est”, ha inizio la guerra civile. La guerra fredda, giocata sugli intrighi politici e le clientele, era stata persa. Ora non restava che affidarsi ai suoi soldati ed al suo genio militare.

CESARE NEI CONFRONTI DELLE ISTITUZIONI REPUBBLICANE

Il primo punto è anche quello più complicato. La sua vita termina con le Idi di Marzo, “Sic semper tyrannis!” sono le parole attribuite a Marco Giunio Bruto nel momento del suo assassinio. Si deve pertanto credere che Cesare, convinto fin dalla giovinezza della “fatalità della monarchia” (J. Carcopino), avesse pianificato la sua carriera progettandone le mosse? Oppure, di fondo realista ed opportunista, sia stato spinto dalle circostanze e dalla sua ambizione al potere autocratico?

Difficile dare una risposta netta soprattutto per il retaggio della tradizione storiografica e di fatto dello stesso specchio in cui siamo intrappolati noi stessi, che Cesare non abbiamo conosciuto ma ne abbiamo osservato da molto lontano le sue gesta in forma compiuta, determinata, definitiva.

Fino al 49 il suo principale sforzo fu comunque quello di evitare il ritorno alla guerra civile. Gli anni in Gallia comunque lo avevano cambiato, soprattutto perché gli permisero di guadagnare gloria ed indipendenza economica. C’è un limite però nelle nostre analisi, quello cioè di considerare la sua ascesa come un evento nuovo e straordinario e non, come si potrebbe, come un avvenimento in una sorta di continuità con il passato.

Quali esperienze precedenti conosciamo? Prima di tutti certamente Silla contro i Mariani al termine della guerra sociale. Ma anche il consolato di Pompeo e Crasso nel 70 si era di fatto risolto in una sorta di colpo di stato “soft”, con l’accordo concesso ai due di presentarsi alla magistratura senza aver di fatto le legali pretese. Dunque è da sottolineare come le istituzioni repubblicane fossero ormai in balia degli imperator, dei conquistatori, dei condottieri da almeno mezzo secolo. Cesare in questo senso non fu una novità.

Partiamo proprio dal libro I, al momento in cui, come ho ricordato all’inizio, viene di fatto letta in Senato la proposta epistolare di Cesare, e al contrario venga scelto di arruolare soldati in Italia per preparare la guerra.

“Si arruolano soldati in tutta Italia, si ordinano armi, si obbligano i municipi a fornire denaro e lo si preleva dai templi: tutti i diritti umani e divini sono sconvolti. Cesare, conosciuti questi fatti, tiene un discorso ai soldati. Ricorda le ingiustizie che in ogni occasione gli avversari gli avevano arrecato, si duole che Pompeo sia stato traviato e corrotto da costoro per gelosia e astiosa denigrazione della sua fama, proprio Pompeo, di cui aveva sempre favorito e sostenuto la carriera e il prestigio. Si lamenta che si sia introdotto un precedente, del tutto nuovo, nella gestione della cosa pubblica, di impedire e soffocare con le armi il diritto di veto dei tribuni, che in anni precedenti era stato ristabilito con le armi. Silla, pur avendo spogliato di tutte le sue prerogative il potere tribunizio, aveva lasciato libero il diritto di veto.” (De bello Civili, I, 6-7)

Questo passaggio è interessante proprio in quanto affermato precedentemente: non solo c’è un pessimo precedente, ma i nemici di Cesare fanno qualcosa di peggio oltrepassando il limite. Il riferimento all’esperienza della dittatura sillana ci pone anche un altro spunto di riflessione interessante e cioè che non ha alcuna intenzione di presentarsi come un nuovo tiranno. Anzi, è semplicemente un cittadino, rispettoso delle istituzioni repubblicane (ripetutamente colpite dai suoi avversari) che deve difendersi dalle ingiustizie.

Arrivato a Rimini, attraversando il Rubicone, riceve l’ambasceria del figlio di un suo luogotenente il quale gli espone le deliberazioni del Senato. Ormai è dunque un nemico pubblico, ma gli trasmette anche un messaggio da parte di Pompeo, che anticipa in un certo modo anche la questione relativa al rapporto descritto tra i due.

“Il giovane dichiara di avere ricevuto da Pompeo per Cesare un secondo mandato di carattere privato. Pompeo intende essere giustificato agli occhi di Cesare affinché quest’ultimo non consideri come un’offesa personale atti che egli ha compiuto per il bene dello Stato. Pompeo ha sempre anteposto l’interesse della repubblica alle sue relazioni private di parentela e di amicizia. Anche Cesare, conformemente al suo senso dell’onore, deve sacrificare a vantaggio del bene comune il proprio spirito di parte e ogni risentimento e non scagliarsi con tale violenza contro gli avversari da recar danno allo Stato, sperando di colpirli. (…) Certo, quelle argomentazioni erano ben lontane dall’attenuare le ingiustizie subite; tuttavia, colta l’opportunità di disporre di due uomini che potessero riferire a Pompeo le sue intenzioni, li prega di comunicargli – dato che essi gli avevano riportato, appunto, l’ambasceria di Pompeo – le proprie richieste nel tentativo di dirimere con un piccolo sforzo gravi controversie e di liberare tutta l’Italia dalle sue angosce. Cesare ha sempre collocato al primo posto il senso dell’onore, anteponendolo alla sua stessa vita. Con suo grande rammarico gli avversari gli hanno strappato in modo oltraggioso una concessione del popolo romano, togliendogli sei mesi di comando e obbligandolo a tornare a Roma, mentre il popolo aveva deciso che nelle prossime elezioni si tenesse conto della sua candidatura, pur essendo assente. Per il bene della repubblica egli ha tuttavia sopportato con rassegnazione tale diminuzione del suo mandato, (…) e tuttavia egli è disposto a scendere ad ogni compromesso e a sopportare tutto per il bene dello Stato.” (De bello Civili, I, 8-9)

Cesare dunque sottolinea la sua situazione, collocando il senso dell’onore al primo posto difendendone i suoi diritti ma, cosa fondamentale, facendo sapere di essere stato sempre pronto a raggiungere una intesa con la fazione avversa. Lui dunque, vittima, non ha alcuna intenzione di proseguire con quella promessa di sangue che sembra ormai inevitabile. E, riallacciandosi al parallelo sillano, non è guidato da interessi di lucro. In fondo Silla aveva marciato su Roma per avere il comando (e quindi il bottino) della guerra contro Mitridate del Ponto. Lui no, lui combatte per la propria persona. Questo è ciò che vuole apparire: il salvatore dello Stato, non un tiranno.

Un ultimo e doveroso richiamo in questo senso avviene proprio all’inizio del terzo libro: le forze di Pompeo si spostano in Oriente, l’Italia è in mano a Cesare. A questo punto si presenta come restauratore della Res Publica facendo svolgere regolari elezioni.

“Era infatti l’anno in Cesare poteva diventare console nel pieno rispetto della legge. (…) su proposta presentata al popolo dai pretori e dai tribuni della plebe reintegrò nei diritti civili alcuni cittadini condannati per broglio elettorale per effetto della legge Pompeia. (…) Aveva infatti voluto che fossero riabilitati in virtù della decisione presa dal popolo piuttosto che vedere la loro posizione riabilitata grazie al suo favore.” (De bello Civili, III, 1)

CESARE NEI CONFRONTI DELL’ESERCITO

La fama del suo genio militare è pari soltanto a quella di Alessandro Magno, ma al di la delle tattiche innovative fu il rapporto con i suoi soldati che lo rese eccezionale.

In Spagna, all’inizio del conflitto, Cesare ha la possibilità di sbaragliare le truppe di Afranio, un pompeiano, eppure decide di non ingaggiare battaglia. Si presenta così magnanimo non solo per i nemici, ma anche per i suoi stessi soldati: non ha alcuna intenzione di far subire delle perdite inutili. Decide di tagliare semplicemente gli approvvigionamenti nemici cogliendo comunque la vittoria a seguito della resa nemica.

“Si presentava l’occasione di concludere felicemente l’impresa. E per la verità Cesare si rendeva conto che un esercito sconvolto e demoralizzato per uno scacco così grande subito al cospetto di tutti non era più in grado di resistere, tanto più che si trovava circondato da ogni lato della cavalleria, in quanto si combatteva in luogo piano e aperto. (…) Cesare aveva sperato di poter concludere la campagna senza combattere e senza subire perdite; pensava infatti di aver tagliato fuori gli avversari dagli approvvigionamenti: perché dunque perdere alcuni dei suoi, sia pure in una battaglia coronata da successo? Perché consentire che fossero colpiti dei soldati che avevano acquisito tanti meriti presso di lui? Perché, infine, sfidare la Fortuna? Del resto, un comandante aveva il dovere di vincere con la prudenza non meno che con la spada. Egli era animato anche da un sentimento di pietà verso i suoi compatrioti che vedeva inesorabilmente esposti a un massacro; preferiva pertanto raggiungere il proprio scopo serbandoli sani e salvi. (…) L’accampamento era pervaso da manifestazioni di gioia e di felicitazioni da parte sia di quelli che credevano di avere evitato pericoli così grandi, sia di quelli che pensavano di avere conseguito tanto successo senza alcuna perdita; ed era appunto Cesare l’uomo che, a giudizio di tutti, coglieva il grande frutto della magnanimità dimostrata il giorno prima, e tutti approvavano la sua decisione.” (De bello Civili, I, 71-74)

L’autentico significato della guerra civile, come guerra familiare, come guerra totale, è espresso anche nelle paure e nelle speranze dei soldati. Cesare si presenta come salvatore non solo della sua fazione, della sua parte, ma anche come salvatore dell’intero esercito romano. Ha la forza e l’ingegno per colpire ma non lo fa. Evita stragi inutili. Ottiene il consenso anche dell’esercito nemico.

Ma l’eccezionalità delle sue gesta non solo hanno valore sul campo di battaglia, ispirano anche i suoi stessi ufficiali. E’ il caso esemplare di Curione, suo legato, ma impegnato in Africa dove pone d’assedio Utica. A quel punto riceve le notizie delle vittorie di Cesare e ciò lo galvanizza, anche a costo di affrontare nemici numericamente più forti. Anche a costo della morte, che arriverà a seguito dell’avanzata improvvisa di Giuba re dei Numidi, alleato di Pompeo. Conscio del suo destino non ha alcuna intenzione di sottrarsi proprio per non deludere il suo comandante.

“Queste stesse notizie venivano riferite a Curione, ma per qualche tempo non poteva crederci, tanto aveva fiducia nella sua Fortuna. E già lettere e messaggeri riferivano in Africa ciò che si sapeva dei successi di Cesare in Spagna. Esaltato da questi avvenimenti, Curione pensava che il re non avrebbe intrapreso alcuna azione contro di lui. (…) Non si preoccupa di chiedere il resto, tutto preso, com’è, dalla smania di portare a termine la marcia, e volgendosi alle unità più vicine, dice: “Non vedete, soldati, che le parole dei prigionieri concordano con quelle dei disertori? Il re è lontano, le truppe da lui inviate sono così scarse che non hanno potuto tener testa neppure  a un piccolo numero di cavalieri. Orsù, dunque, affrettatevi alla preda, alla gloria, in modo che possiamo già pensare alla vostra ricompensa e a dimostrarvi la nostra riconoscenza”. (…) Curione non si sottrae al suo compito ed esorta i suoi a riporre ogni speranza nel valore. Neppure i soldati, per quanto stanchi, e nemmeno i cavalieri, per quanto pochi e sfiniti dalla fatica, mancano di ardore guerriero e di valore. (…) La consistenza delle truppe nemiche aumentava continuamente per i rinforzi inviati dal re; nei nostri andava spegnendosi ogni energia e intanto i feriti non potevano né abbandonare la linea di combattimento né riparare in luogo sicuro, perché tutte le nostre unità erano circondate dalla cavalleria nemica. (…) Il comandante della cavalleria, Gneo Domizio, che gli stava attorno con pochi cavalieri, lo scongiura di cercare salvezza nella fuga e di sforzarsi di raggiungere l’accampamento, e promette di essergli sempre vicino. Ma Curione dichiara con fermezza che dopo aver perduto l’esercito affidatogli da Cesare egli non si presenterà mai al suo cospetto e così cade combattendo. I fanti sono sterminati fino all’ultimo uomo.” (De bello Civili, II, 37-42)

Cesare dunque, era qualcosa di più di un semplice generale: era il punto di riferimento, il modello, l’uomo che ispirava piena ammirazione nei suoi soldati. L’ultimo caso in questo senso, ed il più significativo, risale alla battaglia finale a Farsalo. Il senso di rispetto e di ammirazione non veniva solo dagli ufficiali di alto grado, come Curione, ma anche da semplici centurioni. E’ il caso di Crastino:

“C’era nell’esercito di Cesare un richiamato di nome Crastino, uomo di eccezionale valore, che l’anno precedente era stato primipilo nella X legione. Dopo il segnale di tromba, egli esclamò: “Seguitemi, voi che foste parte del mio manipolo ed attuate per il vostro comandante supremo ciò che avete in animo di fare. Rimane questa sola battaglia: quando l’avremo conlcusa, egli riacquisterà con onore tutto il suo prestigio e noi la nostra libertà”. Poi aggiunse rivolgendosi a Cesare: “Oggi, o comandante, farò in modo di meritare o vivo o morto la tua riconoscenza”. Pronunciate queste parole , si lanciò avanti per primo dall’ala destra: lo seguirono circa centoventi volontari, tutti soldati scelti. (…) Rimase ucciso, mentre combatteva con straordinario coraggio, anche Crastino. per un colpo di spada in pieno viso. Non furono davvero parole al vento quelle che egli aveva pronunciato nell’atto di recarsi in battaglia. E così Cesare pensava che in quel fatto d’arme Crastino avesse dimostrato un valore eccezionale e che nella misura più ampia avesse meritato tutta la sua riconoscenza.” (De bello Civili, III, 91-99)

CESARE NEI CONFRONTI DEI SUOI NEMICI

Ultimo punto, già anticipato in qualche modo con gli argomenti precedenti, è il rapporto con i suoi antagonisti. Come abbiamo visto, Cesare di fatto fin da subito si descrive come un cittadino di buon senso in cerca di un compromesso. Evita i massacri, se può. Se non può li giustifica, in una linea che rimane sempre costante. In questo senso ci sono due episodi molto diversi tra loro, ma che rappresentano come Cesare percepiva la sua guerra personale.

Il primo episodio è relativo all’ultimo tentativo diplomatico. Dopo le vittorie in Spagna e a Marsiglia riesce ad intercettare Pompeo a Brindisi, ove quest’ultimo stava trasferendo il suo esercito verso la Grecia.

“Numerio Magio, di Cremona, comandante del genio di Gneo Pompeo, viene catturato durante il viaggio e condotto da Cesare. Cesare lo rimanda a Pompeo con l’incarico di riferirgli quanto segue: poiché fino a quel momento non è stato possibile fissare un colloquio e Cesare stesso sta per arrivare a Brindisi, è importante per la repubblica e per la comune salvezza che Cesare conferisca con Pompeo. (…) Cesare, però, dirigeva le operazioni senza indursi a pensare di dover rinunciare a negoziati di pace, e sebbene si stupisse grandemente che Magio, inviato da lui a Pompeo con un messaggio, non gli venisse rimandato e benché iniziative di questo genere, spesso tentate, frenassero il suo slancio e i suoi propositi, riteneva di dover insistere per questa via con tutti i mezzi a disposizione. (…) Poco dopo, riferisce che in assenza dei consoli non è possibile negoziare alcun accordo. A questo punto, Cesare ritiene di dover rinunciare definitivamente a tentativi più volte intrapresi senza risultato e di pensare alla guerra.” (De bello Civili, I, 24-26)

La via diplomatica rimane costantemente chiusa, ma non da parte di Cesare. Allo stesso modo, dopo costanti scene eroiche da parte dei suoi soldati anche sul lato militare la fazione pompeiana appare piuttosto preoccupata più per l’attribuzione delle cariche politiche future che per la salvezza dello Stato. Ne è un esempio la preparazione della battaglia finale di Farsalo:

“Pompeo giunge pochi giorni dopo in Tessaglia e in un discorso rivolto a tutto l’esercito ringrazia le proprie truppe ed invita i soldati di Scipione a prendere la loro parte di bottino e di ricompense, dato che la vittoria è già stata ottenuta. (…) E già si contendevano apertamente l’attribuzione di riconoscimenti e di cariche sacerdotali e stabilivano per gli anni successivi la nomina dei consoli, altri esigevano le case e i beni di quelli che erano nel campo di Cesare.” (De bello Civili, III, 82)

Cesare non era un ideologo. Era un uomo del sistema e voleva agire all’interno del sistema. Fu nominato per suo volere dittatore ma non come risultato ultimo delle sue ambizioni. Le istituzioni repubblicane avevano già riscontrato precedentemente, come abbiamo visto, la tendenza a consegnarsi all’uomo forte del momento.

Un parallelo con Pompeo è forse d’obbligo. Nei Commentarii Cesare lo rappresenta con voluto distacco, vittima dei suoi stessi collaboratori più che per l’ambizione personale. La sua morte non è raccontata, semplicemente “In Alessandria apprende della morte di Pompeo e proprio mentre scende dalla nave sente le grida dei soldati che il re aveva lasciato in città come presidio e vede una folla accorrere ostilmente verso di lui, perché era preceduto dai suoi fasci.” (De bello Civili, III, 106). Plutarco racconta che quando Teodoto gli recò la testa mozza di Pompeo, Cesare volse altrove gli occhi non “potendo sopportare la vista del miserabile” che gli aveva presentato un così orrendo trofeo.

Dal punto di vista politico ci fu un enorme abisso tra i due. Pompeo, appartenente all’ordine dei cavalieri, nonostante si fosse presentato dopo la campagna mitridatica come rispettoso delle istituzioni, in realtà non lo fu mai realmente. Non perseguì mai una carriera politica legale, tentando sempre di strappare concessioni al di fuori dell’ordinaria amministrazione. Nel 79, di ritorno dall’Africa, sfidò il dittatore Silla pretendendo il Trionfo senza aver mai rivestito alcuna magistratura. E lo ottenne. Nel 70, senza aver l’età legale minima e aver mai ricoperto altre magistrature, riuscì a farsi eleggere come console. Cesare invece, legato fin dalla gioventù ai populares, si mostrò sicuramente molto più uomo di Stato del suo rivale.

Certo gli furono attribuiti onori divini, certo vagheggiava progetti tipici di un autocrate, però di un autocrate razionale: il prosciugamento delle paludi pontine, la costruzione di una strada tra l’Adriatico ed il Tevere tramite l’Appennino; il taglio dell’Istmo di Corinto; la costruzione del più grande tempio del mondo nel campo di Marte e di un colossale teatro in un altro punto della città; il progetto di una grande biblioteca come quella di Alessandria; la campagna militare contro i Parti, vendicando Crasso e riportando in Patria le insegne perdute.

Le ventitré pugnalate che gli furono inferte il 15 marzo 44 gli impedirono di attuare gran parte di questi ambiziosi progetti. Rimane così uno specchio in chiaroscuro dal quale possiamo fare teorie senza mai afferrare la verità.

Rimane pertanto da chiedersi se uomini come Curione o Crastino pensassero di combattere per un tiranno oppure per un uomo di Stato il cui nome risuonava già nell’eternità.

 

Giuseppe Giordano

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AnacronHistoria. Imperialismo ateniese ed Unione Europea: il mito del XXI secolo

«La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». Questo è il passo di Tucidide dell’epitaffio che lo storico attribuisce a Pericle, o meglio, questa è la versione che è stata inserita nella bozza del preambolo della Costituzione europea.

I padri fondatori, tra cui l’ex presidente francese Giscard d’Estaing, hanno scelto questo brano per esplicitare il nostro legame con la democrazia ateniese e per dare solide radici al processo di Nation-building europea. Questa versione appare però completamente falsata dall’originale ed ha scatenato vibranti polemiche. Nel discorso tucidideo di Pericle infatti, il giudizio sul sistema democratico non è affatto positivo: “la parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (in senso moderno, perché la parola politèia non può definirsi costituzione in senso lato) è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza. Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà” (II, 37).

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Rileggendo queste poche righe si può notare una distanza totale tra il concetto di democrazia e di libertà. Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo popolare definivano tale modello. Intendevano risaltare il carattere violento, kràtos, un sistema liberticida. Gli stessi fautori del governo radicale preferivano il termine dèmos per indicare il sistema in cui si riconoscevano. Dunque, il concetto che sta a cuore a Pericle, attraverso la mano di Tucidide, è che nonostante sussista un regime a cui fa capo una maggioranza nondimeno sussisteva ancora una libertà individuale.

Secondo Luciano Canfora, il noto filologo ed antichista, “non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso a una tale «bassezza» filologica. (…) I bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all’esercizio di scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell’epitaffio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso – senza saperlo – al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà – nel mondo ricco – con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.”

Non è mia intenzione addentrarmi in un discorso prettamente accademico sul concetto di democrazia antica, e con esso il tentativo di rapportarlo ai giorni d’oggi, quale laboratorio mitico fondativo. Le luci sinistre di questo collegamento non si fermano ad una mera manipolazione del senso storico del sistema politico, ma ad un preciso contesto geopolitico: l’imperialismo ateniese.

Legare le radici europee di oggi (un sistema politico formalmente comunitario e paritario) con una esperienza monopolizzante ed autoritaria del V secolo a.C., è innegabilmente pericoloso e  potenzialmente esplosivo. E’ bene sottolineare, accettando questo gioco e proseguendo nel medesimo solco, le ampie differenze di contesti e di situazioni tra due epoche. Non si può perciò fare un autentico parallelismo tra le due situazioni, ma dato il volontario richiamo degli stessi padri europei è possibile sottolinearne quanto meno alcune analogie.

Il discorso di Pericle ha un preciso contesto evenemenziale (la guerra del Peloponneso contro Sparta), ma soprattutto è figlio di un sistema istituzionale comunitario (la lega di Delo).

 Quali analogie sussistono tra l’Unione Europea di oggi e la Lega Delio-Attica?

Occorre, per introdurre l’argomento, soffermarsi sulla seconda. Per noi, la battaglia di Micale, nell’estate del 479, costituisce l’ultimo atto delle guerre persiane. In realtà, la guerra non era terminata: i Persiani costituivano ancora un pericolo e la fragile alleanza di stati greci che aveva conseguito la vittoria, sotto la guida spartana, si trovava a fronteggiare problemi enormi, per i quali non disponeva di precedenti né di istituzioni formali che aiutassero nelle scelte. Non si sapeva come comportarsi con quanti, durante la guerra, si erano schierati con il nemico ma soprattutto i Greci d’Asia erano ancora sotto occupazione achemenide e bisognava attuare una strategia militare “globale” di liberazione. Sparta però, che aveva fino a quel momento condotto la coalizione panellenica, aveva difficoltà nel mantenere la propria egemonia e non aveva intenzione di proseguire con un impegno che l’avrebbe vista lontana dal Peloponneso, la sua autentica dimensione politica. Inoltre, la rinuncia al comando del mondo greco era dovuto anche all’atteggiamento culturale lacedemone. Seguendo le parole di Tucidide infatti “essi temevano che coloro che si allontanavano dalla loro terra divenissero peggiori, come avevano constatato nel caso di Pausania, e nello stesso tempo desideravano liberarsi della guerra contro i Persiani: ritenevano gli Ateniesi, in quel momento in buoni rapporti con loro, capaci di esercitare il comando”.

Fu così che, caduto in disgrazia il comandante spartano Pausania, gli spartani si disinteressarono della guerra ancora in corso ed Atene accettò di buon grado di assumerne la leadership, e così già nell’estate del 477 dettò agli alleati le regole della nuova lega navale, che gli studiosi indicano come lega di Delo (o delio-attica), poiché il centro federale dove gli alleati tenevano le riunioni e dove veniva custodito il tesoro fu stabilito nell’isoletta di Delo.

La prima analogia, superate le ovvie differenze istituzionali (la lega ateniese aveva un carattere militare in antitesi con la volontà europea di superare i conflitti nazionali), è lo scopo superiore che unisce gli interessi particolaristici dei singoli membri. Ma soprattutto il processo di enlargement che porta queste formazioni internazionali ad espandersi. Le prime aperture in questo senso per la Lega Ellenica furono le isole di Lesbo, Samo e Chio, fino a contare quasi 400 poleis. Questo processo è chiaramente legato anche ad un altro evento: la divisione spaziale tra chi ne fa parte e chi, invece, ne è escluso. Il riassetto geopolitico di una comunità internazionale in espansione porta sempre inevitabilmente ad una situazione bipolare potenzialmente esplosiva: la permanenza cioè di una barriera tra i membri e gli “altri”, quelli esclusi. L’elemento di coesione del mondo greco, la lega navale, si trasformò in elemento corrosivo. Chiaramente i successi sui Persiani (a volte alterni ma comunque significativi) e lo sviluppo proprio di una forma imperialistica da parte di Atene (che tratteremo a breve) hanno portato ad una situazione di tensione nei confronti della Lega Peloponnesiaca di Sparta. Quest’ultima, strumento di dominio lacedemone sulla regione, aveva un carattere puramente difensivo e veniva visto sempre di più come modello alternativo soprattutto per quelle poleis minori pressate dall’aggressività politica ateniese. Dopo il 454 (per alcuni il 449 con la Pace di Callia) si registrarono in questo senso gli ingressi di Argo e Megara nella sfera attica, strategicamente fondamentali per l’ingresso nel Peloponneso, tanto più che la prima citata può ben definirsi come l’eterna rivale degli Spartani. Questa espansione sul golfo di Saronico era aggravata anche dalla conseguente fortificazione militare compiuta dagli ateniesi attraverso la costruzione delle Lunghe Mura, sia tra il centro urbano di Megara e il porto di Nisea, sia tra la stessa Atene ed il Pireo. Il significato politico-militare di tali realizzazioni segnava sostanzialmente il riconoscimento dell’importanza del mare e del controllo militare sulle rotte marittime: questo avrebbe permesso, in caso di assedio, di resistere agli assalti evitando di isolare la città dai rifornimenti alleati. Lo sviluppo dello “spazio vitale” ateniese preoccupava così non soltanto la politica lacedemone, ma anche quella dei suoi alleati. Corinto, tra tutte, era quella che assisteva con più preoccupazione ai progressi della vicina rivale. Un’altra area contesa era la Grecia Centrale: qui gli ateniesi avevano stipulato accordi con i Tessali; Sparta cercò di creare un contrappeso volgendosi verso Tebe e cercando di assicurarsi il controllo dell’Anfizionia delfica. Rivalità fisica, politica e materiale.

Analogamente l’Unione Europea ha portato alla creazione in questo senso di due Europe, irrigidendo la barriera tra l’ordine interno garantito ed il disordine esterno. Una Comunità dominata dal mito del borderless Europe (libertà di tutti i cittadini comunitari di circolare all’interno dei confini) ed una politica di irrigidimento continuo verso una nuova cortina di ferro di border law enforcement. I Paesi inglobati dagli allargamenti europei per esempio son stati costretti per lungo tempo ad annullare i programmi bilaterali di cooperazione e valorizzazione di aree di frontiera e di regioni transfrontaliere già avviate verso forme di mobilità cross-border, trasformati in custodi militarizzati eurocomunitari. Gli esclusi, separati dagli interessi economici e politici di Bruxelles, sono così spinti per un reingresso nella sfera russa e nei suoi interessi nel near abroad dal Baltico al Mar Nero. Zone grigie di entità statali non ancora allineate diventano così foriere di tensioni. Ne sono prova, in questo senso, le interminabili code ai consolati polacchi in Ucraina o a quello lituano a Sovietsk. Si noti che fra Paesi “inclusi” ed “esclusi” nei primi anni Novanta i visti non erano richiesti e si era assistito a una crescita enorme dell’international crossborder mobility. Per esempio, l’Ucraina è stato il primo Paese dell’Est con il quale la Polonia ha firmato un accordo di visa-free border regime, non ratificato poi dal Parlamento di Varsavia per paura che bloccasse l’accesso della Polonia alla UE allargata. Prima di entrare in Schengen, il regime polacco dei visti era molto liberale. Successivamente invece il blocco ha diminuito la permeabilità del confine con l’Ucraina, con gravi conseguenze per l’economia della Polonia. Lo stesso è accaduto nella Lituania meridionale, per secoli in contatto con la Bielorussia. Il confine comunitario ha dunque paralizzato i contatti a livello people-to-people e gli spostamenti delle popolazioni di confine. Questo rafforzamento delle barriere ha avuto anche delle ripercussioni fisiche, come nel caso dell’abbattimento fisico di ponti (sui fiumi Sotla/Sula e Kolpa/Kupa) fra la Slovenia entrata nelle UE (nel 2004) ed in Schengen e la Croazia che ancora non ne faceva parte (ci entrerà solo nel 2013), per ottemperare le misure di sicurezza richieste da Bruxelles. Sul piano geoeconomico il confine esterno orientale ha contribuito a modificare gli spazi economici regionali, un neoprotezionismo che ha favorito la stagnazione delle regioni e dei Paesi esclusi, con gravi ripercussioni in politica interna ed internazionale. Le barriere doganali ed i dazi ad essi collegati hanno penalizzato infatti le economie, prevalentemente agricole, delle regioni europeo-orientali. Il caso dell’Ucraina per esempio è macroscopico: le Terre Nere ucraine, così come quelle siberiane, hanno una potenzialità agricola sconfinata e potrebbero fornire beni alimentari per tutta l’Europa Orientale. Questo protezionismo ha comunque un costo altissimo per gli stessi consumatori euro-occidentali, sia in termini di finanziamento di quella politica – che ha raggiunto quasi il 60% del budget europeo – che di prezzi elevati. Sui danni prodotti a quest’area dal protezionismo europeo, cfr. KAMINSKI B., Trade Performance and Access to OECD Markets, in: MICHAPALOPOULOUS C., Trade in the New Indepedent States, Washington D.C. 1994.

Passiamo ad un altro elemento fondamentale: l’irrimediabile evoluzione in senso autoritario di di uno o più Stati-membri, superiori in mezzi e possibilità, a scapito degli altri.

Torniamo di nuovo ad un passo di Tucidide: “Gli Ateniesi, ricevuto in questo modo il comando, con il consenso degli alleati e per l’odio di questi ultimi nei confronti di Pausania, stabilirono quali città dovevano fornire il denaro e quali dovevano fornire navi per la guerra contro il barbaro. Il pretesto era quello di devastare la terra del re, per vendicarsi di ciò che avevano subito. E fu allora che sorse per la prima volta presso gli Ateniesi la magistratura degli Ellenotami, i quali si occupavano della riscossione del tributo: così fu chiamata la contribuzione finanziaria imposta agli alleati. La prima determinazione del tributo fu nella misura di 460 talenti. Sede del tesoro della lega fu Delo e le adunanze avvenivano nel tempio.” La partecipazione all’alleanza era libera e formalmente le città che aderivano erano tutte sullo stesso piano. Ma esisteva una differenza di status tra le poche poleis in grado di fornire navi alla flotta della lega (Atene, Chio, Lesbo, Samo e forse poche altre ancora) e le tante che, invece, si limitavano a pagare un tributo annuo che veniva utilizzato per l’allestimento di navi. Uno dei nodi interpretativi più difficili a proposito dell’imperialismo ateniese è quello della sua evoluzione nel tempo. Per Tucidide il fenomeno è sostanzialmente presente al momento stesso della fondazione della Lega di Delo: ne fa fede in questo l’impiego della parola “pretesto” del passo sopracitato. La guerra contro i Persiani non è appunto che un pretesto per imporre il tributo, e con esso la dominazione ateniese sugli alleati. Ad ogni modo è indubbio che la differenza iniziale di status fra stati che fornivano navi e stati che contribuivano denaro racchiudeva il germe della trasformazione. La stragrande maggioranza delle poleis preferì versare annualmente una cifra, che veniva decisa e amministrata dagli Ateniesi (fattore da tenere ben presente) perché semplicemente era più economico. Allestire una flotta andava oltre la disponibilità della maggior parte di molte comunità greche: non si trattava solo del costo della costruzione e della manutenzione delle triremi, bisognava mantenere gli equipaggi (200 uomini per unità), ed essere in possesso di materiali da costruzioni spesso non reperibili in loco (per esempio il legname che impiegava Atene proveniva in larga misura dalla lontana Macedonia oppure dalla Penisola Calcidica). Questa situazione minava alla radice il concetto stesso di autonomia delle singole poleis e di fatto la differenza tra le pochissime città grandi ed i piccoli centri creò un baratro incolmabile. Per gli studiosi del periodo, a differenza della statica visione tucididea, il tratto imperialista del dominio ateniese subì un fortissimo cambio di tono almeno dal 454 nel momento in cui, dopo la disfatta dell’avventura egiziana, con il pretesto di possibili attacchi marittimi da parte dei Persiani venne deciso di trasferire il tesoro della lega direttamente ad Atene. Da quel punto in poi non vennero più convocate assemblee e la distinzione tra entrate dello stato ateniese ed entrate della lega cessò di fatto di avere un senso. Poco dopo, nel 449, il compromesso di pace con i persiani fece definitivamente cadere qualsiasi finalità originaria, decretando la superiorità ateniese in vero e proprio archè. Tali vantaggi non derivavano dall’adozione di politiche commerciali, estranee al mondo del V secolo, ma a strumenti più immediati come il tributo e lo stanziamento di cittadini ateniesi in territori di comunità soggette nell’Egeo, le Cleruchie appunto. Per facilitare la riscossione venne anche deciso di far adottare la moneta ateniese a tutte le poleis alleate. Lo stanziamento del tributo veniva deciso da una commissione nominata dai cittadini ateniesi, i quali poi dovevano discutere a  proposito di eventuali ricorsi. Non solo: se entrare nella lega era una scelta libera, uscirne era in pratica impossibile, come dimostrarono le azioni militari intraprese da Atene contro Nasso (471), Taso (465-463) e la stessa Samo (440-439), colpevoli di aver deciso unilateralmente di defezionare dall’alleanza. Analogamente nella situazione contemporanea è possibile notare l’inclinazione all’interno dell’Unione Europea ad allargare le disparità tra i membri piuttosto che mirare all’eguaglianza. Tra i principi dell’UE c’è la convergenza economica e la coesione sociale, ma è un programma rivolto verso l’alto e non verso il basso. Questo vuol dire indirettamente sostenere la leadership naturale dei Paesi membri più forti a discapito della dipendenza socio-economica dei più deboli.

Ultima questione: come veniva visto l’imperialismo ateniese dai suoi sudditi? “E anche gli Ateniesi presero possesso di molte città greche – un tempo invase dai barbari -, città che non avevano colonizzato loro e che trovarono già abitate: e tuttavia ne mantennero il dominio per settant’anni perché in ciascuna di esse avevano amici fedeli”. Questo è ciò che ci dice Platone e getta luce su come il dominio fosse vissuto dalle comunità soggette. Sussistevano cioè appoggi in loco, una vasta rete di personaggi locali i quali ricavavano onori e vantaggi da parte dello stato ateniese per i loro servigi. Gli ateniesi tra l’altro avevano la possibilità di inviare come sorveglianti dei magistrati con funzioni di controllo. Le élites locali dunque si dividevano nel loro interno tra quelli favorevoli ad Atene e alla sua democrazia e chi invocava invece l’autonomia. Lo stesso Senofonte, di istanze filo spartane, dichiarò che la sconfitta ateniese nella Guerra del Peloponneso “segnò l’inizio della libertà per la Grecia” (Senofonte, Elleniche, II, 2, 23). Inutile in questo senso sottolineare l’attualità della questione.

L’imperialismo ateniese non ha nulla a che vedere con la situazione attuale, così come la democrazia periclea non può e non deve essere strumentalizzata nel processo di costruzione di una identità europea artificiosa. Sarebbe banale risolvere l’entità delle questioni a meri parallelismi perché il mondo antico non aveva gli stessi obiettivi e nemmeno la stessa conformazione socio-economica di quella odierna. In fondo, come abbiamo già visto, la lega di Delo si risolveva in una semplice alleanza a fini militari, come ne erano già esistite prima e come ne esisteranno poi, mentre l’Unione Europea è qualcosa di molto superiore e mira alla concordia e alla pace. Inoltre l’adozione della civetta ateniese degli alleati era semplicemente un modo per uniformare e semplificare i metodi di pagamento. La Russia non ha una società di opliti e di eguali, e neppure nessuna alleanza Peloponnesiaca a cui rivolgersi. Le analogie che abbiamo riscontrato sono piuttosto da interpretare come tendenze di lunga durata che sempre faranno parte delle dinamiche umane. Creare zone privilegiate o comunque selettive automaticamente ne esclude altre, e così la persistenza di entità statali superiori in una formazione comunitaria tende a creare un sistema autoritario che punta verso l’alto. L’esperienza della lega navale non era pensata in origine, contrariamente all’idea di Tucidide e di alcuni storici come Finley, ad un sistema egemonico. La stessa democrazia radicale di Efialte e di Pericle in fondo arriva soltanto nel 461, dunque si può scorgere una lenta e progressiva evoluzione anche e soprattutto all’interno della stessa Atene. Sono tutti elementi da tener conto e che qui non possono essere affrontati. L’idea di legare le radici comunitarie europee a  comunque sembra francamente assurdo e facilmente riconducibile a quella tendenza dell’Unione non tanto a presentarsi come un modello alternativo ed opposto a quello delle Nazioni, ma secondo lo stesso modus operandi. Infatti, come Alessandro Vitale, professore di Analisi delle politica estera e Politica estera comprata all’Università degli Studi di Milano, ha brillantemente osservato “la ragione risiede nel fatto che il progetto unificatore europeo non solo (pur se basato su basi ireniche) riprende il mito (inizialmente imperiale, ripetutamente fallito) dell’unificazione delle popolazioni europee sotto un unico ordine politico-militare, sebbene oggi per via democratica, ma lo fa ricalcando in modo crescente la logica dello Stato territoriale moderno, al quale sono indispensabili rigidi confini: tanto più nella sua variante contemporanea, securitaria (di polizia e sociale), welfarista e redistributiva delle risorse, che ha per sua natura necessità di stabilire precisi confini dell’esclusione e limiti all’estensione dei doveri di solidarietà, che tuttavia rispondono a criteri arbitrari, di natura esclusivamente politica.”

Il senso storico, se percepito nel modo corretto, pone riflessioni sull’agire umano valide per questi ed altri tempi.

In fondo, è lo stesso Tucidide che inscrive, nelle parole di un ambasciatore ateniese allo scoppio della guerra del Peloponneso, l’imperialismo della sua città nell’ordine delle cose naturali:

“Noi Ateniesi non abbiamo fatto nulla di straordinario, né di alieno al comportamento umano, sia quando abbiamo accettato l’impero che ci veniva offerto, sia quando ci siamo rifiutati di rinunciare a esso, obbedendo a delle motivazioni fortissime, quali il prestigio, il timore e l’interesse; d’altra parte, non siamo stati i primi a esercitare un ruolo di questo genere, ma sempre ha avuto valore la norma per la quale il debole è tenuto in soggezione dal più forte”.

Giuseppe Giordano

 

Fonti: L. CANFORA, Democrazia. Storia di un’ideologia, Roma, 2012; M. BETTALLI, Tra guerre persiane e guerra del Peloponneso: la Grecia durante la Pentecontetia, in M. GIANGIULIO (a cura di), Storia d’Europa e del Mediterraneo, IV: Grecia e Mediterraneo dall’Età delle Guerre Persiane all’Ellenismo, Roma, 2008; TUCIDIDE, La guerra del Peloponneso, libro I, Milano 2016; A. VIOLANTE, A. VITALE, L’Europa alle frontiere dell’Unione. Questioni di Geografia storica e di Relazioni internazionali delle periferie continentali, Milano 2010.

 

LA POLEMICA DI LIVIO CONTRO I LEVISSIMI EX GRAECIS E ALESSANDRO MAGNO

Pochi passi nell’opera di Tito Livio sono conosciuti come l’excursus del IX libro (IX, 17-19).

Partendo dalle vicende e dall’elogio di Papirio Cursore, lo storico patavino trae lo spunto per proporre un interessante e ben noto esempio di storia ‘contro-fattuale’ (quale sarebbe stata la sorte dello Stato romano se si fosse combattuto con Alessandro Magno). In tale contesto fortemente polemico, intriso di reminiscenze retoriche, spicca la violenta invettiva contro quei Greci che esaltano le vicende e la figura del Macedone a scapito della grandezza di Roma (e quindi la dimensione universalistica dell’Imperium Romanum) e che, del tutto stoltamente, sono favorevoli anche alla gloria dei Parti contro il nomen Romanum:

IX, 18,6: “Id vero periculum erat, quod levissimi ex Graecis, qui Parthorum quoque contra nomen Romanum gloriae favent, dictitare solent, ne maiestatem nominis Alexandri, quem ne fama quidemillis notum arbitror fuisse, sustinere non potuerit populus Romanus.”

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Da tempo gli storici si domandano chi Livio abbia celato dietro l’affermazione levissimi ex Graecis. In sostanza se si scaglia contro più autori o uno in particolare.

I possibili bersagli sono stati individuati in Crinagora Metrodoro di Scepsi, Memnone di Eraclea, Potamone, Teofane di Mitilene, Timagene di Alessandria.

È ormai accettata la tesi secondo la quale proprio Timagene è l’oggetto della polemica liviana, che fu amico di Asinio Pollione e ostile ad Augusto. Egli scrisse infatti una storia dei regni cercando di compararli.

Bisogna aggiungere a tutto ciò che la valutazione negativa di Livio nei confronti di questi levissimi ex Graecis presuppone un forte pregiudizio culturale. Nel giudizio dello storico patavino il mondo ellenistico è inteso secondo un chiaro processo corruttivo. Ciò emerge in un noto passo, XXXVIII 17, 1, nel discorso del console Cn. Manlio alle truppe nel 189/8, prima dello scontro con i Galli d’Asia:

“Macedones, qui in Alexandream in Aegypto, qui Seleuciam ac Babyloniam, quique alias sparsas perorbem terrarum colonias habent, in Syros Parthos Aegyptios degenerarunt.”

 I Macedoni si trasformano in Egitto in Egizi, in Siria in Siriaci e nella regione babilonese in Parti. Il presupposto è dunque che la sostituzione dell’impero partico a quello seleucide venga vista come una vera e propria degenerazione (etico-culturale), tanto più riprovevole in chi esalta il nome partico in contrapposizione e opposizione a quello romano. Anche se il passo risente di un innegabile sostrato retorico, come ha e pur con tutti i rischi che una decontestualizzazione comporta, si rintraccia dunque nel pensiero liviano e in generale romano un (pre)giudizio di fondo sul mondo partico, che si innesta e si salda con la generale valutazione sul mondo ellenistico e sui suoi sovrani (per una maggiore disamina dell’argomento vd.“La rappresentazione dei Parti nelle fonti tra II e I sec. a. C. di Federicomaria Muccioli). Vi è per esempio lo stereotipo della regalità persiana, secondo la quale Dario si trascina uno stuolo di femmine ed eunuchi, rendendolo più preda che nemico vero e proprio, tanto più che il re persiano non partecipa mai agli scontri, essendo l’incarnazione terrena di Ahura Mazdāe quindi da preservare; da qui l’idea di un nemico fragile e facile da sconfiggere. Oltre a ciò, come citato prima tramite il passo del libro XXXVIII, Alessandro sarebbe arrivato in Italia più vicino a Dario nell’aspetto, con caratteri e stile di vita propri dei persiani. E qui Livio affonda ancora una volta la figura di Alessandro, sostenendo che ha adottato la proskýnesis, voltato le spalle alla sua stirpe e passato il tempo con i propri comandanti in sontuosi banchetti, litigando a causa del vino in grandi quantità. Alessandro, insomma, è un re imbarbaritosi esteriormente e interiormente, non più un re macedone. C’è da aggiungere che questa di Livio è un’idea completamente isolata e non riscontrabile in altri autori.

Vi è inoltre un altro elemento che va tenuto in considerazione per una più completa comprensione della polemica liviana: la consapevolezza nelle fonti latine dello sviluppo dei Parti e dell’emergenza di un problema partico, dopo il 53 e la disfatta di Crasso a Carre, prima della politica augustea degli anni 23-20 a.C.

È una consapevolezza non immediata ma graduale, che si intreccia con il progetto di Cesare di spedizione contro i Parti, gli eventi successivi e la propaganda politica a Roma,sviluppata dalla pubblicistica a più livelli soprattutto in epoca augustea.

Ritornando a Livio vediamo come egli abbia dipinto Alessandro, cioè come si un comandante eccellente, ma circondato dalla sola Fortuna che gli ha permesso di conquistare moltissime terre in 10 anni; coloro che esaltano questa fortuna (quindi i vari autori greci che raccontano delle gesta e della grandezza del macedone) non comprendono la grandezza invece di un intero popolo che combatte da 8 secoli, grazie a molteplici personaggi della storia di Roma illustri (consoli e dittatori), e ancora ce ne sarebbero stati se (storia contro-fattuale) il macedone avesse perseguito il suo sogno di arrivare alle Colonne d’Ercole, per scontrarsi prima con Cartagine e poi con la stessa Roma. Sarebbe bastato, prosegue Livio, uno qualsiasi dei grandi personaggi del passato per combattere alla stessa stregua contro Alessandro.

Quando Livio spiega tutto ciò usa un tono veemente e quasi retorico, scrive un passo avulso al tracciato narrativo, preoccupato soltanto di inveire contro coloro che disprezzano o non danno importanza alla virtus romana.

Prima di addentrarci nelle questioni militari trattate da Livio, è importante sottolineare come Alessandro, per il suo Impero, per la figura che istituzionalmente ricopriva, era un problema per gli stessi Macedoni. Livio infatti fa notare IX, 18, 18:

“Immo etiam eo plus periculi subisset quod Macedones unum Alexandrum habiussent, multis casibus non solum obnoxium sed etiam offerentem se, Romani multi fuissent Alexandro vel gloria vel rerum magnitudine pares, quorum suo quisque fato sine publico discrimine viveret morereturque.”

Quindi i Macedoni avevano il solo Alessandro, il quale non poteva permettersi di rischiare troppo in guerra, al contrario dei comandanti romani che non avrebbero recato danno allo stato con la loro morte.

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Al capitolo 19 Livio passa a paragonare le truppe per qualità e quantità.

Riferendosi agli stessi anni di vita del macedone, fa una carrellata di popoli e zone geografiche in cui le legioni romane hanno combattuto, concludendo che Alessandro avrebbe portato in Italia pochi uomini se paragonati alle forze che Roma mise a disposizione per soggiogare l’Italia del centro-sud. A questo fa notare come Roma poteva rifornirsi di truppe in loco, mentre Alessandro avrebbe dovuto richiamare rinforzi da lontano, facendo la stessa fine di Annibale.

Qui Livio compie un altro affondo, celebrando le armi e la composizione dell’esercito romano: Alessandro avrebbe rimpianto gli eserciti persiani e indiani, perché avrebbe dovuto combattere contro soldati meglio equipaggiati e disposti sul campo di battaglia in modo più vario ed elastico, rispetto all’immobile falange macedone; prova è il fatto che, durante le guerre contro Antioco, Filippo e Perseo (che procurarono il dominio del Mediterraneo Orientale nel II sec.), gli eserciti romani non persero una sola battaglia.

La parte finale di questi capitoli, abbiamo detto molto polemici e molto retorici e che non trovano riscontro in altri autori, sia in periodo ellenistico che in quello romano, pur evidenziando tratti positivi e negativi di Alessandro e della sua politica e opera di conquista, è carica di significato perché vi è contenuta una piena adesione alla politica Augustea.

IX, 19, 17: “Mille acies grauiores quam Macedonum atque Alexandri avertit avertetque, modo sit perpetuus huius qua vivimus pacis amor et civilis cura concordiae.”

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Accardi Nicola

Fonti: F. Muccioli, La rappresentazione dei Parti nelle fonti tra II e I secolo a.C. e la polemica di Livio contro i levissimi ex Graecis; Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, Libro IX, 17-19; Landucci, Il testamento di Alessandro.

 

 

 

Le betulle di Novgorod: la storia di Onfim

Nel XIII secolo, a Novgorod, viveva un bambino.

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Ora, mi rendo conto che esordire in questa maniera potrebbe (ed in effetti lo è) sembrare poco preciso, banale o estremamente narrativo. Ma ciò di cui vado a scrivere è il caso di un ritrovamento di una fonte eccezionale. Una fonte conservata dal terreno argilloso della Russia occidentale, arrivata fino a noi e che ci permette di osservare uno scorcio di “vita medievale” che solitamente ci è quasi impossibile da vedere. E che dimostra come, alla fin fine, certe cose nel corso dei secoli siano cambiate davvero poco.

Dicevamo: a Novgorod, nel XIII secolo, viveva un bambino. Si chiamava Onfim, e nel periodo di cui parliamo doveva avere meno di dieci anni (forse sei o sette). Di lui sappiamo solo il nome e che, nei momenti di tempo libero, magari tra un compito e l’altro (forse aiutava la mamma nei lavoretti domestici, o seguiva il padre nei campi o fuori dalla città), scriveva e disegnava su pezzi di corteccia di betulla. Questi suoi disegni ci permettono di entrare nella “vita quotidiana” di un bambino di Novgorod, città del Rus’ di Kiev, seconda per importanza solo alla capitale, ed in cui, si tenga bene a mente, la scrittura era diffusa in tutte le fasce della popolazione, vista la quantità di reperti con tracce scritte ritrovati (e la corteccia di betulla pare essere proprio il supporto per eccellenza per ospitare la scrittura in questa zona).

Nelle “cortecce di Onfim” troviamo di tutto: messaggi personali, esercitazioni di scrittura, lettere d’amore (tutti all’asilo siamo stati convinti di avere trovato la storia della nostra vita…). Ma anche dei prodromi di “liste della spesa”, sillabe, appunti e compiti (ed il piccolo Onfim doveva essere un bambino “impegnativo”: in una delle sue cortecce raffigura uno scontro col proprio insegnante).

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Ma ancora: nei disegni si vedono cavalieri, mostri, “ritratti” dei suoi amichetti, scene di caccia e di battaglia. Insomma: tutto quello che poteva colpire l’immaginazione di un bambino del XIII secolo veniva raffigurato da Onfim spontaneamente; e proprio in questo sta l’enorme valore di questa fonte, nell’essere una raffigurazione immediata della realtà del tempo, per quanto letta attraverso gli occhi di un bambino. Onfim raffigura anche la sua famiglia, si esercita sul Libro dei Salmi (quando fa i compiti), oppure si raffigura come un mostro (quando ha un po’ di tempo libero. E di nuovo: chi da ragazzino non si è immedesimato nei propri eroi?)

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Insomma: da questi preziosissimi pezzetti di betulla emerge che Onfim doveva avere un’infanzia divisa tra piccoli compiti e momenti di gioco (disegna dei suoi amici che sembra quasi giochino a nascondino in un bosco). Doveva essere conscio della durezza del proprio tempo (abbondano le scene di battaglia, in un disegno si raffigura come un cavaliere che abbatte un nemico), ma quella che emerge sembra essere, dopotutto, un’infanzia felice.

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Chiudo questo breve “articoletto” (tra virgolette in quanto scritto senza alcuna pretesa di scientificità, ma solo per raccontarvi quella che secondo me è una storia bellissima) portando alla vostra attenzione il disegno più “commovente (sempre secondo la mia personalissima opinione). In una corteccia Onfim ha ritratto il padre, scrivendo come didascalia: “Questo è il mio papà! Lui è un guerriero. Quando sarò grande voglio anche io essere un guerriero, proprio come lui!”.

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I papà e le mamme sono un po’ i supereroi di tutti i bambini. Il loro lavoro è “mitico”. Nel XIII secolo, almeno secondo questo bambino, era la stessa cosa.

Purtroppo, il fango di Novgorod non ci ha rivelato anche come è finita la storia di Onfim. Personalmente, spero che sia riuscito a seguire il suo sogno. Diventando un guerriero, proprio come il suo papà.

Sperando di avervi strappato un sorriso con questo “articoletto di Natale”,

Buone feste,

Francesco Bozzi

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LO SCAVO ARCHEOLOGICO DI DOMO E IL CASENTINO DALL’ARCAISMO ALL’ETÀ IMPERIALE

Durante l’Età del Ferro il territorio del Casentino, in provincia di Arezzo, fu a contatto con molti popoli poiché era circondata dai territori degli Umbri, Liguri ed Etruschi. Dal VII-V sec. a.C. si ha una presenza certa degli Etruschi nella valle del Casentino. La presenza di numerosi giacimenti metalliferi in Toscana, soprattutto nella zona costiera, facilitò l’accentramento di grandi ricchezze che determinarono la nascita delle più prosperose città etrusche come Populonia, Veio, Vulci, Tarquinia e Cerveteri. Fu il momento di massimo splendore per gli etruschi, i quali divennero una potenza marittima già nel VII a.C. e nel contempo espansero la loro influenza alle zone interne fondando nuovi centri. Il contesto originario, legato però alla transumanza, si costella di piccoli insediamenti stanziali e alcuni di questi sembrano stabilirsi lungo le direttrici connotate come rettifili di varie funzioni. Nuove fondazioni nella zona nord delle valli toscane rispondono proprio a queste esigenze di tipo commerciale, in questo senso un esempio è dato dalla trasformazione di Arezzo che, da un insediamento di capanne, si trasforma in centro urbano. Parimenti si assiste ad un abbandono dei centri minori a favore di un inurbamento delle campagne, con la progressiva comparsa delle prime villae o fattorie. Gli insediamenti e le tracce di villae scoperte nel casentinese sono la testimonianza dell’organizzazione del territorio: si può supporre che anche le famiglie aristocratiche locali erano confluite verso il centro della vallata  spostando, quindi, i loro interessi e ricchezze. Dal IV a.C., nella vallata casentinese, s’iniziano a percepire i primi segnali del potere di Arezzo: la maggior parte dei siti presenta ceramica a vernice nera di produzione principalmente campana ma anche di officine etrusche come quelle aretine e volterrane. Probabilmente, sempre in questo periodo, erano presenti una serie d’insediamenti agricoli, forse riferibili al tipo delle fattorie, poste in zone pianeggianti e presso i corsi d’acqua, sugli stessi luoghi in cui verranno poi impiantate le ville rustiche romane come nel caso di Domo. Ma la floridità di Arezzo incontrò ben presto l’espansionismo di Roma. Secondo una notizia di Dionigi di Alicarnasso le due città entrarono presto in contatto: all’inizio del VI a.C. quando Arezzo partecipò, insieme ad altre città latine, ad una guerra contro Roma. Un altro importante contatto si ebbe nel 310 a.C. quando alcune città etrusche assediarono la colonia romana di Sutri, unendosi ai disordini già creati dai Sanniti, ma Arezzo non si mise in armi contro Roma poiché le due città erano legate dall’amicizia tra l’oligarchia aretina, guidata dai Clini, e quella romana. Con la cacciata, però, dei Clini da Arezzo scoppiò una rivolta antiromana che venne sedata con le armi dal dictator Valerio Massimo. Da questo momento la città, e il territorio controllato precedentemente da Arezzo, entrò definitivamente nella sfera d’influenza romana.

Tra il II-I secolo a.C. il territorio aretino era caratterizzato da campagne spopolate dove l’agricoltura era considerata un privilegio per pochi. Durante la lotta tra Mario e Silla, tra l’83 e l’82 a.C., Arezzo decise di schierarsi contro Silla subendo, poi, la confisca di gran parte del territorio con la conseguente deduzione della colonia degli Arretini Fidentiores, composta da sillani con la funzione di controllo. Con la vittoria di Ottaviano su Antonio e la successiva riorganizzazione di tutto il territorio italico, l’Etruria venne inserita nella Regio VII che comprendeva tutto il territorio dell’attuale Toscana con gli Appennini che fungevano da confine naturale. Anche il Casentino vi fu inserito, legato al municipio aretino, e i cittadini registrati alla tribù Pomptina. Il territorio fu interessato da una serie di opere di bonifica e disboscamenti al fine di una centuriazione dell’area: nel Casentino, le tracce della centuriazione, si possono ancora oggi osservare attraverso le fotografie aeree e lo studio della cartografia. Infine Arezzo si rese celebre per la produzione di ceramica a vernice nera e le sigillate liscia e decorata, a vernice rossa: queste produzioni vascolari sono tra le migliori del mondo romano tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C.Con le assegnazioni coloniali, il territorio venne ridotto ad ager publicus e ripartito tra i coloni. Molte di queste assegnazioni, in un tempo posteriore, vennero rilevate dalle famiglie che in città detenevano il potere e che avevano basato la loro ricchezza sul commercio della ceramica aretina. Le testimonianze dell’influenza romana si possono suddividere in 3 ambiti per ciò che concerne i territori agricoli: le ville, i piccoli insediamenti agricoli e le sepolture.

Le ville s’installavano al limite tra la zona centuriata di pianura, affinché se ne potessero sfruttare i campi, e sui pendii collinari per poter sfruttare la posizione di controllo e la vicinanza alle vie di comunicazione. È stata rilevata la presenza di villae in 13 località che però, purtroppo, da nessuno di questi scavi è stato possibile ricavare la loro organizzazione e tipologia per intero; bisogna quindi riferirsi a scavi eseguiti altrove e alle notizie pervenuteci dagli autori latini. La tipologia della villa era composta da: pars urbana, pars fructuariae terme. La pars urbana era la parte residenziale del proprietario, in posizione centrale e più riccamente decorata: le tracce di questa lussuosità sono i pavimenti in cocciopesto, per le zone di servizio, tessere di argilla. Le mura erano costruite soprattutto in pietra locale mista a parti in cotto (frammenti di tegole, conglomerati con strati di calce), poi intonacate e decorate con pitture e stucchi. Nei pressi dell’abitato sorgeva una fornace adibita alla fabbricazione dei laterizi ma anche per il vasellame da cucina, dalla quale sono state ritrovate tegole con marchi che indicavano il nome del proprietario, del conduttore e degli operai delle fornaci. Nell’insediamento di Domo alcune tegole riportano il marchio “CIAIMIPI” ed il marchio incompleto “…TV”. Nei pressi della parte residenziale o a essa collegata era l’impianto termale, sia di modeste dimensione o, come nel caso di Domo, di vaste dimensioni. Le tracce di queste strutture ci sono date dal rinvenimento di materiali per ambienti riscaldati come i tubuli di riscaldamento. Infine, accanto alla parte abitativa sorgeva la pars fructuaria caratterizzata da alloggi per la manodopera, impianti per l’immagazzinamento dei foraggi e la produzione di olio e vino.

La storia del Casentino è strettamente collegata a quella di Arezzo, la quale subisce un declino a partire dal 70 d.C., causato dalla chiusura delle fabbriche di ceramica sigillata e la sua produzione trasferita nelle province del Nord Europa e dell’Africa; inoltre perse importanza come snodo viario e commerciale per l’apertura di una nuova strada, la Cassia nova, che tagliò fuori tutto il territorio aretino. Per il Casentino si può supporre che gli insediamenti maggiori, soprattutto le villae, possano aver subito un drastico mutamento delle loro strutture, in quanto cadute in disuso e non più utilizzabili a causa del generale impoverimento.

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Il sito archeologico di Domo, in provincia di Arezzo, venne identificato per la prima volta verso la fine degli anni ’80 del secolo scorso ad opera del Gruppo Archeologico Casentinese (G.A.C.), alla ricerca della Pieve dei Santi Ippolito e Cassiano. Tuttavia, i materiali ritrovati nelle aree interessate dall’indagine indicarono la presenza di attività risalenti all’epoca romana. I volontari del G.A.C. decisero di sottoporre l’area a un prima campagna di scavo che dal 1987 si protrasse al 1989.La campagna archeologica conobbe cinque saggi (zone sottoposte a scavo) che restituirono diverse evidenze archeologiche: struttura muraria e pavimentazione in ciottoli di arenaria; intonaco di argilla di una struttura in elevato riferibile alla pars fructuaria della villa; fosse per l’estrazione di argilla riempite da materiali di scarto di una fornace, cioè laterizi ipercotti e materiale ceramico; pavimentazione in opus caementicium appartenente ad una vasca; un doppio impianto termale, le cosiddette “Grandi Terme” e “Piccole Terme”.

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Le indagini archeologiche a Domo conobbero un’interruzione fino al 2008. A partire da quell’anno l’area ebbe nuovo impulso ad opera della Società Archeodomani: i nuovi interventi vennero affidati al Dottor Alfredo Guarino con la stretta collaborazione della Soprintendenza Archeologica della Toscana. I primi anni di ricerca sono stati dedicati alla riapertura del saggio, posto a Est con andamento a L, riguardante il complesso termale con lo scopo di ricostruire le possibili fasi di vita dell’edificio. Si è potuto accertare come il complesso non sia nato come tale, ma che prese vita da un nucleo di ambienti che vennero convertiti nell’attuale struttura attraverso una serie di lavori di ampliamento e ristrutturazione: si crea così una struttura unitaria di 3 ambienti che riflettono la struttura assiale calidarium, tepidarium e apodyterium. Il complesso descritto è definito “Grandi terme” che ha una sua riproduzione, di dimensioni minori, nella struttura posta a Est: tripartita e absidata ma con la disposizione sequenziale degli ambienti invertita. A Nord delle “Piccole Terme” vi è la cosiddetta Cisterna: ambiente quadrato con uno strato d’intonaco di rivestimento e foro di scarico, meglio interpretabile come una vasca. Tra i due complessi vi è una canaletta di scarico in coppi che presenta in situ delle fistule di scarico in piombo, come la Cisterna. Nel 2012 venne inaugurata una nuova campagna di scavo che interessò aree mai oggetto di ricerca. Tra i primi ritrovamenti spiccò quello di una struttura interpretata come una fornace: esemplare meglio conservato, ritrovata interamente riempita di terreno argilloso e frammenti di laterizi. La tipologia appartiene alle fornaci di tipo verticale. Al 2013 è riferibile la scoperta di una seconda fornace, ad un solo metro di distanza dalla prima, ma in cattivo stato di conservazione. Il tipo di struttura di quest’ultima è stata identificata come una fornace per la cottura a catasta. Entrambe le fornaci avevano la funzione di produzione di vasellame e laterizi: in questa fase finale del sito, le Grandi Terme hanno forse avuto la funzione di essiccatoio. La campagna di scavo svoltasi nel 2014 vide l’apertura di un saggio che mise in luce 3 ambienti in sequenza, definiti Plesso Nord, collocati perpendicolarmente sull’asse Est-Ovest rispetto alle strutture termali. Mentre i due ambienti più prossimi alle terme risultano direttamente collegati fra loro e aperti sul lato Nord, l’ambiente posto più a Ovest risulta separato dai primi due tramite un passaggio, il cosiddetto “corridoio”, forse in origine chiuso da un cancello. Uno di questi ambienti presenta un focolare con un piano in laterizi. La campagna di scavo condotta quest’anno ha interessato la riapertura di uno dei 3 ambienti (ambiente 13) indagati a partire dal 2014 e l’apertura di una nuova area posta tra il complesso delle terme e Il Plesso Nord. Per ciò che concerne l’indagine dell’ambiente 13 si è potuto confermare la presenza di due ingressi verso Nord spostando, quindi, l’attenzione sull’area immediatamente a Nord dell’ambiente stesso: individuato uno strato pavimentale in laterizi che si estende oltre i limiti del saggio. L’area, invece, posta a Ovest delle Grandi Terme ha permesso d’individuare una serie di ambienti caratterizzati da una complessità di articolazioni e fasi di vita. Sono molto interessanti poi le tracce finali, caratterizzate da attività agricole e riferibili all’età postclassica.

Tra i materiali rinvenuti durante la campagna di scavo si segnalano: un anello digitale integro ma frammentario; elementi di una catena di ferro; una frammento di tegola con bollo “CIAIMIPI”; frammenti di sigillata italica, tra cui 2 con bollo “ANNIVS”; una punta di freccia in selce.

L’orizzonte cronologico della villa sembrerebbe compreso tra l’età imperiale ed il III-IV sec. d.C.

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Fonti: Deriu, Un quartiere produttivo romano in Casentino: le fornaci di Domo; Berlese, Il complesso termale in località Domo presso Bibbiena (Arezzo): alcuni dati inediti; G.A.C., Profilo di una valle attraverso l’archeologia, Ponte a Poppi 1999; Cuomo di Caprio, La ceramica in archeologia 2, Roma 2007; Polibio, Storie II 16,2; Paturzo, Arezzo Antica, Cortona 1997; Fatucchi, Colonia Arretium Augustea censita, Arezzo 1979-80.

L’ESERCITO ROMANO DALLA RIFORMA SERVIANA ALLA LEGIONE MANIPOLARE

Troppo spesso si parla dell’esercito romano in età imperiale, trascurando come e quando è nato il primo esercito di Roma. Per questo tratteremo dell’esercito dalla riforma Serviana all’avvento della legione manipolare.

Anche la città tiberina, come Cartagine e ancor prima le città greche, scelse, a un certo punto, per strutturare i suoi ordinamenti militari, di ricorrere alla disciplina, che anzi, secondo Vegezio, diverrà poi la forza più autentica delle armi romane. È probabile che l’imporsi della nuova scelta tattica, che vedremo a breve, vada ascritto a merito della monarchia etrusca, la quale modificò in Roma le strutture sociali preesistenti e trasferì dal mondo d’origine un ordinamento mutuato proprio dai Greci, provocando con ciò il ripudio delle precedenti forme di guerra gentilizia, fondate ancora sul combattimento individuale, e l’adesione a un nuovo archetipo, che coinvolgeva tutti gli abbienti e prevedeva lo scontro tra formazioni serrate. La legione romana deriva quindi, in prima istanza, proprio dalla falange oplitica; ma, rispetto agli eserciti greci, che accentuavano il carattere chiuso della loro formazione e ne fecero, con Filippo II e Alessandro, la base della manovra avvolgente, si evolverà poi, come vedremo, in una direzione opposta.

Secondo la tradizione storiografica il primo organizzatore e riformatore dell’esercito fu Servio Tullio (578-539 a.C.), sesto re di Roma. Egli vincolò la struttura militare al principio secondo cui erano gli abbienti, in proporzione al patrimonio terriero che possedevano, a dover provvedere alla difesa della res publica, ancorandola all’ordinamento sociale centuriato. Secondo questa classificazione la cittadinanza di articolava, in rapporto al censo, in 5 diverse classi, a loro volta divise ciascuna in un certo numero di centurie (80 la prima, 20 la seconda, la terza e la quarta, 30 la quinta, più 18 per i cavalieri); da queste ripartizioni si trassero, attraverso la leva (cui si riferisce lo steso termine legio, da legere “scegliere”) le forze armate. All’interno di ogni classe i seniores, gli anziani, formavano la riserva, mentre gli iuniores, i giovani, prestavano servizio sul campo. Ai membri della prima classe e agli equites, i cavalieri, pur nel loro complesso assai meno numerosi del resto della popolazione, era attribuita oltre la metà delle centurie. Questi organi costituivano le unità di voto e pertanto le prime 2 classi di censo controllavano, di fatto, i comitia centuriata, le assemblee del popolo in armi; ma, poiché era previsto che ogni centuria fornisse una quota fissa di soldati, spettava loro, per contrappasso, anche l’obbligo di contribuire nella medesima proporzione alla formazione dell’esercito.

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La legione così costituita, assumendo che la consistenza numerica delle centurie fosse di 100 uomini, dovette consistere in un primo tempo in un blocco unico di consistenza variabile tra i 4000 e i 6000 uomini, costituito dagli appartenenti alle classi più elevate. È probabile che il nucleo del blocco falangitico, costituito inizialmente dalle sole 40 centurie della prima classe per un totale di circa 4000 uomini, sia stato in tempi più o meno brevi integrato dalle centurie della seconda e terza classe, elevando l’organico degli opliti a 6000 elementi. Le 25 centurie della quarta e quinta classe affrancavano il blocco oplitico con la funzione di fanteria leggera, portando la consistenza complessiva della legione a circa 8500 uomini.

Con l’avvento della Repubblica (509 a.C.) e la creazione dei due consoli, la legione venne divisa in due unità distinte e autonome, costituite ognuna da circa 3500 uomini armati alla maniera oplitica, 1200 uomini armati alla leggera e circa 300 cavalieri. La divisione dell’esercito in 2 legioni aveva chiaramente lo scopo di garantire a ciascuno dei due consoli un eguale potenziale militare e politico, oltre a quello di poter impegnare i nemici su fronti diversi.

L’organico tipico della legione stabilito rimase sostanzialmente invariato fino al II secolo, mentre per aumentare la consistenza dell’esercito il Senato dispose l’arruolamento di altre legioni: il numero venne portato da 2 a 4 attorno al 400 a.C., in occasione della guerra contro Veio (secondo Dionigi di Alicarnasso) e rimase definitivo probabilmente a partire dalle guerre sannitiche (343 a.C.), mentre secondo Livio le 4 legioni vennero attestate solo dal 311 a.C. in poi.

Le prime file del blocco erano costituite dai cittadini della prima classe, detti principes, i quali secondo Varrone erano i primi a impegnare battaglia con le spade. Le file successive erano occupate dai cittadini della seconda classe, gli hastati e a seguire quelli della terza classe, i triarii. I cittadini della quarta e quinta classe, i velites, si ammassavano ai fianchi del blocco falangitico per proteggerlo, oppure alle sue spalle. Ogni legione era quindi composta da 20 centurie di principes, 5 di hastati, 5 di triarii e 12 di velites per un totale di 4200 uomini, a cui vanno aggiunti 300 cavalieri.

Per quanto riguarda l’arruolamento e l’addestramento di codesta legione, nel momento in cui veniva decisa la guerra, veniva decretata la leva. I distretti di leva erano costituiti dalle tribù, che dal numero di 17 nel 450 a.C. passarono a 21 nel 387 a.C. e a 35 al tempo delle guerre puniche. A volte non era necessario effettuare una chiamata alle armi generale: se le circostanze lo consentivano, venivano sorteggiate solo alcune tribù e da esse si levavano i soldati necessari, di solito solo gli iuniores. Nella guerra contro i Labicani ad esempio vennero sorteggiate 10 tribù su 21. Il console stabiliva un luogo e una data per l’appuntamento, generalmente al Campo Marzio all’alba e tutti i convocati prestavano giuramento di essere presenti. Chi non si presentava doveva addurre validi motivi che venivano attentamente esaminati: in mancanza di motivazioni accettabili veniva dichiarato desertor. I soldati eleggevano direttamente i propri centurioni e due tribuni di estrazione senatoria venivano posti a capo di ogni legione, anche se probabilmente con semplici funzioni amministrative, mentre il comando militare vero e proprio (imperium) rimaneva nella mani del console. Venivano quindi prelevate, a cura dei questori, le insegne dall’aerarium, il luogo all’interno del tempio di Saturno in cui si custodivano anche il tesoro pubblico e l’archivio. Numerosi, infine, sono i riferimenti nelle fonti agli addestramenti e alle esercitazioni condotte abitualmente al Campo di Marte, su esempio degli Spartani, i quali, a differenza degli altri greci, ritenevano necessario un addestramento costante e specifico.

Le differenze di censo si riflettevano anche sull’armamento e quindi nella funzione tattica delle diverse componenti. Gli uomini della prima classe erano provvisti di elmo, scudo rotondo, schinieri, corazza, spada e lancia; la seconda classe portava armi simili, ma lo scudo era oblungo, eliminando la necessità della corazza; la terza classe era equipaggiata come la seconda, ma senza gli schinieri; la quarta aveva solo lance e giavellotti; la quinta solo fionde o sassi.

La legione subì nel tempo trasformazioni e adattamenti continui. Durante la parte alta della Repubblica la variante fondamentale fu costituita dalla cosiddetta unità manipolare (ogni manipolo era composto da due centurie, ciascuna composta da 60-80 soldati) che si affermò a partire dalle guerre sannitiche (343-290 a.C.). Costretti a snellire la massiccia formazione chiusa, rivelata poco adatta a operare tra i monti del Sannio, restando anzi invischiata nella trappola tesale alle gole di Claudio, i Romani elaborarono una struttura che non mancò di una certa elasticità e che, come fu forse per l’esercito delle origini, tornò in buona misura a dipendere dalle virtù combattive del singolo soldato. Dopo un periodo di tempo, il IV secolo, in cui si cercarono a più riprese aggiustamenti e varianti, spiegati da Livio VIII, 8, verosimilmente fu agli inizi del III secolo che essa raggiunse la sua forma definitiva. Una descrizione abbastanza precisa ci è stata trasmessa da Polibio, IV, 21-23:

Quando i coscritti giungono nel luogo designato per la riunione, i tribuni militari scelgono tra loro i più giovani i più poveri e li assegnano ai velites, le truppe con armamento leggero; quelli che seguono per età e per censo formano gli hastati, mentre gli uomini nel pieno vigore delle forze vengono schierati tra i principes e i più maturi costituiscono i triarii. Dopo essere stati distinti per nome, età, armamento, i soldati vengono divisi in modo che, per ogni legione, i triarii siano in numero di 600; mentre 1200 sono i principes, altrettanti gli hastati e i rimanenti, più giovani, costituiscono il reparto dei velites (per un totale di 1200 uomini anch’essi); a ciò si aggiungono 300 cavalieri. Se l’organico delle legioni supera la forza di 4000 uomini li suddividono rispettando le stesse proporzioni, tranne che per i triarii, il cui numero resta comunque invariato. I velites portano la spada, alcuni giavellotti sottili e uno scudo leggero di forma rotonda (parma) del diametro di tre piedi. […] gli hastati dispongono dell’armamento completo. La loro panoplia si compone di uno scudo di forma rettangolare (scutum) dalla superficie convessa, largo due piedi e mezzo e alto quattro […]. Al fianco destro essi portano appesa la spada (galdius) e dispongono inoltre di due giavellotti pesanti (pila), elmo di bronzo e schinieri. I legionari indossano di solito anche una corazza in bronzo (pectorale) […]. Quelli il cui censo supera le 10 mila dracme portano invece una cotta di maglia di ferro (lorica). Principes e triarii sono armati in modo del tutto analogo; se non che i triarii hanno, in luogo dei pila, lunghe lance da urto (hastae)”.

Largamente impiegati come esploratori, come avanguardie e come foraggiatori, i velites avevano di solito, in caso di battaglia campale, una funzione soltanto: quella di fare da scherno alle proprie truppe di linea, aprendo le ostilità con il lancio dei loro dardi, per poi ritirarsi entro le file, evitando il contatto con la fanteria pesante nemica. Quanto agli hastati e principes, che compongono i primi due scaglioni delle truppe di linea, essi hanno sostituito il clipeus, lo scudo rotondo dell’oplita, con lo scutum di forma oblunga; ma soprattutto hanno cambiato la lunga lancia da urto con i pila. L’impiego di questi ultimi è strettamente coordinato con quello del gladio. Il legionario dei primi ranghi ha, infatti, scelto ormai definitivamente quest’ultimo strumento come propria arma principale; al lancio dei giavellotti e al successivo contatto con il nemico segue, nella fase centrale dello scontro, non l’urto tra due falangi, ma una serie di lunghi, durissimi corpo a corpo, condotti con la spada. Essa, del resto, necessita di spazio per poter essere correttamente impiegata, sicché risulta preclusa l’adozione di formazioni serrate. Hastati e principes sono tornati a condurre un combattimento prettamente individuale.

Articolata in profondità su 3 linee successive (hastati, principes, triarii) la fanteria pesante legionaria è divisa in 30 manipoli, 10 per ogni scaglione. A loro volta questi reparti sono disposti in quincunce, a scacchiera, così che le unità della prima fila siano separate l’un l’altra da uno spazio pari a quello occupato dal fronte dei manipoli; mentre quelle degli scaglioni successivi si dispongono automaticamente in corrispondenza dei varchi lasciati dalle linee che li precedono. La funzione di hastati e principes è marcatamente offensiva.

Nel dilemma che, in seno alle armate di ogni tempo, ha opposto sovente il valore individuale, almeno potenzialmente anarchico, e la forza, efficace ma priva di fantasia, dell’azione collettiva, i Greci fecero abbastanza una scelta chiara e definitiva; e, indirizzandosi infine verso la struttura monolitica creata da Filippo II e perfezionata da Alessandro, hanno in certo qual modo radicalizzato una predilezione per il collettivo già evidente nella falange oplitica. L’esercito romano, da quanto si è detto, si orientò in direzione opposta. In realtà oscillò tra le due alternative. Se, infatti, la riforma manipolare attribuì nuovamente grande importanza alla capacità combattiva del singolo e a esse affidò forse il ruolo più importante durante la prima fase della battaglia, anche nella nuova legione la lotta corpo a corpo fu riservata ai primi scaglioni soltanto. Ove il loro attacco fosse risultato fallimentare, sarebbero entrati in gioco i triarii, cui venne affidata l’ultima parte dello scontro, la più delicata. Il loro intervento sembra infatti segnalare un momento critico, poiché al terzo scaglione le legioni ricorsero solo in grave difficoltà: non a caso è passata in proverbio l’espressione res redacta est ad triarios, la situazione è compromessa al punto da dover essere affidata ai triari. È allora che costoro, lasciati filtrare alle loro spalle i superstiti delle prime linee perché possa riorganizzarsi, rinserrano le ile per sbarrare la strada. Armati ancora di hasta, essi continuarono a essere legati all’ordine chiuso, di remota ispirazione ellenica; sia pure in funzione prettamente difensiva, i triarii garantirono dunque la sopravvivenza dell’impostazione falangitica in seno alla legione.

L’obbligo del servizio era riservato ai cittadini romani di età compresa tra i 17 e 46 anni. In alcune circostanze di particolare gravità potevano verificarsi delle eccezioni (minorenni, schiavi, o età più avanzata). La durata del servizio non era mai inferiore ai 6 anni e poteva arrivare ai 16 anni per i fanti e 10 per i cavalieri. Quando i consoli stabilivano di arruolare soldati, il che avveniva ogni anno, convocavano per un determinato giorno tutti i cittadini in età militare eleggibili per censo. Polibio precisa che il luogo di raccolta era il Campidoglio, ma si riferiva certamente ad una pratica molto antica: con il tempo la funzione di arruolamento venne esercitata nei distretti di leva da appositi funzionari detti conquisitores. Per le quattro legioni urbane venivano eletti 10 tribuni tra quanti avevano almeno 10 anni di anzianità nel ruolo, detti anche primi, e 14 tra quelli che avevano raggiunto i cinque anni di anzianità di servizio. Tutti e 24 venivano quindi assegnati alle legioni, in modo che ogni legione ne avesse 6. Si procedeva quindi all’assegnazione alle legioni degli uomini di truppa. I tribuni sorteggiavano le tribù e le chiamavano una alla volta. Si procedeva poi al giuramento. Da ognuna delle tre classi degli hastati, dei principes e dei triarii, i tribuni sceglievano i dieci uomini migliori nominandoli centurioni; quindi ne sceglievano altri dieci. I primi erano i centuriones priores e comandavano ciascuno un manipolo ed in particolare l’ala el manipolo che si schierava sulla destra. I secondi erano centuriones posteriores e comandavano l’ala sinistra del manipolo; questi ultimi erano sottoposti ai primi. Solo il primo centurione scelto nella classe dei triarii, comandante del primo manipolo (primus pilus), aveva il privilegio di far parte del consiglio di guerra. Il numero totale di centurioni era quindi di 60 per ogni legione. Essi a loro volta sceglievano ciascuno un capo di retroguardia, l’optio, con l’incarico di assisterli, sostituendoli se necessario e di controllare lo schieramento dell’ultima fila. Per quanto riguarda i cavalieri, essi venivano reclutati in base al censo, in numero di 300 per ogni legione. I tribuni li distribuivano quindi in 10 squadroni, detti turmae, di 30 cavalieri ciascuno, a loro volta divisi in 3 decurie di 10 uomini. Da ogni turma si sceglievano 3 comandanti, detti decurioni che, a loro volta, sceglievano un optio.

Oltre all’esercito propriamente romano esistevano anche reparti, inquadrati talvolta nelle legioni, dei cosiddetti socii, popolazioni o città che stringevano patti di alleanza con Roma, prevedendo l’obbligo di fornire su richiesta dei contingenti militari, formati soprattutto da cavalleria e qualche reparto di fanteria leggera.

Per quanto riguarda l’addestramento, esso venne notevolmente intensificato. A differenza della tecnica oplitica infatti, dove l’abilità e la forza fisica del combattente passavano in secondo piano rispetto alla compattezza e all’efficacia collettiva della falange, la tattica manipolare di fondava sulle capacità tecniche e sull’aggressività del singolo, le quali potevano essere sviluppate solo con adeguate pratiche addestrative.

 

Come si presentò questa nuova legione negli scontri tra i Sanniti e Pirro?

Affrontando le genti appenniniche sul loro terreno, i massicci montuosi del Molise, i Romani furono costretti a muoversi e a operare all’interno di teatri estremamente difficili e dovettero adattarsi a nuove forme di lotta come la guerriglia. I limitato numero di accessi dal piano, l’asprezza dell’ambiente naturale, l’orlo elevato conferivano alla montagna requisiti difensivi efficaci, tali da costringere l’attaccante a tentare o una difficilissima scalata delle pareti o la conquista dei varchi, che erano però stretti. I Sanniti poi avevano forse 2 città maggiori e una miriade di piccoli centri, comunicanti tra loro, con infrastrutture strategiche per potersi difendere al meglio usando appunto la conformazione del territorio e tantissimi oppida, centri in altura. Questo popolo prediligeva un armamento leggero basato sull’uso del giavellotto, ma era assai poco votato alla battaglia campale. Gli scontri quindi consistettero per lo più di finte, attacchi, ritirate, ritorni offensivi, di operazioni poliorcetiche, spesso ripetute contro i medesimi obiettivi, che furono conquistati e perduti più volte da Roma. Certo, alla fine i Romani prevalsero, ma tra quelle genti prevalse sempre un certo attrito con la città egemone, schierandosi via via con Pirro e Annibale. In ogni caso, per muoversi in un territorio di quel tipo, solo la legione manipolare vi riuscì, mentre la rigida struttura oplitica non sarebbe stata adeguata allo scopo.

La legione manipolare ebbe tuttavia problemi quando, qualche anno dopo, dovette confrontarsi con una falange di tipo macedone, con a capo Pirro re dell’Epiro, sbarcato in Italia in soccorso a Taranto. Proprio nelle modalità di attacco stava il limite più grave della formazione romana. Votata a uno scontro solo frontale, essa fu infatti subito in difficoltà contro la manovra avvolgente di scuola ellenistica: ancora estremamente ripetitiva e meccanica nei movimenti basilari, la legione poté opporre all’azione dei pezeteri solo i reiterati attacchi diretti dei suoi scaglioni, attacchi coraggiosi ma, di fatto, destinati a infrangersi contro un blocco massiccio di uomini il quale risultava impenetrabile. Il sovrano epirota, inoltre, poté schierare eccellenti cavallerie e portò con se 20 elefanti indiani.

Le prime due battaglie si risolsero quindi, per i Romani, in altrettante sconfitte, che costarono loro 7 mila e 6 mila caduti; tuttavia Pirro lasciò a sua volta 4 mila tra i suoi uomini migliori sul campo di Eraclea (280 a.C.) e ne perdette altri 3500 ad Ascoli Satriano (279 a.C.). Secondo Plutarco la minaccia più grave per le forze epirote venne dai pesanti pila da lancio in dotazione all’esercito romano. Non è un caso infatti che Pirro abbia mescolato arcieri e lanciatori di giavellotto reclutati tra le popolazioni italiche sia agli elefanti, sia alla falange. Tra le funzioni svolte dalle truppe leggere figurava anche la protezione delle truppe di linea contro le punzecchiature degli ausiliari nemici; compito che fu più essenziale in Italia, poiché mai, in passato, le armate ellenistiche dovettero misurarsi con fanterie pesanti dotate al tempo stesso di armi da getto. Mescolando ai suoi pezeteri truppe italiche, certo difficili da raccordare a una formazione serrata, Pirro mirò forse non tanto a rendere più flessibile il proprio schieramento, ma a creare, grazie ai dardi, un’area di rispetto che in qualche modo potesse proteggere la sua falange dai pila legionari.

Malgrado il trionfalismo delle fonti romane, neppure quella di Benevento (275 a.C.), l’ultima combattuta contro Pirro, fu un’autentica vittoria. In realtà l’epirota tentò di distruggere l’esercito di Manio Curio Dentato prima che potesse congiungersi con quello dell’altro console, ma senza riuscirvi; e quando seppe che Lucio Cornelio Lentulo era vicino, decise di ritirarsi, non essendo in grado di fronteggiare 2 legioni. Tatticamente uno stallo, Benevento rappresentò invece un indiscutibile successo strategico. L’esercito di Pirro subì perdite pesanti in tutte le battaglie menzionate e in quelle combattute in Sicilia contro i Cartaginesi e molti dei caduti dovettero contarsi proprio tra i suoi falangiti. Preziosi per la loro funzione in battaglia, costoro rappresentavano però una componente impossibile da rimpiazzare, almeno in tempi brevi. La ragione del fallimento di Pirro fu dunque strategica e va cercata nel progressivo esaurirsi delle sue forze migliori.

La legione manipolare si scontrò negli anni a venire con i Cartaginesi e fu solo con Scipione che si ebbe una riforma ulteriore per potersi risollevare dopo Canne, come l’abbassamento del censo minimo per la chiamata alle armi e il perfezionamento dell’addestramento delle reclute. Fattori che, insieme alla capacità strategica e tattica di certe personalità, tra cui lo stesso Scipione, resero Roma padrona del Mediterraneo e proiettata verso altre conquiste.

Fonti: Alföldy, Storia sociale dell’antica roma, Bologna 2012; Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, Bologna 2011; Cascarino, L’esercito romano, Vol. 1, Rimini 2007; Poma, Le istituzioni politiche del mondo romano, Bologna 2009; Polibio, Storie, Libro IV; Tito Livio, Storia di Roma, Libro VIII.QQQE